Aborto e Giappone: la legalizzazione per fattori economici.

L’ifanticida Miyuki Ishikawa, l’ostetrica demone.

In Giappone l’aborto per motivi economici fu legalizzato già dal 1949. La legalizzazione avvenne a causa del boom delle gravidanze indesiderate dopo la Seconda Guerra Mondiale e della povertà delle famiglie che non riuscivano a prendersi cura del nascituro.
L’aborto in Giappone non solo è legale dal 1949, ma è uno degli strumenti più diffusi per regolarizzare le nascite a causa delle campagne di dissuasione portate avanti dai medici nei confronti della pillola anticoncezionale, la cui vendita è stata approvata solo nel 1999 ed è ancora oggi fortemente sconsigliata.
In Giappone, attualmente sono circa 160mila gli aborti praticati ufficialmente in un anno, ma si ritiene che in realtà siano molti di più, considerando che alcuni ambulatori non dichiarano questa tipologia di intervento, sia per garantire privacy alle minorenni che si sottopongono a questa pratica ma anche per ragioni fiscali. Tra le minorenni l’aborto è molto diffuso ed addirittura consigliato rispetto alla pillola, che viene prescritta difficilmente ed è particolarmente costosa.
Nello stesso periodo in cui venne legalizzato l’aborto, nacque la necessità di commemorare i bambini mai nati, per questa ragione in alcuni Templi, sono presenti delle piccole statuette, adornate da un grembiulino ed un copricapo rosso. Tali statuette, rappresentano i mizunoko (i bambini d’acqua), ovvero i bambini mai nati. Nei Templi, possiamo notare migliaia di statuette, quest’ultime rappresentano un business non indifferente. Le statuette, infatti, vengono acquistate e viene pagata una tassa per la loro manutenzione. Si dice che i Mizunoko siano costretti a restare sulle rive del Sai no Kawara, il fiume degli Inferi, e che non riescono ad attraversare il fiume a causa di demoni che gli impediscono il passaggio, impedendogli così di reincarnarsi. Jizo, è il guardiano di questi bambini, li protegge e li aiuta ad attraversare il fiume. I genitori di questi bambini mai nati, onorano Jizo per assicurarsi che il proprio bambino possa arrivare in paradiso.
Ma a spingere il governo giapponese a prendere la decisione di legalizzare l’aborto fu anche la vicenda di Miyuki Ishikawa, la più prolifica serial killer giapponese, che durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale uccise almeno 103 neonati.
Ishikawa nacque a Miyazaki nel 1897, si laureò all’Università di Tokyo e si sposò senza avere mai figli, ottenne un lavoro come ostetrica ed in seguito divenne direttrice del centro di maternità di Kotobuki.
Lavorando, Ishikawa si rese conto che molti genitori non erano in grado di crescere i neonati per le difficoltà economiche in cui vivevano. Per questo motivo, Ishikawa chiese aiuto agli enti di assistenza per le famiglie più disagiate, gli enti però rifiutano di aiutare le famiglie. Per aiutare quest’ultime, Ishikawa decise di uccidere i neonati. Da quel momento in poi nell’ospedale morirono molti bambini, l’ostetrica non li ammazzava personalmente ma lasciava che morissero di fame e di sete.
Ishikawa venne aiutata da un medico e da un suo assistente per falsificare i certificati di morte, coinvolse inoltre anche il marito. Convinta del fatto che stava aiutando le famiglie, Ishikawa decise di chiedere del denaro in cambio della morte del neonato, la cifra richiesta era tra i 4000 ed i 5000 yen. Soltanto agli inizi del 1948, le forze dell’ordine si insospettirono a causa dell’incremento del tasso di mortalità all’interno dell’ospedale. Le forze dell’ordine dimostrarono che le morti di neonati non erano accidentali ma intenzionali, per questo il 15 gennaio 1948 la Ishikawa insieme al marito vennero arrestati. Miyuki Ishikawa, suo marito e i medici responsabili, vennero giudicati colpevoli di omicidio. Tuttavia, a causa di un vuoto giuridico della legislazione giapponese nessuno degli imputati venne condannato a morte. Miyuki Ishikawa venne condannata a solo 8 anni di carcere, il marito ed i medici a 4 anni. Tutti gli imputati fecero appello contro la sentenza ed ottennero uno sconto di pena della metà degli anni a cui erano stati condannati.
Il caso dell’ostetrica demone non fu l’unico, prima di esso nel 1930 ad Itabashi si verificarono 41 infanticidi, nel 1933 Hatsutaro Kawamata venne arrestato per aver ucciso 25 bambini.

Dott.ssa Elena Novelli

Figlicidio materno: “Vite finite ancor prima di cominciare”.


L’essere madre porta con sé tante gioie ma anche difficoltà, paure e sofferenze. La teoria dell’attaccamento insegna come sia fondamentale la figura materna e l’accudimento e il nutrimento del proprio figlio per costruire una relazione madre-bambino stabile e sicura.
Al giorno d’oggi sarebbe meglio parlare di “sentimento materno”, piuttosto che di istinto materno, perché culturalmente e non biologicamente determinato. Infatti la maternità si caratterizza, in termini freudiani, dall’equilibrio della compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche; se questo equilibrio viene a mancare può comportare ciò che viene definito “figlicidio materno”. La letteratura criminologica fa una distinzione sulla base dell’età della vittima: l’uccisione entro le 24h dalla nascita è denominata neonaticidio, mentre per infanticidio si intende l’uccisione di un bambino entro il primo anno di vita anche se spesso il termine viene utilizzato in modo più generico per indicare l’uccisione di un bambino in tenera età, infine quando si parla di figlicidio, si fa riferimento all’uccisione di un figlio da parte di un genitore, dal primo anno di vita in poi.
La prima importante tassonomia motivazionale del figlicidio, è stata realizzata dallo psichiatra Philip Resnick nel 1969, tutt’oggi le cinque categorie sono le più rappresentative:
1. figlicidio altruistico, il figlio viene ucciso perché la mamma vuole evitare una sofferenza futura come quella che ha vissuto in prima persona. Solitamente la stessa madre tenta il suicidio dopo aver commesso l’omicidio perché si trova in una condizione psicopatologica delirante;
2. figlicidio psicotico, il figlio viene vissuto come un persecutore, un’entità negativa da eliminare, perché la mamma soffre di un grave disturbo psicopatologico, come la schizzofrenia, o vivono una psicosi post-partum;
3. figlicidio del bambino non voluto, il figlio è frutto di una violenza o di una gravidanza non desiderata, di paternità incerta; solitamente la madre non ha instaurato alcun legame col figlio e vive angosce claustrofobiche;
4. figlicidio accidentale o “Fatal Battered Child Syndrome”, il figlio muore perché viene posto dalla madre in condizioni potenzialmente pericolose; in questi casi la madre trascura gravemente il bambino fino a condurlo alla morte, pur senza volerlo;
5. figlicidio come vendetta verso il coniuge, la cosiddetta “sindrome di Medea”, ovvero la madre uccide il proprio figlio per procurare sofferenza al proprio partner, a seguito di un tradimento, di un rifiuto o di un evento traumatico per la donna.
Ad oggi, a seguito di numerosi studi condotti soprattutto in Europa e in America, si è giunti a ritenere che i disturbi psicotici sono a più alto rischio di figlicidio e suicidio, rispetto ai disturbi depressivi post-partum, e che vi è un’elevata percentuale di disturbi di personalità tra madri autrici di figlicidio.
In conclusione possiamo dire che malgrado viviamo in una società come quella attuale, in cui il bambino viene tutelato e difeso da norme giuridiche specifiche, il fenomeno del figlicidio resta uno dei delitti che nell’opinione pubblica suscita un allarme sociale sempre più forte, sia perché queste azioni si verificano in un ambiente familiare sia per l’estrema efferatezza con cui spesso si manifesta la condotta omicida della madre.

Dott.ssa Anthea Grimaldi


*Testi consigliati:

“Medea tra noi. Le madri che uccidono il proprio figlio” di Giancarlo Nivoli
“Madri che uccidono: le voci agghiaccianti e disperate di oltre trecento donne che hanno assassinato i loro figli” di Matteo Villanova e Vincenzo Maria Mastronardi
“L’amore assassino. Storie di madri che uccidono” di Rosella Simone ed Ermanno Gallo.

Crimini violenti e basse temperature: quale correlazione?

La stagione torrida, almeno nel nostro paese, sta giungendo al termine ed è tempo di report, di statistiche. Nonostante la spensieratezza della stagione, alcune cose, alcuni crimini non smettono mai di accadere, anzi, lo sapevate che nelle stagioni più calde i crimini violenti, nonché gli omicidi, aumentano? Sapete che esiste una correlazione tra le basse temperature e la criminalità? Come è ben intuibile molti ricercatori hanno studiato il fenomeno, e una delle teorie più accreditate e più logiche è quella postulata da Marcus Felson e Lawrence Cohen, conosciuta come “Routine activity theory”. Secondo la teoria dell’attività di routine, un crimine viene commesso più spesso da chiunque ne abbia l’opportunità, dunque si concentra sulle caratteristiche del crimine, anziché del criminale. Grazie a tale postulato, che è diventato uno delle principali teorie criminologiche, è possibile prevenire il crimine attraverso la progettazione ambientale. Nel nostro caso, la bella stagione, influisce significativamente sulla routine, sulla nostra quotidianità, si è più spesso in giro, si fa più spesso uso di sostanze eccitanti, quali alcoliche, che rappresentano un deterrente per l’ innesco dell’attività criminale o omicidiaria. Una seconda teoria fa riferimento a quella che viene definita “la legge termica” del sociologo Adolphe Quetelet, teorizzata ben duecento anni fa. Secondo gli studi del sociologo, il caldo avrebbe la capacità di deteminare l’incremento degli omicidi. Da tale studio prese origine anche il pensiero di Cesare Lombroso e della sua fisiognomica. Secondo Lombroso e gli studi sull’eziologia dei delitti, gran parte delle nostre funzioni è influenzata dal calore, soprattutto la nostra psiche. Egli ovviamente, fa il tipico confronto tra le regioni del nord e del sud (per quanto discutibili e contestabili), in queste ultime secondo lo studioso, date le temperature più miti, l’azione termica produrrebbe inerzia, dispotismo, libertinaggio e dunque maggior propensione alla delinquenza. Sorvolando sulle teorie e differenze lombrosiane, il costrutto base è sempre uguale, l’oscillazione meteorologica e l’ omicidio. Sebbene queste teorie non siano mai state prese scientificamente in considerazione, le statistiche parlano chiaro, il tempo atmosferico incide sul nostro io, sia in ambienti naturali sia negli esperimenti di laboratorio. Una teoria, che si affianca alla precedente, fa riferimento al “General aggression model”  di cui è autore lo psicologo Brad Brushman. Seconto tale modello il caldo renderebbe le persone più irritabili e aggressive, provocando una ridotta capacità mentale e autocontrollo, determinata da quello che potrebbe essere definito un vero e proprio schock termico cui l’ individuo e il suo corpo devono adeguarsi. In tali momenti è possibile registrare un aumento di testosterone e adrenalina che aiutano a resistere alle temperature più calde ma che al contempo veicolano l’aggressività. Com’è facilmente intuibile, vi sono delle visioni contrastanti, e questo è il caso dello studio di Paul van Lange, dell’università di Amsterdam, secondo lo studioso il rapporto tra tempo atmosferico e aggressività non è del tutto rilevante o esaustivo, il tasso di criminalità estiva farebbe riferimento a fenomeni intrecciati ben più complessi quali autostima, mancanza di fiducia nel futuro e la mancanza di autocontrollo, già citata in precedenza. A tal proposito Van Lang ha sviluppato il modello Clash (Climate Aggression, and Self-control in Humans), in cui fa riferimento non solo al cambiamento delle temperature generale, ma a come queste si modificano nel corso dell’anno, tra oscillazioni e variazioni climatiche. Grazie alle numerosissime teorizzazioni, alcuni studi e articoli mettono in risalto l’incremento degli omicidi e della criminalità nelle più grandi città del mondo. Secondo un articolo del Journa Public Economics, che si occupa di osservare la criminalità nella città di Los Angeles, nei giorni sopra i 23° gradi gli omicidi così come la violenza domestica aumentano del 2%, e sopra i 31° la percentuale sale al 10%. In uno studio similare di origine greca, più del 30% degli omicidi avvenuti  nel loro territorio, si sono verificati in periodi in cui le temperature medie erano di circa 25°gradi, la metà di questi, invece, si è verificata con temperature fino a 30°gradi. La stessa FBI, ha ipotizzato uno scenario medesimo, facendo riferimento in particolar modo alle violenze domestiche e omicidi che aumentano con il caldo del 20% e si raddoppiano con temperature superiori ai 30°gradi. D’altronde molti degli omici più efferati si sono verificati d’estate, anche nel nostro paese, per citarne alcuni l’ omicidio di Sara Scazzi e Chiara Poggi, avvenuti entrambi in estate, ad agosto, persino molti degli efferati omicidi del famigerato mostro di Firenze si sono verificati per lo più nella stagione estiva, anche se in tal caso vi sono molte variabili da tenere in considerazione e valutare, che propendono verso uno studio certamente più approfondito e oculato. Anche nella letteratura e nella cinematografia, assistiamo alla proliferazione di testi e storie crime fantastiche che hanno come scenario le calde e festose estati e che prendono riferimento non solo dalla fantasia dell’autore,  ma da quella che è la realtà oggettiva, in cui si contrappongono la spensieratezza e la paura, il divertimento e il crimine. In ultimo, un riferimento è d’obbligo ai delitti di mafia, quelli di “Cosa Nostra”, avvenuti tra gli anni ’70 e ’90 con particolare riferimento agli omicidi di stampo mafioso più in vista di sempre, avvenuti con la “bella stagione,” dall’uccisione di Giovanni Falcone (23 maggio), Paolo Borsellino (19 luglio)  all’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (3 settembre) o a quella che venne definita “la strage dei picciriddi”, quattro ragazzini uccisi nel luglio del ’76 per aver rubato la borsa alla madre del boss Santapaola. Da tale scenario  ha avuto origine la commedia drammatica “la mafia uccide solo d’estate.” Guardando al futuro della nostra terra, uno scenario fantascientifico, ipotizzato dagli scienziati americani, sta lentamente prendendo piede, con riferimento al surriscaldamento globale cui andiamo incontro, tale cambiamento, stando alle modificazioni climatiche produrrà un maggiore tasso di criminalità e aggressività, scenario che potrebbe amplificare dei bisogni, dei disagi preesistenti, acuendoli, tornando a quel famoso antico costrutto latino di Plauto “homo homini lupus”.
E voi lo sapevate? Com’è stato il vostro umore e la vostra aggressività in questa torrida estate italiana ormai giunta al termine?

• Dott.ssa Angela M. Grano

L’esperimento sull’obbedienza all’autorità di Milgram: la banalità del male

L’esperimento dell’obbedienza all’autorità di Milgram fu un esperimento di psicologia sociale condotto dallo psicologo statunitense Stanley Milgram che nel 1961 non solo sconvolse l’opinione pubblica, ma diede anche adito a diverse polemiche, tanto che altri esperti del settore tentarono di riprodurlo, ottenendo però i medesimi sconcertanti esiti. Con il suo lavoro, il noto psicologo volle studiare il comportamento umano al fine di comprendere come un individuo reagisce e si comporta di fronte ad un ordine contrario a quelli che sono i valori etici e morali fondamentali. Non a caso, Milgram decise di compiere il proprio esperimento nel momento in cui erano in corso i grandi processi europei a carico dei generali nazisti; infatti, solamente 3 mesi prima dell’inizio dell’esperimento, si tenne a Gerusalemme il processo a carico del criminale di guerra Adolf Eichmann. Per molti studiosi, la vera domanda alla base dell’esperimento di Milgram era “è possibile che i nazisti abbiano compiuto atti orribili solamente perché stavano eseguendo degli ordini?” 
L’esperimento si svolse con partecipazione su base volontaria mediante la pubblicazione di un annuncio su un giornale locale e il campione finale comprendeva tra i 20 e i 50 partecipanti, tutti uomini, di varia estrazione sociale. Una volta composto il gruppo, si diede inizio alla fase iniziale: in questo frangente, lo sperimentatore e il proprio assistente, tramite un sorteggio pilotato, fingevano di estrarre a sorte chi avrebbe impersonato “l’allievo” e chi “l’insegnante”. Chi partecipava all’esperimento, essendo all’oscuro di ciò, veniva sempre scelto per fare l’insegnante, mentre al complice spettava il ruolo dell’allievo. Dopodiché, si passava alla vera e propria fase pratica del progetto. Tutti i partecipanti venivano condotti presso una stanza e fatti accomodare alle rispettive postazioni: l’insegnante dinanzi quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica formato da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali vi era segnalata la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti diciture: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX ad indicare una scossa potenzialmente mortale. Per far sembrare il tutto ancora più reale, all’insegnante veniva fatta percepire una scossa elettrica minima (45 V) affinché si rendesse conto dell’effettiva inflizione e della potenza delle scariche elettriche in questione. Una volta fatto questo, gli venivano indicati i suoi compiti: nella prima fase, l’insegnante doveva leggere all’allievo una coppia di parole che quest’ultimo avrebbe dovuto memorizzare; nella seconda fase, doveva ripetere una serie di parole, tra cui quelle riferite nella fase precedente, e l’allievo avrebbe dovuto indicare quelle corrette; nella terza ed ultima fase, doveva verificare che la risposta fornita dall’allievo fosse corretta e, in caso contrario, infliggergli una scossa, aumentandone l’intensità ogni volta che questi commetteva un errore. Per quanto riguarda l’allievo, veniva fatto sedere su una sedia alla quale veniva poi legato tramite dei lacci (una sorta di riproduzione della sedia elettrica) e gli venivano applicati degli elettrodi al polso, a loro volta collegati ad un generatore di corrente. Il suo compito era quello di rispondere alle domande dell’insegnante e di fingere di ricevere ad ogni errore una scossa elettrica, (che ovviamente non gli veniva inflitta per davvero) spesso anche con urla e gemiti proporzionati alla scossa idealmente subita. La terza ed ultima figura che completava il tutto era “lo sperimentatore”, al quale spettava il compito di incitare in modo continuo e pressante l’insegnante ad infliggere scariche elettriche a voltaggio sempre più altro mediante l’utilizzo di frasi come “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui” e “non ha altra scelta, deve proseguire”. Al termine dell’esperimento, il grado di obbedienza fu misurato basandosi sul valore dell’ultimo interruttore spinto dall’insegnante prima che interrompesse volontariamente la prova (ossia il voltaggio più alto di scossa inflitta) o qualora si fosse spinto fino all’ultimo interruttore, quello letale. Che ci crediate o no – contrariamente alle aspettative – una buona percentuale degli individui sottopostisi all’esperimento, sebbene mostrarono segni di tensione e manifestarono verbalmente il loro dissenso, si spinse verso i voltaggi più alti. Gli sconcertanti esiti vennero spiegati in relazione ad alcuni fattori, quali ad esempio l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, ossia quel particolare stato in cui il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini e, in quanto tagli, privi di ogni responsabilità perché frutto di volontà superiori. Tuttavia, si notò che l’influenza dell’insegnante sull’allievo variava a seconda della distanza tra allievo e insegnante e di quella tra insegnante e sperimentatore; vennero infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa letale; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Alla luce di ciò, le conclusioni estrapolate da Milgram con questo esperimento furono che anzitutto il soggetto agisce in maniera diversa qualora sia spinto dall’autorità, ma anche che il grado di obbedienza varia in base a diversi fattori. Dunque, ogni situazione è caratterizzata da una sua ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. Con tale stravolgimento del significato di “situazione”, è possibile che l’insegnante entri nel c.d. “stato d’agente” in cui il soggetto si percepisce come mero strumento della volontà altrui, spogliandosi di qualsiasi tipo di responsabilità rispetto alle proprie azioni. Le critiche non tardarono ad arrivare. Nel 2011, la studiosa Gina Perry mise in discussione i risultati ottenuti da Milgram poiché frutto di un inganno; nell’archivio personale di Milgram vennero ritrovato dei documenti secondo cui alcuni insegnanti, a seguito di urla strazianti da parte degli allievi, reagirono con sonore risate. Tuttavia, l’esito dell’esperimento venne confermato anche da studi successivi, come quelle di David Rosenhan, e ad oggi rappresenta una delle colonne portanti della storia della psicologia sociale, nonché della criminologia poiché alla base di comportamenti devianti commessi da individui considerati perfettamente “sani” e “integrati” spesso vi è una volontà superiore.

• Dott.ssa Francesca Nola

Serial killer: Cosa si nasconde dietro un pluriomicida?

Il serial killer o assassino seriale è un ‭pluriomicida‬ di natura ‭compulsiva‬, che uccide persone spesso totalmente estranee senza o con regolarità nel tempo e con un ‭modus ‬operandi‭ caratteristico. La natura compulsiva‬ dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera ‭emotivo-sessuale‬.
Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto
che, oggi, se ne sente parlare così di frequente. Certamente gli imperatori Nerone e Caligola erano degli assassini seriali in piena regola: uccidevano per il solo gusto di sperimentare nuove emozioni, quando erano annoiati dalla monotonia della vita
quotidiana.
Con il termine serial killer non si vuole
indicare neppure chi compie semplicemente più omicidi, chi uccide più persone in uno stesso momento (pluriomicidi) o in tempi successivi (assassini recidivi), alla stregua del significato che si è imposto nel linguaggio comune e dei media; costoro non sono in senso stretto serial killer. Gli assassini seriali sono altra cosa e chi è “del
mestiere”, cioè chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, ha tradizionalmente usato questo termine per indicare soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per
il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.

‭Il periodo che intercorre tra un omicidio e l’altro viene definito “periodo di raffreddamento emotivo o intervallo emotivo”, il quale serve al seriale per rielaborare e rivivere il piacere ricevuto dal primo omicidio eseguito perché si nutre del ‬
‭piacere derivato da quel tipo di azione, un piacere che gradatamente nel tempo va scemando fino al desiderio del nuovo impulso omicida, quel bisogno a ricercare nuovamente quel tipo di piacere, che può durare anche un numero molto elevato di anni che sono funzionali al seriale per elaborare le conseguenze del crimine per poter condurre una vita pressoché serena, tranquilla e normale tra un omicidio e l’altro.‬

Nell’ultimo secolo l’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere.
Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial
killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial
killer venne coniata negli Stati Uniti, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti presentano il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.
Non deve perciò stupire che, generalmente, si identifichi il serial killer con l’omicida sadico che rapisce le sue vittime e le uccide secondo un rituale di ferocia, che può prevedere ogni genere di sevizie, torture e violenze sessuali pre o post mortem, compresi fenomeni di cannibalismo, vampirismo e necrofilia.
Occorre, però, specificare che il legame sesso-violenza è si un movente fondamentale del meccanismo psicodinamico dell’assassino seriale, ma è altresì soltanto una parte, seppur la più consistente, dell’ampio ventaglio di motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.

La differenza tra un omicida “qualunque” e un serial killer è nel momento in cui uccidono qualcuno: quando una persona qualunque, in preda ad un istinto passionale, piuttosto che ad un bisogno utilitaristico, uccide un’altra persona è portata a distanziarsi velocemente fisicamente da quel corpo perché prova un profondo senso di aberrazione, di disgusto, di dispiacere per il cadavere e
soprattutto prova un profondo senso di frustrazione rispetto a se stesso per il gesto che ha compiuto, quindi nutre l’esigenza di distanziarsi da quella morte, anche fisicamente. Il serial killer invece raggiunge il massimo del piacere nel momento successivo all’uccisione della vittima, traspone su quel corpo la sua personalità, perché ha bisogno di rimanere in contatto con quel corpo, infatti non se ne distanzia, spesso lo tocca, lo manipola, dispone il corpo privo di vita come vuole, agendo sullo stesso.
‭Tutti i serial killer hanno l’impulso irresistibile a ricercare un contatto diretto con la morte ed è proprio ‬questo impulso ‭necromanico ‬a motivare ripetutamente il seriale ad uccidere. Molti SK amano avere rapporti sessuali con i propri cadaveri, qualcuno di loro porta via con sé delle parti del corpo, qualcuno conserva i feticci come trofeo.

Nei crimini seriali, la scena del crimine rappresenta un’ enorme fonte di acquisizione di informazioni, sia per il principio dell’interscambio di Locard, sia perché col ripetersi degli omicidi, il SK inevitabilmente racconta agli investigatori qualcosa di sé.
Quindi per comprendere il comportamento seriale dobbiamo analizzare il ‭modus operandi‬, cioè la modalità con la quale un assassino mette in atto il comportamento illecito ed assume i passaggi necessari al compimento del reato:

  • la scelta di una specifica arma e la scelta di una specifica modalità, nel corso della sua carriera in serial killer modifica il proprio m.o. perché c’è la crescente possibilità di dar voce ai propri bisogni;
  • la cosiddetta signature,‭ la firma, ‬che non rappresenta un comportamento indispensabile per portare a compimento l’azione criminale. Evidenzia, piuttosto, un bisogno psicologico profondo, un messaggio più o meno consapevole lanciato agli investigatori e, come tale, si presenta con costanza nei successivi delitti quasi come‭ il biglietto da visita del criminale‬, cioè quel qualcosa che ci permette di attribuire un determinato delitto ad una specifica mano e attraverso la quale possiamo ricondurre tutti gli omicidi all’agire di una sola persona, quindi è quell’elemento fisso e immutabile;
  • lo ‭staging‬ è l’alterazione o manipolazione volontaria della scena del crimine e della disposizione della vittima, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il seriale sposta, manipola nuovi oggetti, porta via cose o addirittura fa delle azioni che alterano la lettura della scena del crimine per fare in modo che quando arrivano le forze dell’ordine possono non comprendere o perdere dei segnali significativi;
  • l’‭undoing‬, cioè tutti quei comportamenti che il serial killer pone in essere sulla scena del crimine che sono riconducibili ad una sorta di rimorso dell’omicida che cerca di ricomporre il corpo, di restituire dignità alla vittima post mortem, di conseguenza mette in pratica delle azioni di riparazione come, ricoprire il volto della vittima, spostare il corpo, ricomporlo in una posizione di dignità;
  • forensic awareness, altro elemento fondamentale del comportamento dell’assassino, che può essere definito come l’attenzione del criminale a tutti quegli accorgimenti prima, durante e dopo la commissione del reato, finalizzati a non lasciare tracce o indizi che possano far risalire alla sua identità;
  • in fine l’‭overkilling‬, il cosiddetto accanimento oltre la morte, quell’accanimento esasperato sulla vittima, per esempio infliggendo una serie infinita di colpi di arma da punta e taglio o comunque con delle azioni lesive fortemente deturpanti per il corpo, l’intimità di quel corpo che sono null’altro che la trasposizione dei bisogni emotivi che il killer proietta sul corpo della vittima.

Caratteristica del modus operandi è quella che evolve con il tempo, ovvero con l’evoluzione psicologica comportamentale del criminale, perché se un criminale cresce rispetto alle proprie esperienze esistenziali, rispetto alla sicurezza che gli deriva dal suo comportamento criminale, rispetto alla soddisfazione, cresce rispetto a quella che è la sua padronanza, sicurezza, serenità, anche rispetto al proprio comportamento criminale parallelamente crescerà anche nel metodo, quindi la personalità che il soggetto rifletteva nella prima azione omicidiaria va evolversi, la personalità che si traspone nel primo atto è diversa dalla personalità che si traspone nel secondo atto, seppur rimarranno sempre costanti degli elementi che ci permetteranno di ricondurre quell’azione alla stessa mano.
Un esempio è il Mostro di Firenze.

Per i ricercatori, l’omicidio seriale rappresenta una modalità comportamentale unica e originale, che fonda le proprie radici e si alimenta nella violenza. Possiamo concludere dicendo che il comportamento criminale è comunque un comportamento umano, pertanto costituito da un’integrazione tra eredità e ambiente.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

L’esperimento carcerario di Stanford di Zimbardo

Nel 1971 lo psicologo statunitense Philip Zimbardo decise di condurre presso l’Università di Stanford, in California, uno degli esperimenti più controversi della storia della psicologia sociale, volto a dimostrare che anche individui perfettamente normali, posti in un determinato contesto, possono assumere comportamenti devianti. L’intento era quello di monitorare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono classificati base al gruppo di appartenenza al fine di dimostrare che il singolo, posto in un gruppo coeso, tende a perdere l’identità personale, la responsabilità e la consapevolezza, mentre sembrerebbe aumentare la presenza nello stesso di impulsi antisociali. L’esperimento consistette nel ricreare all’interno del seminterrato dell’Università un carcere simulato; ai volontari che scelsero di sottoporsi all’esperimento (24 studenti, maschi, bianchi, tutti bravi ragazzi) vennero assegnati i diversi ruoli di detenuti e guardie carcerarie. Al loro arrivo, i prigionieri vennero spogliati, perquisiti, gli vennero fornite delle ampie divise su cui era stato apposto un numero di matricola e una calza in nylon da indossare sulla testa, gli fu applicata una catena alla caviglia e furono condotti in cella; le guardie indossavano delle uniformi, occhiali riflettenti e avevano in dotazione manganello, fischietto e manette, dopo 8 ore potevano tornare alle proprie abitazioni, come un vero e proprio turno di lavoro. L’abbigliamento non era casuale. In entrambi i casi, gli abiti avevano come effetto quello di deindividualizzare l’altro; da un lato, infatti, spingeva i gruppi ad essere più coesi tra loro, dall’altro alimentava la visione distorta dell’altro. Le guardie infatti avevano occhiali scuri che impedivano il contatto visivo, non ne era indicato il nome sulle uniformi ed erano dorate di “armi”, mentre i detenuti venivano spersonalizzati mediante l’oscuramento del volto, l’assegnazione del numero e le grandi casacche. Uno degli aspetti principali fu che alle guardie fu concessa ampia discrezionalità, tra cui anche la libertà di redigere un regolamento a cui i detenuti dovettero sottostare. I risultati dell’esperimento furono a dir poco sconcertanti: dopo soli due giorni si verificarono i primi episodi violenti. I detenuti si coalizzarono e misero in atto una ribellione contro le guardie, le quali, a loro volta, risposero con un inasprimento del codice di condotta e mettendo in atto comportamenti sempre più violenti e vessatori: queste infatti umiliarono, derisero e maltrattarono i detenuti in qualsiasi modo, dal costringerli a cantare delle canzoni oscene e sequestrargli i vestiti, fino ad obbligarli a defecare in un secchio e a pulire i bagni a mani nude. Il terzo giorno venne consentito l’accesso alla struttura ad un cappellano – come avviene nelle vere carceri – al fine di permettergli di esercitare le sue funzioni: al momento del colloquio con i detenuti, nel chiedergli i loro nomi questi rispondevano con il numero di matricola. Il quarto giorno venne allestita una “commissione” con a capo uno dei collaboratori di Zimbardo, che aveva il compito di stabilire chi, in base al comportamento tenuto, potesse usufruire del beneficio di abbandonare anticipatamente il carcere. Fu chiesto ai prigionieri se fossero disposti a continuare l’esperimento o se preferissero abbandonare, rinunciando ai 250$ inizialmente promessagli; tutti i detenuti scelsero di lasciare immediatamente il carcere, ma quando il capo della commissione disse che gli avrebbe fatto sapere quanto disposto in merito alle loro richieste, tutti, invece di abbandonare l’Università e fare rientro alle loro case, rescindendo il contratto che di fatto già avevano manifestato di voler concludere, tornarono direttamente in cella. Uno dei fatti più curiosi fu proprio questo: sebbene fosse chiaro dal principio che i volontari avrebbero potuto scegliere di sottrarsi in qualsiasi momento dall’esperimento, nessuno interruppe la simulazione. Solo due studenti furono prelevati dalla “prigione”: uno a seguito di un crollo nervoso, episodio che scatenò perfino teorie complottiste all’interno del carcere, ove persistette per giorni la convinzione che questo ragazzo stesse pianificando una rivolta dall’esterno; l’altro venne prelevato a seguito di un problema medico e, nel momento in cui ebbe un crollo nervoso, lo stesso Zimbardo gli ricordò che era solo un esperimento e che avrebbe potuto andarsene in qualsiasi momento, il giovane sembrò quasi riprendere conoscenza, risvegliarsi dopo un lungo sonno e disse di volersene andare. Molti dei volontari infatti erano ormai totalmente immedesimati nei loro ruoli, convinti di essere realmente prigionieri e carcerieri: il loro rapporto con la realtà era evidentemente compromesso e comparvero i primi scompensi emotivi, ossia quello che viene chiamato “restringimento del sé”. Dopo il quinto giorno il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) e le guardie riuscirono a stento a contenere un tentativo di evasione da parte dei detenuti. Le guardie erano ormai diventate ingestibili, manifestavano delle tendenze sadiche si concedevano con maggiore frequenza ad atteggiamenti sempre più violenti nei confronti dei detenuti. Fu proprio per questo motivo che l’esperimento non venne portato a termine: infatti, per gli effetti nefasti prodottisi fino a quel momento, i ricercatori scelsero di interrompere la simulazione che, invece di durare due settimane, cessò all’alba del sesto giorno. È tuttavia probabile che l’esperimento sarebbe continuato se non fosse stato per l’intervento di una collaboratrice di Zimbardo che, attestato lo stato di degrado che si era venuto a creare, nonostante il disappunto dei ricercatori coinvolti e dello stesso Zimbardo, minacciò di denunciare tutto al rettore se non avessero interrotto la simulazione. Le conclusioni tratte da questo esperimento dimostrarono che in un contesto istituzionale, come può essere quello carcerario, in cui si assume un ruolo di controllo sugli altri, l’individuo può essere indotto ad assumere come regole predominanti quelle dettate dell’istituzione stessa, a discapito delle normali regole di condotta. Questo processo viene definito come deindividualizzazzione, che comporta una diminuzione de senso di sé e un aumento dell’identificazione negli scopi e nelle idee del gruppo di appartenenza. Le tesi alla base di questo esperimento vennero analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 intitolato “L’effetto Lucifero”.

Dott.ssa Francesca Nola

SCIENTOLOGY: Cosa si nasconde dietro la religione del governatore galattico “Xenu”?

“L’uomo è addormentato. È ipnotizzato. In Scientology inverti il processo e lo sveglierai.”, queste sono le parole di L. Ron Hubbard, scrittore di fantascienza che nel 1954, grazie alle sue idee fonda Scientology.
Ron Hubbard, nella sua vita ha dimostrato di avere una personalità squilibrata, basti pensare che negli anni 60 fece vari esperimenti per dare vita a un Anticristo e che quando la seconda moglie lo minacciò di lasciarlo se non avesse chiesto aiuto a uno psicologo, rapì la loro figlia e chiamò la moglie dicendo di aver ucciso la bambina facendola a pezzi. Hubbard confessò alla moglie che non era vero soltanto dopo alcuni giorni.
Il simbolo di Scientology è composto da una S che si sovrappone a due triangoli. La S è l’iniziale di Scientology mentre i triangoli rappresentano dei concetti importanti della religione. Il triangolo inferiore sta ad indicare la comprensione, quello superiore rappresenta invece conoscenza, responsabilità e controllo.
Il culto principale di Scientology riguarda la liberazione dell’anima, chiamata “thetan”.
Il “thetan” è un’entità immateriale, che si è reincarnata varie volte. Questa entità non riesce a realizzarsi a causa delle immagini traumatiche e negative vissute nelle vite precedenti chiamate “engram”.
Per liberare l’anima dagli engram la tecnica utilizzata da Scientology è quella dell’auditing.
Durante l’auditing, l’auditor utilizza un macchinario che misura le cariche elettriche per individuare gli engram, questo macchinario è chiamato “E-meter”. Grazie all’auditing e questo particolare macchinario è possibile eliminare gli engram. Eliminando gli engram, il fedele avanza di livello.
In Scientology, infatti sono diversi i livelli che un fedele deve superare, i principali sono il Preclear, Clear e Operating Thetan. Per progredire oltre all’auditing è necessario studiare del materiale fornito da Scientology come gli scritti di Hubbard. Tuttavia, le sessioni di auditing e il materiale fornito sono a pagamento e raggiungono costi spropositati, promettendo superpoteri come la telepatia e la lettura di libri a chilometri di distanza.
La religione che i fedeli apprendono, grazie al materiale fornito, è quella di “Xenu” un governante galattico alieno. Xenu 75 milioni di anni fa, governava tutti i pianeti di questa galassia, inclusa la Terra. Il problema di Xenu era la sovrappopolazione, per questo creo un piano. Radunò miliardi di persone, iniettò loro una miscela di alcohol e glycol per paralizzarli. Li mise a bordo di alcuni aerei e li imprigionò sulla Terra, alle pendici di vulcani, lì uccise tutti con delle bombe all’idrogeno. Tuttavia, poteva distruggere i corpi ma non l’anima per questa ragione dovette intrappolare le anime in delle scatole. Una volta intrappolate proiettò su queste anime dei filmati per diversi giorni, filmati che mostravano immagini false come Dio, il Diavolo e Gesù Cristo. Una volta abbandonato le scatole, le anime si sarebbero conglomerate a centinaia nella convinzione di essere tutte uguali prendendo possesso di pochi corpi rimasti sulla Terra dopo la catastrofe. Perciò ad oggi ognuno di noi è pieno di questi conglomerati chiamati “body thetans”, Scientology con il suo percorso ti offre la possibilità di rimuoverli.
Ma cosa si nasconde dietro questa “chiesa”?
Secondo alcuni esperti, i seguaci di Scientology vengono indotti a frequentare corsi sempre più onerosi, duranti i quali vengono sottoposti a stress fisici (lavori logoranti e diete ipoproteiche) e psicologici (letture forzate, pressioni e intimidazioni), lo scopo sarebbe quello di ridurre gli adepti in uno stato di totale soggezione.
Le testimonianze degli ex adepti sono sconcertanti.
Pedinamenti, minacce, molestie.
Secondo alcuni ex membri, uscire dalla setta è molto difficile.
Infatti, gli adepti che nutrono dei dubbi vengono portati in un luogo chiamato “buco”. Si tratta di un vero e proprio campo di prigionia con porte sbarrate, grate alle finestre, uscite presidiate. All’interno di questo luogo i metodi “rieducativi” consisterebbero in percosse, lavori forzati, pratiche umilianti.
Un dirigente racconta che è stato costretto a restare sotto la corrente gelida di un condizionatore mentre gli veniva lanciata dell’acqua, una donna racconta di essere stata picchiata finché non ha confessato di essere lesbica, e un altro membro che è stato costretto a leccare il pavimento del bagno per mezz’ora.
Negli Stati Uniti nel 2009, L’FBI indagò Scientology per violazione dei diritti umani, e nello stesso anno altri due ex membri fecero causa alla chiesa accusandola di lavori forzati. Il giudice si espresse a favore di Scientology, perché il Primo Emendamento protegge le religioni e le loro pratiche, portando l’FBI alla chiusura del caso nel 2011. Scientology riconosce di avere un sistema disciplinare per i suoi iscritti ma dichiara che non esiste un luogo simile al “buco”.

Dott.ssa Elena Novelli

Fattori di vulnerabilità delinquenziale: perché alcuni individui reagiscono con condotta criminosa ed altri no?

Perché alcuni individui rispondono con condotta criminosa a fattori delinquenziali, mentre altri, nelle medesime condizioni socio-economiche ed ambientali, rimangono conformi alle norme?
A tal proposito sono molte le spiegazioni fornite in letteratura da parte delle teorie individualistiche, psicologiche e psicosociali, ovvero: presenza di disturbi di personalità, conflitti interiori, frustrazioni, complessi della personalità, e molto altro, però queste caratteristiche non sono sufficienti a spiegare il “perché si delinque”.
La risposta al quesito posto, viene fornita nella seconda metà del Novecento dalle teorie multifattoriali dell’integrazione psicoambientale, le quali considerano contestualmente i vari fattori criminogeni individuali, somatici e/o psichici, e li indica come “componenti di vulnerabilità individuale” rispetto a fattori ambientali integrati con le “componenti di vulnerabilità ambientale”, legati a vari fattori sociali ai quali gli individui sono esposti.
Tra le teorie multifattoriali di maggior rilievo al fine di una più concreta spiegazione dell’argomento vi sono: la teoria non-direzionale dei coniugi Glueck, la teoria dei contenitori di Reckless e la teoria del controllo o del condizionamento sociale di Hirschi.

  • Teoria non-direzionale dei Glueck -> identifica i fattori familiari-situazionali e i fattori individuali più frequenti nei delinquenti minorenni. I risultati dopo 20 anni di ricerche hanno condotto a fattori nella maggior parte dei casi comuni tra i soggetti: dal punto di vista fisico, erano soggetti di costituzione robusta e muscolosa, con temperamento irrequieto ed impulsivo, con atteggiamenti ostili, rivendicativi, cresciuti in famiglie con poca coesione, con basso livello di aspirazione e scarsi valori sociali, infine l’atteggiamento dei genitori era o troppo severo o troppo permissivo, quindi non idoneo a fungere da modello di identificazione e a fornire una buona socializzazione.
  • Teoria dei contenitori di Reckless -> si prefigge l’obiettivo di spiegare il comportamento individuando quei fattori che favoriscono il contenimento della condotta nell’ambito della legalità. Reckless distinse i contenitori interni, rappresentati da aspetti psicologici più idonei a favorire l’interazione sociale, ovvero: autocontrollo, forza di volontà, tolleranza alle frustrazioni, senso di responsabilità, adeguata socializzazione; dai contenitori esterni, rappresentati dall’insieme delle caratteristiche dell’ambiente nel quale il soggetto vive, ad es. aspettative di successo sociale legate al ceto, alle relazioni, alla professione. Il sociologo e criminologo americano Reckless è giunto alla conclusione che quanto maggiori sono le prospettive di successo tanto più gli individui utilizzano mezzi legittimi per raggiungere i propri obiettivi, anche se i contenitori interni sono carenti, perché le variabili psicologiche e le variabili ambientali si integrano; mentre se i contenitori sia interni che esterni sono deboli, prevalgono stimoli che favoriscono un comportamento deviante.
  • Teoria del controllo o del condizionamento sociale di Hirschi -> Trevort Hirschi ritiene che in ogni individuo vi siano “spinte devianti” e che questo sia normale, il suo obiettivo è comprendere quali sono i fattori che impediscono l’adempimento del crimine. Per comprendere tali fattori studia la socializzazione, intesa come controllo o legame sociale, all’interno dei rapporti sociali, ed individua 4 fattori:
  • Attaccamento, con riferimento ai rapporti familiari, amicali, con i compagni di classe, ecc;
  • Impegno in attività convenzionali;
  • Coinvolgimento nelle mete socialmente approvate, come trovare un buon lavoro e assumere uno stile di vita responsabile;
  • Fede nella validità morale delle norme sociali.

Il nostro lavoro di ricerca è stato incentrato su una delle due prospettive ideologiche della sociologia criminale del dopoguerra, ovvero la criminologia del consenso, che incorpora teorie con la prospettiva di ricondurre i soggetti devianti e criminali alla conformità sociale, ovvero all’accettazione delle norme istituzionali e sociali. Abbiamo quindi tralasciato le teorie del conflitto, incentrate sui conflitti tra diverse classi sociali.
In conclusione con questo lavoro di sintesi abbiamo voluto delineare le cause della condotta criminale e i fattori di vulnerabilità dell’individuo che favoriscono le scelte delinquenziali in taluni soggetti.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Il delitto di tortura nell’ordinamento italiano: norma di legge o utopia giuridica?

Con la Legge n. 110/2017, l’Italia ha finalmente dato attuazione agli obblighi di tutela penale di natura sovranazionale derivanti dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1989. Tale legge ha infatti consentito l’introduzione degli articoli 613-bis e 613-ter all’interno del codice penale nazionale, che puniscono rispettivamente la tortura e l’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura. Tuttavia, le disposizioni in esame, nonché la stessa legge, presentano diversi profili problematici che all’epoca diedero adito a numerosi rilievi critici.
Anzitutto, la dottrina evidenziò come il legislatore scelse di configurare il nuovo delitto di tortura come una fattispecie a disvalore progressivo – precisando così una già specifica scelta di politica criminale e distaccandosi dalle indicazioni fornite dagli organi internazionali – poiché il delitto di tortura così come attualmente previsto incrimina sia le ipotesi di c.d. “tortura comune”, commessa cioè nell’ambito dei rapporti tra privati, sia quelle di c.d. “tortura di Stato”, ossia commessa nell’ambito dei rapporti “verticali” tra chi agisce in nome e per conto dello Stato e il normale cittadino.
Un altro aspetto discutibile attiene al primo comma dell’articolo 613-bis c.p. in cui si descrive il delitto di tortura come una fattispecie di reato comune, che può quindi essere commessa da chiunque e non unicamente da soggetti che abbiano particolare rapporto con la vittima o che rivestano una determinata qualifica a differenza di quanto imposto dalle convenzioni internazionali. Invero, il cuore del problema risiede nella qualificazione del soggetto passivo: questo viene infatti individuato nella “persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa”. Questa definizione evidentemente stride con quella che la stessa norma fornisce del soggetto attivo, poiché se da un lato non viene richiesto alcun tipo di rapporto tra autore e vittima, dall’altro la qualificazione dei soggetti passivi limita fortemente l’applicazione in concreto della norma, circoscrivendone l’operatività unicamente a quei casi in cui sia presente ed apprezzabile un rapporto qualificato con il soggetto passivo.
Rispetto alla condotta del reato, la norma richiede in alternativa che vengano usate violenze o minacce gravi, oppure che si agisca con crudeltà. Viene infatti precisato che per potersi configurare il delitto di cui all’articolo 613-bis, il fatto deve essere commesso con più condotte e che queste debbano potersi ritenere gravi. Sotto questo profilo, una delle critiche più dure mosse al testo normativo attiene proprio al fatto che, così facendo, il legislatore scelse consapevolmente di escludere dall’ambito di applicazione della norma la singola violenza o minaccia, snaturando il reato e precludendone l’applicazione a tutta una serie di forme moderne di tortura; inoltre, richiedendo la norma che le torture siano gravi, si escludono automaticamente tutte quelle condotte che si caratterizzano per la particolare tenuità, ma non per questo meno gravi o tollerabili dall’ordinamento. Un ulteriore criticità riguarda il secondo comma dell’articolo 613-bis c.p. che punisce la tortura perpetrata dai pubblici ufficiali o dagli incaricati di pubblico servizio. A riguardo va ricordato che la lacuna vera e propria del nostro ordinamento era relativa proprio a questo tipo di tortura, di cui negli anni non sono mancati eclatanti esempi e per cui più volte le Corti internazionali hanno condannato l’Italia. Se da un lato, per la definizione della condotta rilevante venne apprezzata l’aggiunta del requisito dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti la funziona al fine di tenere conto del fatto che gli agenti, in situazioni di necessità e proporzionalmente alle loro funzioni, sono legittimati all’uso della forza, dall’altro, sempre per ragioni dettate dal compromesso, questa scelta rese ardua l’applicazione e la qualificazione giuridica del secondo comma che, secondo questa chiave di lettura, dovrebbe essere considerato come una circostanza aggravante speciale legata alla presenza della qualifica del soggetto attivo e non come un reato a sé stante. Così facendo, il legislatore nazionale scelse di rendere inefficace la norma per la repressione della c.d. tortura di Stato.
Altro aspetto problematico riguarda il terzo comma dell’articolo 613-bis c.p. secondo cui “il comma precedente non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Questa disposizione venne introdotta per risponde ai problemi legati al sovraffollamento carcerario, per cui, come è noto, l’Italia è stata più volte sanzionata; il fine reale, però, fu quello di evitare che i direttori delle carceri fossero punibili ai sensi dell’articolo 613-bis per aver rinchiuso l’ennesimo detenuto in una cella che sanno essere sovraffollata. Infatti, altre chiavi di lettura di tale disposizione ne evidenzierebbero solamente l’inutilità rispetto alle scriminanti già presenti nel nostro ordinamento, quali la legittima difesa e lo stato di necessità.
Alla luce di tutte le criticità sollevate, pare evidente che il legislatore, operando una scelta di compromesso politico, abbia consapevolmente scelto di introdurre nel codice penale nazionale una disposizione chiaramente inefficace, o quantomeno di difficile applicazione, per le finalità di tutela imposte dalle Corti internazionali. Nonostante siano attualmente al vaglio dei giudici nazionali alcuni episodi di tortura, la norma così come attualmente prevista difficilmente porterà all’ottenimento di una condanna.

• Dott.ssa Francesca Nola

“L’abbraccio” delle sette, tra fragilità e manipolazione.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal Cesap, Centro abusi psicologici, risalenti al 2015, sono 500 le “comunità spirituali” presenti in Italia. Calcolare una stima precisa del numero degli adepti delle sette è pressoché impossibile, è verosimile considerare un numero che oscilla tra uno e due milioni di adepti.

La parola setta deriva dal latino Sector che significa “seguire”.
Le sette hanno una struttura di tipo piramidale. Al vertice di ogni setta c’è il leader carismatico, vale a dire il maestro spirituale che a seconda del tipo di setta può essere chiamato “gran sacerdote”, “maestro” o “guru”. Quando la setta è composta da pochi membri il leader nei riti religiosi assume anche il ruolo di sacerdote, quando sono di grandi dimensioni invece il leader delega la celebrazione ai “ministri”, ovvero alle figure anziane. In genere gli adepti entrano volontariamente nella setta, ma questo avviene tramite manipolazione.

Sono state individuate quattro tipologie di sette:
• Sette radicali rifiutano il mondo e professano una religione che si ispira agli ideali di purificazione;
• Sette ascetico-intramondane si propongono di costruire sulla terra il regno della salvezza;
• Sette mistico-realistiche si ispirano a modelli spirituali di origine orientale;
• Sette terapeutiche e sincretiche il leader viene ritenuto portatore di poteri di guarigione fisica e psichica.

Le fasi tramite le quali un nuovo adepto diviene membro dalla setta sono tre.
La prima fase prevede l’isolamento dell’adepto mediante l’allontanamento dalla comunità, la somministrazione a una bomba di affettuosità (love bomb), la rimozione della privacy, l’obbligo del conferimento al gruppo di tutti i redditi.
La seconda fase prevede l’indottrinamento dell’adepto, l’incoraggiamento all’obbedienza cieca, uso di preghiere.
La terza fase prevede la sottoposizione ad attività fisica intensa e prolungata, privazione del sonno, abitudine ad usare un linguaggio criptico per rendere difficile la comunicazione con l’esterno.

Le sette spesso mettono in atto dei comportamenti criminali.
Tra questi vi sono:
• Esercizio abusivo di professioni mediche e psicologiche;
• Truffe e frodi;
• Violenze sessuali;
• Comportamenti violenti;
• Istigazione al suicidio e omicidio;
• Profanazione di cimiteri;
• Maltrattamento di animali;

Per la persona, essere adescati da una setta può portare numerose conseguenze di natura sia fisica (perdita del sonno, problemi alimentari, incuria medica) che psicologica (vengono inculcate nell’adepto fobie, insicurezze, paranoie sensi di colpa). Inoltre, le conseguenze si riversano anche sull’ambito familiare, sociale e lavorativo, spesso ci si ritrova senza amici e si viene licenziati.
Uscire da una setta è molto difficile, spesso sono i familiari ad aiutare le vittime e a rivolgersi alle autorità competenti. Nel 2017 sono state 399 le denunce da parte dei parenti delle vittime.
In questo scenario dove il numero delle sette è in continua crescita, per questo la Polizia di Stato ha creato un reparto investigativo ad hoc: la Squadra Anti Sette.

Quando sentiamo parlare di sette, spesso pensiamo a questo fenomeno come qualcosa di lontano, che non ci tocca. In realtà il fenomeno delle sette è un fenomeno insidioso, i membri delle sette sfruttano quelle che sono le nostre debolezze per attirarci e poi renderci loro succubi. Le vittime preferite sono coloro che stanno passando un periodo particolarmente difficile della loro vita, come potrebbe essere un lutto, quest’ultime, essendo particolarmente fragili, sono più facilmente manipolabili. A ognuno di noi è capitato di passare un momento della vita particolarmente delicato e il rischio di cadere nelle loro trappole è sempre in agguato. Ognuno di noi è una potenziale vittima. Uscirne non è semplice, i meccanismi manipolatori e di isolamento delle sette portano la vittima a ritrovarsi da sola, senza aiuti provenienti dall’esterno e con profondi sensi di colpa se soltanto si pensa di tradire il “guru”. Spesso una volta uscite queste persone hanno bisogno di aiuto psicologico e di un percorso psicoterapeuta, insomma il fenomeno delle sette non è assolutamente sottovalutabile.

Dott.ssa Elena Novelli