Il delitto di tortura nell’ordinamento italiano: norma di legge o utopia giuridica?

Con la Legge n. 110/2017, l’Italia ha finalmente dato attuazione agli obblighi di tutela penale di natura sovranazionale derivanti dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1989. Tale legge ha infatti consentito l’introduzione degli articoli 613-bis e 613-ter all’interno del codice penale nazionale, che puniscono rispettivamente la tortura e l’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura. Tuttavia, le disposizioni in esame, nonché la stessa legge, presentano diversi profili problematici che all’epoca diedero adito a numerosi rilievi critici.
Anzitutto, la dottrina evidenziò come il legislatore scelse di configurare il nuovo delitto di tortura come una fattispecie a disvalore progressivo – precisando così una già specifica scelta di politica criminale e distaccandosi dalle indicazioni fornite dagli organi internazionali – poiché il delitto di tortura così come attualmente previsto incrimina sia le ipotesi di c.d. “tortura comune”, commessa cioè nell’ambito dei rapporti tra privati, sia quelle di c.d. “tortura di Stato”, ossia commessa nell’ambito dei rapporti “verticali” tra chi agisce in nome e per conto dello Stato e il normale cittadino.
Un altro aspetto discutibile attiene al primo comma dell’articolo 613-bis c.p. in cui si descrive il delitto di tortura come una fattispecie di reato comune, che può quindi essere commessa da chiunque e non unicamente da soggetti che abbiano particolare rapporto con la vittima o che rivestano una determinata qualifica a differenza di quanto imposto dalle convenzioni internazionali. Invero, il cuore del problema risiede nella qualificazione del soggetto passivo: questo viene infatti individuato nella “persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa”. Questa definizione evidentemente stride con quella che la stessa norma fornisce del soggetto attivo, poiché se da un lato non viene richiesto alcun tipo di rapporto tra autore e vittima, dall’altro la qualificazione dei soggetti passivi limita fortemente l’applicazione in concreto della norma, circoscrivendone l’operatività unicamente a quei casi in cui sia presente ed apprezzabile un rapporto qualificato con il soggetto passivo.
Rispetto alla condotta del reato, la norma richiede in alternativa che vengano usate violenze o minacce gravi, oppure che si agisca con crudeltà. Viene infatti precisato che per potersi configurare il delitto di cui all’articolo 613-bis, il fatto deve essere commesso con più condotte e che queste debbano potersi ritenere gravi. Sotto questo profilo, una delle critiche più dure mosse al testo normativo attiene proprio al fatto che, così facendo, il legislatore scelse consapevolmente di escludere dall’ambito di applicazione della norma la singola violenza o minaccia, snaturando il reato e precludendone l’applicazione a tutta una serie di forme moderne di tortura; inoltre, richiedendo la norma che le torture siano gravi, si escludono automaticamente tutte quelle condotte che si caratterizzano per la particolare tenuità, ma non per questo meno gravi o tollerabili dall’ordinamento. Un ulteriore criticità riguarda il secondo comma dell’articolo 613-bis c.p. che punisce la tortura perpetrata dai pubblici ufficiali o dagli incaricati di pubblico servizio. A riguardo va ricordato che la lacuna vera e propria del nostro ordinamento era relativa proprio a questo tipo di tortura, di cui negli anni non sono mancati eclatanti esempi e per cui più volte le Corti internazionali hanno condannato l’Italia. Se da un lato, per la definizione della condotta rilevante venne apprezzata l’aggiunta del requisito dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti la funziona al fine di tenere conto del fatto che gli agenti, in situazioni di necessità e proporzionalmente alle loro funzioni, sono legittimati all’uso della forza, dall’altro, sempre per ragioni dettate dal compromesso, questa scelta rese ardua l’applicazione e la qualificazione giuridica del secondo comma che, secondo questa chiave di lettura, dovrebbe essere considerato come una circostanza aggravante speciale legata alla presenza della qualifica del soggetto attivo e non come un reato a sé stante. Così facendo, il legislatore nazionale scelse di rendere inefficace la norma per la repressione della c.d. tortura di Stato.
Altro aspetto problematico riguarda il terzo comma dell’articolo 613-bis c.p. secondo cui “il comma precedente non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Questa disposizione venne introdotta per risponde ai problemi legati al sovraffollamento carcerario, per cui, come è noto, l’Italia è stata più volte sanzionata; il fine reale, però, fu quello di evitare che i direttori delle carceri fossero punibili ai sensi dell’articolo 613-bis per aver rinchiuso l’ennesimo detenuto in una cella che sanno essere sovraffollata. Infatti, altre chiavi di lettura di tale disposizione ne evidenzierebbero solamente l’inutilità rispetto alle scriminanti già presenti nel nostro ordinamento, quali la legittima difesa e lo stato di necessità.
Alla luce di tutte le criticità sollevate, pare evidente che il legislatore, operando una scelta di compromesso politico, abbia consapevolmente scelto di introdurre nel codice penale nazionale una disposizione chiaramente inefficace, o quantomeno di difficile applicazione, per le finalità di tutela imposte dalle Corti internazionali. Nonostante siano attualmente al vaglio dei giudici nazionali alcuni episodi di tortura, la norma così come attualmente prevista difficilmente porterà all’ottenimento di una condanna.

• Dott.ssa Francesca Nola

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