Serial killer: Cosa si nasconde dietro un pluriomicida?

Il serial killer o assassino seriale è un ‭pluriomicida‬ di natura ‭compulsiva‬, che uccide persone spesso totalmente estranee senza o con regolarità nel tempo e con un ‭modus ‬operandi‭ caratteristico. La natura compulsiva‬ dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera ‭emotivo-sessuale‬.
Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto
che, oggi, se ne sente parlare così di frequente. Certamente gli imperatori Nerone e Caligola erano degli assassini seriali in piena regola: uccidevano per il solo gusto di sperimentare nuove emozioni, quando erano annoiati dalla monotonia della vita
quotidiana.
Con il termine serial killer non si vuole
indicare neppure chi compie semplicemente più omicidi, chi uccide più persone in uno stesso momento (pluriomicidi) o in tempi successivi (assassini recidivi), alla stregua del significato che si è imposto nel linguaggio comune e dei media; costoro non sono in senso stretto serial killer. Gli assassini seriali sono altra cosa e chi è “del
mestiere”, cioè chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, ha tradizionalmente usato questo termine per indicare soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per
il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.

‭Il periodo che intercorre tra un omicidio e l’altro viene definito “periodo di raffreddamento emotivo o intervallo emotivo”, il quale serve al seriale per rielaborare e rivivere il piacere ricevuto dal primo omicidio eseguito perché si nutre del ‬
‭piacere derivato da quel tipo di azione, un piacere che gradatamente nel tempo va scemando fino al desiderio del nuovo impulso omicida, quel bisogno a ricercare nuovamente quel tipo di piacere, che può durare anche un numero molto elevato di anni che sono funzionali al seriale per elaborare le conseguenze del crimine per poter condurre una vita pressoché serena, tranquilla e normale tra un omicidio e l’altro.‬

Nell’ultimo secolo l’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere.
Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial
killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial
killer venne coniata negli Stati Uniti, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti presentano il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.
Non deve perciò stupire che, generalmente, si identifichi il serial killer con l’omicida sadico che rapisce le sue vittime e le uccide secondo un rituale di ferocia, che può prevedere ogni genere di sevizie, torture e violenze sessuali pre o post mortem, compresi fenomeni di cannibalismo, vampirismo e necrofilia.
Occorre, però, specificare che il legame sesso-violenza è si un movente fondamentale del meccanismo psicodinamico dell’assassino seriale, ma è altresì soltanto una parte, seppur la più consistente, dell’ampio ventaglio di motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.

La differenza tra un omicida “qualunque” e un serial killer è nel momento in cui uccidono qualcuno: quando una persona qualunque, in preda ad un istinto passionale, piuttosto che ad un bisogno utilitaristico, uccide un’altra persona è portata a distanziarsi velocemente fisicamente da quel corpo perché prova un profondo senso di aberrazione, di disgusto, di dispiacere per il cadavere e
soprattutto prova un profondo senso di frustrazione rispetto a se stesso per il gesto che ha compiuto, quindi nutre l’esigenza di distanziarsi da quella morte, anche fisicamente. Il serial killer invece raggiunge il massimo del piacere nel momento successivo all’uccisione della vittima, traspone su quel corpo la sua personalità, perché ha bisogno di rimanere in contatto con quel corpo, infatti non se ne distanzia, spesso lo tocca, lo manipola, dispone il corpo privo di vita come vuole, agendo sullo stesso.
‭Tutti i serial killer hanno l’impulso irresistibile a ricercare un contatto diretto con la morte ed è proprio ‬questo impulso ‭necromanico ‬a motivare ripetutamente il seriale ad uccidere. Molti SK amano avere rapporti sessuali con i propri cadaveri, qualcuno di loro porta via con sé delle parti del corpo, qualcuno conserva i feticci come trofeo.

Nei crimini seriali, la scena del crimine rappresenta un’ enorme fonte di acquisizione di informazioni, sia per il principio dell’interscambio di Locard, sia perché col ripetersi degli omicidi, il SK inevitabilmente racconta agli investigatori qualcosa di sé.
Quindi per comprendere il comportamento seriale dobbiamo analizzare il ‭modus operandi‬, cioè la modalità con la quale un assassino mette in atto il comportamento illecito ed assume i passaggi necessari al compimento del reato:

  • la scelta di una specifica arma e la scelta di una specifica modalità, nel corso della sua carriera in serial killer modifica il proprio m.o. perché c’è la crescente possibilità di dar voce ai propri bisogni;
  • la cosiddetta signature,‭ la firma, ‬che non rappresenta un comportamento indispensabile per portare a compimento l’azione criminale. Evidenzia, piuttosto, un bisogno psicologico profondo, un messaggio più o meno consapevole lanciato agli investigatori e, come tale, si presenta con costanza nei successivi delitti quasi come‭ il biglietto da visita del criminale‬, cioè quel qualcosa che ci permette di attribuire un determinato delitto ad una specifica mano e attraverso la quale possiamo ricondurre tutti gli omicidi all’agire di una sola persona, quindi è quell’elemento fisso e immutabile;
  • lo ‭staging‬ è l’alterazione o manipolazione volontaria della scena del crimine e della disposizione della vittima, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il seriale sposta, manipola nuovi oggetti, porta via cose o addirittura fa delle azioni che alterano la lettura della scena del crimine per fare in modo che quando arrivano le forze dell’ordine possono non comprendere o perdere dei segnali significativi;
  • l’‭undoing‬, cioè tutti quei comportamenti che il serial killer pone in essere sulla scena del crimine che sono riconducibili ad una sorta di rimorso dell’omicida che cerca di ricomporre il corpo, di restituire dignità alla vittima post mortem, di conseguenza mette in pratica delle azioni di riparazione come, ricoprire il volto della vittima, spostare il corpo, ricomporlo in una posizione di dignità;
  • forensic awareness, altro elemento fondamentale del comportamento dell’assassino, che può essere definito come l’attenzione del criminale a tutti quegli accorgimenti prima, durante e dopo la commissione del reato, finalizzati a non lasciare tracce o indizi che possano far risalire alla sua identità;
  • in fine l’‭overkilling‬, il cosiddetto accanimento oltre la morte, quell’accanimento esasperato sulla vittima, per esempio infliggendo una serie infinita di colpi di arma da punta e taglio o comunque con delle azioni lesive fortemente deturpanti per il corpo, l’intimità di quel corpo che sono null’altro che la trasposizione dei bisogni emotivi che il killer proietta sul corpo della vittima.

Caratteristica del modus operandi è quella che evolve con il tempo, ovvero con l’evoluzione psicologica comportamentale del criminale, perché se un criminale cresce rispetto alle proprie esperienze esistenziali, rispetto alla sicurezza che gli deriva dal suo comportamento criminale, rispetto alla soddisfazione, cresce rispetto a quella che è la sua padronanza, sicurezza, serenità, anche rispetto al proprio comportamento criminale parallelamente crescerà anche nel metodo, quindi la personalità che il soggetto rifletteva nella prima azione omicidiaria va evolversi, la personalità che si traspone nel primo atto è diversa dalla personalità che si traspone nel secondo atto, seppur rimarranno sempre costanti degli elementi che ci permetteranno di ricondurre quell’azione alla stessa mano.
Un esempio è il Mostro di Firenze.

Per i ricercatori, l’omicidio seriale rappresenta una modalità comportamentale unica e originale, che fonda le proprie radici e si alimenta nella violenza. Possiamo concludere dicendo che il comportamento criminale è comunque un comportamento umano, pertanto costituito da un’integrazione tra eredità e ambiente.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

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