Figlicidio materno: “Vite finite ancor prima di cominciare”.


L’essere madre porta con sé tante gioie ma anche difficoltà, paure e sofferenze. La teoria dell’attaccamento insegna come sia fondamentale la figura materna e l’accudimento e il nutrimento del proprio figlio per costruire una relazione madre-bambino stabile e sicura.
Al giorno d’oggi sarebbe meglio parlare di “sentimento materno”, piuttosto che di istinto materno, perché culturalmente e non biologicamente determinato. Infatti la maternità si caratterizza, in termini freudiani, dall’equilibrio della compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche; se questo equilibrio viene a mancare può comportare ciò che viene definito “figlicidio materno”. La letteratura criminologica fa una distinzione sulla base dell’età della vittima: l’uccisione entro le 24h dalla nascita è denominata neonaticidio, mentre per infanticidio si intende l’uccisione di un bambino entro il primo anno di vita anche se spesso il termine viene utilizzato in modo più generico per indicare l’uccisione di un bambino in tenera età, infine quando si parla di figlicidio, si fa riferimento all’uccisione di un figlio da parte di un genitore, dal primo anno di vita in poi.
La prima importante tassonomia motivazionale del figlicidio, è stata realizzata dallo psichiatra Philip Resnick nel 1969, tutt’oggi le cinque categorie sono le più rappresentative:
1. figlicidio altruistico, il figlio viene ucciso perché la mamma vuole evitare una sofferenza futura come quella che ha vissuto in prima persona. Solitamente la stessa madre tenta il suicidio dopo aver commesso l’omicidio perché si trova in una condizione psicopatologica delirante;
2. figlicidio psicotico, il figlio viene vissuto come un persecutore, un’entità negativa da eliminare, perché la mamma soffre di un grave disturbo psicopatologico, come la schizzofrenia, o vivono una psicosi post-partum;
3. figlicidio del bambino non voluto, il figlio è frutto di una violenza o di una gravidanza non desiderata, di paternità incerta; solitamente la madre non ha instaurato alcun legame col figlio e vive angosce claustrofobiche;
4. figlicidio accidentale o “Fatal Battered Child Syndrome”, il figlio muore perché viene posto dalla madre in condizioni potenzialmente pericolose; in questi casi la madre trascura gravemente il bambino fino a condurlo alla morte, pur senza volerlo;
5. figlicidio come vendetta verso il coniuge, la cosiddetta “sindrome di Medea”, ovvero la madre uccide il proprio figlio per procurare sofferenza al proprio partner, a seguito di un tradimento, di un rifiuto o di un evento traumatico per la donna.
Ad oggi, a seguito di numerosi studi condotti soprattutto in Europa e in America, si è giunti a ritenere che i disturbi psicotici sono a più alto rischio di figlicidio e suicidio, rispetto ai disturbi depressivi post-partum, e che vi è un’elevata percentuale di disturbi di personalità tra madri autrici di figlicidio.
In conclusione possiamo dire che malgrado viviamo in una società come quella attuale, in cui il bambino viene tutelato e difeso da norme giuridiche specifiche, il fenomeno del figlicidio resta uno dei delitti che nell’opinione pubblica suscita un allarme sociale sempre più forte, sia perché queste azioni si verificano in un ambiente familiare sia per l’estrema efferatezza con cui spesso si manifesta la condotta omicida della madre.

Dott.ssa Anthea Grimaldi


*Testi consigliati:

“Medea tra noi. Le madri che uccidono il proprio figlio” di Giancarlo Nivoli
“Madri che uccidono: le voci agghiaccianti e disperate di oltre trecento donne che hanno assassinato i loro figli” di Matteo Villanova e Vincenzo Maria Mastronardi
“L’amore assassino. Storie di madri che uccidono” di Rosella Simone ed Ermanno Gallo.

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