George Junius Stinney Jr.: la storia del più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti d’America

George Junius Stinney Jr. è stato il più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti; egli, infatti, al momento dell’esecuzione della pena capitale aveva solamente 14 anni. Il ragazzo era un afroamericano originario di Alcolu, una cittadina della California del sud e viveva con la propria famiglia nel “quartiere nero” della città, presso alloggi forniti dal datore di lavoro del padre, un operaio di una segheria locale. La vicenda avvenne negli anni ‘40, quando in America l’odio razziale era molto forte e la separazione tra individui neri e bianchi era netta e a tratti violenta: all’epoca infatti esistevano interi quartieri, locali, scuole e chiese per soli bianchi dove i neri non potevano assolutamente accedere. Il 23 marzo del 1944 i corpi di due bambine bianche di 11 e 7 anni vennero ritrovati riversi in un fosso all’interno del “quartiere nero” della città, colpiti mortalmente alla testa e al volto da un oggetto non ben identificato, probabilmente di metallo e dalla punta arrotondata, simile a un martello e presumibilmente rinvenuto nei pressi del luogo del delitto, non vi erano segni di violenza sessuale. Le due minori furono viste vive per l’ultima volta in sella alle loro biciclette mentre cercavano fiori e chiedevano informazioni al giovane Stinney e a sua sorella Aime su un luogo nelle vicinanze in cui avrebbero potuto trovarne. Quella sera stessa, quando i genitori si accorsero che le bambine non avevano fatto rientro a casa, la città si mobilitò subito per ritrovarle; vennero organizzate delle squadre di ricerca alle quali prese parte anche il padre di Stinney e poche ore dopo vennero ritrovati i due corpi. Già al mattino seguente i giornali riportarono la notizia della cattura del loro feroce assassino; secondo le autorità si trattava di colui che per ultimo aveva visto le ragazze in vita, ovvero il piccolo George Stinney. Il ragazzo venne immediatamente arrestato e portato in carcere, ove a detta degli agenti confessò e indicò il luogo in cui aveva nascosto l’arma del delitto, una barra di ferro di pochi centimetri. Non vi è tuttavia alcuna traccia che attesti la veridicità di quanto riferito dagli agenti, poiché non venne mai redatta alcuna confessione scritta e firmata da Stinney; è probabile che sia stata invece estorta con la forza al fine di garantire un colpevole alla giustizia. Stinney rimase in isolamento in carcere per 81 giorni in attesa del processo, senza poter vedere nessuno, nemmeno i propri genitori, che nel mentre furono costretti ad abbandonare la città perché perseguitati. Il processo, compresa la scelta dei membri della giuria, durò solamente un giorno. Il ragazzo venne interrogato da solo, condotto a giudizio senza la possibilità di avvalersi di un avvocato di fiducia e in assenza dei genitori, non ammessi in aula; la giuria era composta unicamente da membri bianchi che dopo 2 ore di processo impiegarono solamente 10 minuti per formulare la sentenza di condanna, emessa senza la presenza di prove fisiche e basata unicamente sulle testimonianze degli agenti coinvolti e del medico legale. L’esito del processo fu il peggiore possibile: condanna a morte mediante sedia elettrica. L’avvocato di Stinney non propose appello avverso a tale sentenza e non venne fatta alcuna trascrizione di quanto avvenuto quel giorno in aula. La famiglia si rivolse al Governatore affinché mostrasse clemenza nei confronti del ragazzo vista la sua tenera età, appello che però rimase inascoltato poiché il 16 giugno del 1944, dopo soli 83 giorni dall’arresto, Stinney fu giustiziato presso il Central Correctional Institution di Colombia ove era detenuto. Quel giorno Stinney portò con sé la sua Bibbia, la stessa che il ragazzo aveva tenuto in mano durante il processo e che, ironia della sorte, fu utilizzata come rialzo sulla sedia elettrica per facilitarne l’esecuzione, resasi difficoltosa per la bassa statura e il peso del ragazzo dovuti alla sua giovane età. Nei primi anni 2000, George Frierson, noto legale statunitense, decise di approfondire la vicenda rimasta sconosciuta per troppo tempo e, assieme a un pool di legali e alla Civil Rights and Restorative Justice Project della Northeastern University School of Law, lavorarono pro bono per la famiglia di Stinney e riuscirono ad ottenere la riapertura del caso. Frierson infatti sostenne che vi era un’altra persona, già deceduta, che si era proclamata colpevole per quegli omicidi sul letto di morte, confessando tutto a un familiare. L’uomo in questione era un bianco, membro di una famiglia facoltosa della città e un cui parente era stato nominato tra i giurati del processo di Stinney e aveva presumibilmente spinto per una condanna a suo carico. Il processo fu riaperto nel 2014 e i legali fornirono le nuove prove, tra cui le testimonianze dei fratelli di Stinney, che sostennero che il fratello si trovava con loro al momento degli omicidi, di colui che rinvenne per primo i corpi e che, data l’assenza di sangue sul luogo del delitto, ipotizzò che l’omicidio fosse avvenuto altrove e che i cadaveri fossero stati spostati solo in un secondo momento, e di un compagno di cella di Stinney a cui aveva confidato l’estorsione della confessione da parte degli agenti. Il nuovo giudice, Carmen Mullen, invece di continuare con il processo, decise di annullare la sentenza di condanna nei confronti di Stinney per mancanza di un giusto ed equo processo, per violazione del diritto di difesa in quanto il giovane non era stato correttamente assistito in giudizio e per l’inammissibilità della confessione perché probabilmente estorta, senza pronunciarsi sulla colpevolezza o meno di Stinney. Grazie al lavoro di questi grandi legali, la vicenda uscì dal dimenticatoio e la memoria di Stinney venne riabilitata. Si dice inoltre che il regista Frank Darabont prese ispirazione dalla vicenda di Stinney per scrivere la sceneggiatura di uno dei suoi più grandi capolavori: il noto film “Il miglio verde”.

Dott.ssa Francesca Nola

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