Colloquio criminologico: il linguaggio del corpo può smascherare una menzogna?

Sin dalle origini dell’umanità è accertato il ricorso all’utilizzo del linguaggio del corpo al fine di comunicare qualcosa a qualcuno. La pratica del comunicare, rappresenta una relazione di carattere cognitivo, emozionale, operativo, tra persone che diventano, in diversa misura, reciprocamente dipendenti e comprensive.

Alcuni autori, tra cui P. Watzlawich, J. H. Beavin e Don D. Jackson, hanno identificato cinque proprietà alla base della comunicazione umana:

⁃ non si può non comunicare, perché sia le parole che il silenzio hanno valore di messaggio;

⁃ ogni comunicazione ha un contenuto cioè una notizia ed una relazione alla notizia. Seppur il contenuto sia uguale, esso potrebbe suscitare significati differenti se detto urlando o sorridendo;

⁃ la relazione tra due interlocutori dipende dalla punteggiatura utilizzata nella comunicazione dei contenuti; ad es. i conflitti relazionali avranno una sequenza di scambi caratterizzata da punteggiatura conflittuale;

⁃ gli esseri umani comunicano sia con il metodo numerico cioè comunicazione verbale, tutto ciò che si esprime attraverso le parole; che con il metodo analogico, ovvero comunicazione non verbale, che comprende gli aspetti comunicativi non semantici;

⁃ gli scambi comunicativi possono essere simmetrici, ovvero basati sull’uguaglianza, perché un interlocutore si rispecchia nel linguaggio dell’altro, o complementari, basati sulla differenza esistente tra le persone.

Nell’ambito criminologico in cui ci troviamo, è preferibile concentrarsi sul linguaggio del corpo perché gli operatori del trattamento penitenziario e rieducativo prestano o dovrebbero prestare molta attenzione a ciò che i soggetti condannati in via definitiva celano dietro frasi che apparentemente sembrano reali, ma che in realtà se si riesce a decifrare la comunicazione non verbale, si comprende la menzogna deliberata e volontaria attuata per manipolare le informazioni al fine di ottenere vantaggi sia materiali che interpersonali.

Le due figure, titolari per eccellenza del trattamento rieducativo sono: l’esperto ex art.80 o.p. e il funzionario giuridico-pedagogico ovvero l’educatore penitenziario, poi vi sono altre figure che rivestono ruoli di vario livello, nell’ambito della rieducazione: gli amministratori di culto, gli assistenti sociali e il personale di polizia penitenziaria. Queste due figure di esperti, utilizzano il colloquio criminologico come tecnica e strumento di comunicazione con il soggetto autore di reato, mediante il quale poter analizzare la criminogenesi, che fa riferimento all’evoluzione dei fatti che hanno portato all’evento criminoso e allo studio delle motivazioni alla base della commissione del reato, e la criminodinamica, ovvero la ricostruzione del fatto reato, attraverso modalità e tempistiche dell’evento; ricostruire la personalità del soggetto; determinare la presenza e il grado di pericolosità sociale del soggetto e tracciare i percorsi di vita alternativi alla detenzione.

Al termine del ciclo di colloqui, l’esperto incaricato scriverà una relazione con la sintesi dei dati ricavati durante gli incontri con il reo, destinata al GOT ovvero a soggetto con professionalità differenti: assistenti sociali, educatori, giuristi e psicologi, per questo la stesura deve contenere un linguaggio fruibile, comprensibile ed utile al fine di poter individuare, se ritenuta applicabile, una misura alternativa alla detenzione. L’esperto, durante il colloquio criminologico, deve avere chiari gli indicatori che potrebbero essere utili all’individuazione della menzogna.

Il linguaggio del corpo riveste un ruolo importante nell’individuazione di indicatori non verbali visivi della menzogna, ad es. il reo, anziché distogliere lo sguardo come spesso si potrebbe pensare, usa la tecnica del contatto oculare eccessivo verso il criminologo, però allo stesso tempo dissimula un sorriso coinvolgendo solo i muscoli utilizzati per alzare gli angoli della bocca, si tocca frequentemente le labbra e si nota un aumento della sudorazione delle mani, oltre ad un aumento dello stato di agitazione con movimenti delle mani o dita, soprattutto i movimenti irrequieti e ripetitivi delle gambe o dei piedi. A tal proposito è sorprendente quanto scoperto da Ekman e Friesen, ovvero che quando si mente, gli arti inferiori, nonostante rispondano al controllo volontario, sono in realtà meno controllabili perché sono strutturalmente più lontani dal cervello. Inoltre nelle situazioni di maggior tensione, le caviglie possono essere sovrapposte nella posizione incrociata o si possono agganciare alla sedia, con braccia incrociate o salde sui braccioli, tipico atteggiamento di chi reprime qualcosa dentro di sé e non riesce ad esporlo. In questo caso la mente e il linguaggio del corpo rispecchiano il vissuto negativo interiore che il soggetto vive in quel preciso momento. Per quanto riguarda il toccarsi il naso, questa è un’attività di autoconforto, quindi serve per alleviare la tensione interna e non è associato necessariamente al mentire; infatti nelle situazioni di maggior tensione il flusso sanguigno genera un’estensione dei tessuti nasali e provoca prurito o formicolio, per questo si ha la necessità di sfregarsi il naso.

Mentre gli aspetti non verbali del parlato, ovvero uditivi, rappresentano la seconda categoria degli indicatori comportamentali di chi mente o di chi omette. Quando il criminologo interloquisce con un mentitore, spesso gli aspetti vocali del discorso, ovvero i tratti para linguistici, tendono a subire molti cambiamenti, tra cui: un aumento del timbro di voce e dell’intensità vocale e una diminuzione della velocità della narrazione, perché il soggetto deve basarsi più sulla immaginazione che sulla realtà, oltre al fatto che il cervello deve compiere un grande sforzo per gestire contemporaneamente verità e menzogna ed evitare una fuga di informazioni attraverso il corpo. Inoltre durante l’esposizione, vi possono essere pause o silenzi perché chi mente tende a non completare le frasi bensì, dopo il silenzio, ad iniziare una nuova frase. Altri due indicatori dei tratti vocali molto interessanti sono: la respirazione ansimante, difficile da nascondere soprattutto se oltre al petto muove anche le spalle, generando un respiro rapido ma anche superficiale, e il raschiarsi la gola, perché lo stress tende a seccare la gola. Infine l’interlocutore che mente, può sforzarsi di mascherare il disagio mostrandosi rilassato ma a volte può utilizzare intercalari come “eh” oppure “uhm” per formulare una spiegazione plausibile a quanto domandato.

Per quanto riguarda gli indicatori verbali della menzogna, facciamo riferimento ai contributi del 1996 di De Cataldo e Gulotta scritti nel “Trattato della menzogna e dell’inganno”. Il discorso menzognero è caratterizzato da dichiarazioni false molto brevi, rispetto a quelle veritiere, perché occorre maggior impegno cognitivo per formulare frasi lunghe e credibili, infatti tali affermazioni sono per lo più generiche, con scarsi particolari e riferimenti temporali, a persone e a luoghi. Inoltre è stato rilevato l’utilizzo di una terminologia generalizzata, quindi vengono utilizzate parole come: tutto, nessuno, niente, o l’utilizzo di riferimenti vaghi, utilizzando la carta del “non lo ricordo”, “ho un vuoto di memoria”.

In conclusione possiamo dire, anche in base a quanto esposto, che capire se l’interlocutore mente non è semplice, ovviamente per ragioni etiche, giuridiche e tecniche, in ambito forense non si utilizzano lie detector, ma si continuano a ricercare strumenti in grado di misurare il grado di veridicità delle dichiarazioni, anche se i fattori individuali e quelli situazionali influiscono su tale determinazione, anche per questo il criminologo e gli esperti in generale, rivestono un ruolo di primaria importanza nel comprendere se l’interlocutore altera il suo discorso per menzogna, per disturbi psichiatrici o per dipendenze da sostanze e alcool.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Biblioteca e testi consigliati

• “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi” di P. Watzlawich, J.H. Beavin e D.D. Jackson.

• “Trattato della menzogna e dell’inganno” di De Cataldo e Gulotta.

• “Il mestiere del criminologo. Il colloquio e la perizia criminologica” di I. Marzagora e G. Travaini.

• “Il grande libro del linguaggio segreto del corpo” di A. Guglielmi.

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