Il caso Cucchi

Uno dei casi più tristemente noti all’opinione pubblica italiana, nonché quello dai risvolti più sorprendenti, è indubbiamente quello relativo alla morte del trentunenne romano Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma. La vicenda, resa pubblica dall’incessante lavoro della sorella Ilaria, ebbe inizio alle ore 23:30 del 15 ottobre 2009, quando Cucchi venne fermato in prossimità del parco degli Acquedotti di Roma dai carabinieri Tedesco, Aristodemo, Bazzicalupo, Di Bernardo e D’Alessandro della stazione Appia, perché sorpreso nell’atto di cedere ad un amico delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Una volta condotto presso la caserma di via del Calice con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti, Cucchi venne perquisito e trovato in possesso di dodici confezioni di varia grandezza di hashish, (per un totale di ventuno grammi) tre confezioni impacchettate di cocaina e un medicinale per curare l’epilessia, patologia per cui era in cura da diverso tempo. Come da prassi, venne accompagnato dagli agenti presso la propria abitazione al fine di procedere alla perquisizione domiciliare; sebbene questa ebbe esito negativo, i carabinieri decisero ugualmente di trattenere Cucchi in custodia cautelare, rinviando al giorno seguente l’udienza per la convalida del fermo. A partire da questo momento iniziarono ad emergere le prime anomalie: dopo essere giunti in caserma, gli agenti compilarono il verbale d’arresto e prepararono i documenti necessari al processo per direttissima, ma gli atti risultarono costellati da inesattezze ed errori, poiché vi era riportato che Cucchi era nato in Albania e un senza fissa dimora, l’orario dell’arresto era indicato alle 15:20 sebbene fosse avvenuto alle 23:30 e nello spazio riservato alla nomina del legale vi era riportato che “il pervenuto, interpellato, dichiara di non voler nominare un difensore di fiducia”, nonostante Cucchi avesse espresso più volte la volontà di contattare il proprio legale affinché lo assistesse. Cucchi passò alcune ore in caserma e, a causa dell’assenza di una cella disponibile, alle ore 4:00 circa venne trasferito presso la stazione di Tor Sapienza di via degli Armenti dove trascorse la notte. Il carabiniere che lo prese in custodia riferì che sul volto del giovane erano presenti degli “arrossamenti” ma che a suo dire sembravano più delle macchie dovute al freddo che lividi, che partivano da sotto le palpebre e si estendevano fino alle guance e sembrava che effettivamente fosse sofferente. Dopo essere stato accompagnato in cella, Cucchi ebbe un malore; venne subito richiesto l’intervento di un’ambulanza, ma il giovane non permise ai paramedici di visitarlo. Uno dei due carabinieri che quella notte andò a prelevarlo riferì di un breve colloquio avuto con la vittima: “mentre si alzava a fatica dalla branda, ho avuto modo di osservare che sul viso aveva due ematomi che gli circondavano gli occhi, i quali erano particolarmente evidenti a causa del colorito pallido che aveva in viso. A quel punto gli ho chiesto cosa gli fosse capitato e lui mi ha risposto ‘m’hanno menato gli amici miei’, al che io gli chiesi quando ciò fosse avvenuto e lui mi rispondeva ‘ieri pomeriggio’. Nella medesima occasione, il carabiniere ricordò anche che il giovane lamentava un forte dolore alla testa e alla gamba, come confermatogli in precedenza anche dal piantone cui spettò il compito di controllare l’arrestato quella notte. Tutto ciò, assieme a quanto notato dagli stessi carabinieri, agli interrogatori di due detenuti albanesi che vennero condotti assieme a Cucchi in Tribunale e al fatto che lamentasse dei dolori prima del suo trasferimento, fu completamente omesso dall’indagine. Ciò nonostante, il 16 ottobre 2009 si svolse regolarmente l’udienza per la convalida del fermo in carcere. In udienza, sulla base a quanto sostenuto dal padre di Cucchi, sebbene il detenuto avesse già chiesto due volte nell’arco di quattordici ore l’assistenza del proprio legale, vedendo presentarsi un avvocato d’ufficio, chiese spiegazioni in merito. Ciò rappresentò un punto cruciale per la vicenda: la suddetta omissione, oltre a costituire una vera e propria illegalità, risultò in seguito fondamentale, poiché nel diario clinico dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, tra le poche annotazioni presenti, venne riportato che dal momento del suo ingresso in ospedale “il paziente rifiuta di alimentarsi ad idratarsi finché non avrà modo di parlare con il proprio avvocato o con un operatore della comunità Ceis”. Il giudice rinviò l’udienza ad altra data e, nel frattempo, stabilì la custodia cautelare in carcere per Cucchi. Gli agenti di polizia penitenziaria che lo presero in custodia, notando i lividi sul volto del giovane, prima di provvedere al suo trasferimento presso il carcere di Regina Coeli, ritennero opportuno farlo visitare dal medico del Tribunale, il cui referto evidenziò la presenza di “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente e lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”, le ultime solamente dichiarate da Cucchi e non visionate in quanto rifiutò la visita. Inoltre, una volta condotto presso il carcere Regina Coeli, come da prassi, venne sottoposto alla visita medica di primo ingresso, che confermò quanto già evidenziato in precedenza. Successivamente, le condizioni di Cucchi peggiorarono e fu necessario il trasporto all’ospedale Fatebenefratelli, al fine di sottoporre l’arrestato ad ulteriori accertamenti: vennero effettuate radiografie alla schiena e al cranio del ragazzo – in quel momento non disponibili presso la struttura penitenziaria per mancanza di macchinari adeguati – il cui esito evidenziò una frattura corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea con una prognosi di venti giorni di riposo assoluto e immobilità. Cucchi, contro il parere dei sanitari, rifiutò il ricovero, firmò le dimissioni e venne condotto nuovamente in carcere; tuttavia, il giorno seguente le condizioni del giovane si aggravarono e dopo essere stato visitato dal personale medico dell’istituto penitenziario, il suo stato di salute venne giudicato incompatibile con la detenzione, quindi venne nuovamente accompagnato in ospedale. In quell’occasione non oppose resistenza alle cure e i medici ne decretarono con assoluta urgenza il ricovero; tuttavia, un funzionario del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (successivamente condannato a due anni di detenzione) insistette per il suo trasferimento presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma, recandovisi personalmente, nonostante il Fatebenefratelli fosse indubbiamente più attrezzato per prendere in carico pazienti dal quadro clinico complesso come quello di Cucchi. Tutt’ora – probabilmente per la scarsità delle annotazioni presenti sul diario clinico della vittima – non è chiaro cosa accadde durante la permanenza di Cucchi al Pertini. Le uniche informazioni che emersero dalla documentazione ospedaliera furono che in data 21 ottobre 2009 il paziente venne sottoposto ad una visita ortopedica, a seguito della quale gli venne intimato il riposo assoluto per circa venti giorni. Altro dettaglio particolarmente sconcertante fu la repentina perdita di peso del paziente: Cucchi, infatti, nell’arco di appena cinque giorni, perse ben quindici chili, senza che ciò abbia destato particolari preoccupazioni da parte del personale sanitario del reparto detentivo del Pertini. Come già detto in precedenza, il rapido deperimento di Cucchi è imputabile alla sua decisione – presa volontariamente – di intraprendere una sorta di sciopero della fame affinché gli fosse finalmente riconosciuto il diritto fondamentale alla difesa, spendibile attraverso la possibilità di avvalersi del proprio legale di fiducia. Probabilmente non poté immaginare – né tantomeno gli fu fatto presente dal personale sanitario – quanto fosse rischioso nelle sue condizioni astenersi dal cibo e dall’acqua ed evidentemente nessuno prese seriemente il repentino peggioramento del suo stato di salute, eppure sul certificato di morte si legge che Stefano Cucchi morì il 22 ottobre 2009 alle ore 6:45 per “presunta morte naturale”. A seguito di questa breve ricostruzione dei fatti, la catena delle responsabilità apparve inizialmente nitida: in un primo momento, infatti, Cucchi subì un violento pestaggio, per essere poi, in un secondo momento, abbandonato a se stesso sia dalle istituzioni che lo presero in custodia sia da una lunga lista di soggetti e apparati che, sebbene non colpevoli dello stato in cui riversava la vittima, avrebbero potuto e dovuto agire in sua tutela. Con riferimento alla vicenda giudiziaria, il caso Cucchi fu oggetto di vari procedimenti penali e vide rinviate a giudizio ben dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe). Per gli agenti di polizia venne formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità; i medici, invece, vennero rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace, tutti ad eccezione di Rosita Caponetti, imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico; infine, per gli infermieri l’addebito fu abbandono di persona incapace. Il processo di primo grado si svolse il 5 giugno 2013 dinanzi alla Corte d’Assise di Roma, che condannò i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi di reclusione, il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) e Rosita Caponetti a otto mesi per falso ideologico; furono, invece, assolti i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero contribuito in alcun modo alla morte di Cucchi. Dalla ricostruzione dei fatti così come esposti dal giudice nella sentenza della Corte d’Assise di Roma, sebbene inizialmente sembrasse che non fosse accaduto nulla di rilevante a Cucchi, emerse un’importante dichiarazione rilasciata dal testimone Yaya Samura – detenuto originario del Gambia che, all’epoca dei fatti, si trovava all’interno di una delle celle adiacenti a quella della vittima – in cui riportò quanto avvenne quella notte: egli, infatti, sostenne di aver prima udito gli agenti mentre ordinavano a Cucchi di entrare nella cella e, successivamente, di aver sentito il ragazzo piangere a seguito di alcuni colpi infertigli. Samura aggiunse anche che Cucchi, una volta rientrato in carcere dopo l’udienza di convalida, gli confidò di essere stato picchiato dagli agenti e – mostrando evidenti difficoltà nel sedersi e nel camminare – si tirò su i pantaloni e gli mostrò le ferite riportate. In un primo momento, venne messa in discussione l’attendibilità del teste, ma, in secondo grado, il Pubblico Ministero ritenne che la testimonianza di Yaya Samura dovesse essere considerata valida in quanto “aveva mostrato di saper distinguere nettamente ciò che aveva udito da ciò che aveva visto e si era detto sicuro di aver sentito i tre agenti penitenziari, in servizio alle celle, interloquire con Stefano, la caduta a terra di quest’ultimo, il suo pianto e il rumore dei calci sferrati. Inoltre era stato l’unico detenuto ad aver appreso direttamente da Cucchi delle percosse ricevute e l’unico ad aver visto la ferita non era mai caduto in contraddizione nel corso degli interrogatori resi il 31.11.2009 e il 23.11.2009. E, in questa seconda occasione, aveva anche spiegato le ragioni per le quali aveva dichiarato di non conoscere i luoghi durante il sopralluogo alle celle di Piazzale Clodio del 21.11.2009, precisando di essere stato intimorito dalla presenza degli agenti penitenziari”.

Ciò nonostante, il 31 ottobre 2014 la Corte d’Assise d’Appello di Roma ribaltò completamente il giudizio di primo grado, decretando l’assoluzione degli imputati da tutti i capi d’accusa secondo la formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” e “perché il fatto non costituisce reato”. Dopo la lettura del dispositivo, Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, espresse l’intenzione dei familiari della vittima di portare avanti la battaglia giudiziaria di fronte ai giudici della Suprema Corte, mentre la sorella Ilaria preannunciò la propria volontà di richiedere lo svolgimento di ulteriori indagini al Procuratore Capo Giuseppe Pignatone. Il 15 dicembre 2015, il caso giunse dinanzi ai giudici della Cassazione, i quali decretarono il parziale annullamento della sentenza di appello, accogliendo il ricorso della Procura Generale e dei familiari della vittima contro le assoluzioni; venne infatti ordinata la celebrazione di un nuovo processo di appello a carico di cinque dei sei medici originariamente imputati (il primario Fierro e gli aiuti Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo) giudicando “ingiustificabile l’inerzia dei medici e illogico il non aver fatto una nuova perizia”e per “non aver fornito spiegazioni esaustive e convincenti del decesso del Cucchi”. Nella medesima sentenza vennero indicate anche le motivazioni alla base del proscioglimento dei tre agenti coinvolti: secondo la Corte, alla luce delle plurime deposizioni di fondamentale importanza secondo cui il giovane sarebbe stato aggredito da appartenenti all’arma dei carabinieri e quindi prima di essere preso in carico dagli agenti di polizia penitenziaria tratti a giudizio, sarebbe da escludere il coinvolgimento di questi ultimi. Nella suddetta sentenza fu chiesta una nuova perizia medico legale per stabilire se la vittima avesse subito o meno percosse dagli agenti e se fosse stata presentata una corretta ricostruzione dei fatti. Il 18 luglio 2016, al termine del processo di appello bis, la Corte d’Appello di Roma confermò la decisione precedente, assolvendo nuovamente i cinque medici imputati secondo la formula “perché il fatto non sussiste”, scelta ancora una volta contestata e, successivamente, annullata con rinvio dalla sentenza della Corte di Cassazione – tra l’altro in prossimità della prescrizione dei relativi reati – il 19 aprile 2017. Parallelamente, nel settembre 2015, la Procura di Roma, su espressa richiesta dei familiari della vittima, affidò al sostituto procuratore Musarò il compito di aprire una nuova indagine sul caso, che prese il nome di “inchiesta bis” e vide imputati cinque carabinieri: il maresciallo Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, indagati per lesioni colpose, il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi, accusati, invece, di falsa testimonianza; uno in particolare, l’ex vicecomandante della stazione di Tor Sapienza Mandolini, sarebbe stato sotto inchiesta in ragione delle sue dichiarazioni contraddittorie rispetto ai fatti. La celebrazione di un nuovo processo divenne necessaria a seguito delle denuncia presentata il 30 giugno 2015 dall’appuntato Riccardo Casamassima in cui riferì quanto confidatogli dai propri colleghi; egli, infatti, sostenne dinanzi alla Corte d’Assise di Roma che fu lo stesso Mandolini a esporgli la vicenda, dimostrando, così, come i vertici delle forze dell’ordine ne fossero pienamente a conoscenza. Dunque, la testimonianza di Casamassima, congiuntamente a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, fu fondamentale non solo per la riapertura delle indagini, ma anche per aver contribuito all’individuazione del ruolo rivestito dai carabinieri in questa vicenda e l’importanza che ebbe la cancellazione delle tracce del fotosegnalamento dalla caserma presso cui avvenne il fatto. Questi fattori consentirono poi di cambiare l’imputazione a carico dei carabinieri – a lungo indagati per lesioni personali aggravate e falsa testimonianza – permettendo, così, di contestare loro l’omicidio preterintenzionale e la calunnia. Dunque, in ragione di ciò, le indagini terminarono definitivamente il 17 gennaio 2017 con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, con l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento nei confronti dei militari dell’Arma dei Carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, provocando tra l’altro una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale da cui derivarono le lesioni personali in parte con esiti permanenti, divenute mortali per una successiva condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Inoltre, Tedesco, assieme a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, dovette rispondere anche all’accusa di falso e calunnia per aver omesso dal verbale d’arresto di Cucchi i nomi di Di Bernardo e D’Alessandro e per aver testimoniato il falso durante il processo di primo grado, poiché rilasciò dichiarazioni che, in seguito, portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità ai danni della vittima. Per questi motivi, il 10 luglio 2017, il Gup del Tribunale di Roma dispose il rinvio a giudizio dei cinque carabinieri imputati, i quali dovettero nuovamente presentarsi dinanzi alla Corte d’Assise l’11 ottobre 2018. Intervenne inoltre una pronuncia della Cortedi Cassazione, in cui i giudici dichiararono inammissibile il ricorso presentato dagli imputati avverso la decisione del luglio del 2017. Successivamente, il 20 giugno 2018, il carabiniere Tedesco presentò alla Procura della Repubblica una denuncia contro ignoti per la scomparsa di un’annotazione di servizio – redatta dallo stesso e relativa ai fatti avvenuti nel 2009 – in cui avrebbe riferito quanto accaduto durante la notte tra il 15 e il 16 ottobre; inoltre, a seguito della suddetta denuncia, Tedesco fu ascoltato almeno tre volte dai magistrati, dinanzi ai quali ammise per la prima volta di aver assistito all’ormai accertato pestaggio di Cucchi e di aver cercato di intervenire in difesa di quest’ultimo, senza però riuscirci. Nel far ciò, dunque, l’agente Tedesco non solo accusò i propri colleghi, attribuendogli la responsabilità del pestaggio, ma fece anche emergere una fitta rete di depistaggi posta in essere dai vertici delle forze dell’ordine e messa in atto tramite la redazione di verbali falsificati, anomalie e versioni “concordate” tra i carabinieri che l’accusa ritenne elementi di prova schiaccianti a carico dei militari della stazione Appia. A seguito di ciò, il Pubblico Ministero evidenziò anche l’esistenza di diversi episodi di falso, tra cui spiccarono quello riferito al carabiniere Gianluca Colicchio – all’epoca dei fatti in servizio alla stazione Tor Sapienza – e le due annotazioni redatte dal carabiniere scelto Francesco Di Sano; su entrambi i casi ci furono delle verifiche da parte della Procura di Roma, che dovette aprire un’inchiesta a carico dei militari dell’Arma che, di fatto, in udienza ammisero di aver dichiarato il falso. Il processo andò avanti e con la sentenza del 14 novembre 2019, la Corte di Assise di Roma riconobbe Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannando entrambi a 12 anni di reclusione all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre al pagamento delle spese legali e di 100.000 € a titolo di provvisionale ad ognuno dei genitori della vittima. Il carabiniere Francesco Tedesco fu assolto dal reato di omicidio preterintenzionale, ma fu condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso. Per lo stesso reato fu condannato anche il Maresciallo Mandolini a 3 anni e 8 mesi di reclusione e all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Per quanto attiene all’imputazione per calunnia, il fatto fu riqualificato come falsa testimonianza, ma i tre carabinieri vennero assolti. Il 7 maggio 2021 la Corte d’Assise d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del 14 novembre 2019, rideterminò le pene nei confronti di Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo a 13 anni di reclusione ciascuno, mentre quella di Mandolini a 4 anni, confermando nel resto la sentenza della Corte d’Assise, tra cui l’assoluzione di Tedesco dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Recentemente, il 4 aprile 2022, la Corte di Cassazione ha posto definitivamente la parola fine sulla vicenda, protrattasi per ben 13 anni, condannando in via definitiva i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per omicidio preterintenzionale, riducendo però loro la pena a 12 anni di reclusione; rispetto alle posizioni di Tedesco e Mandolini, accusati di aver attestato il falso nel verbale d’arresto, sarà invece disposto un nuovo processo d’appello.

Dott.ssa Francesca Nola

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