Antropofagia: atti cannibalici connaturati negli esseri umani

“L’impulso di uccidere è connaturato nell’uomo come animale carnivoro. Non ha a che fare con l’istruzione o con il grado di civiltà di una società ed è presente, almeno a livello immaginativo, in ciascuno di noi. Ciò suggerisce che sia una tendenza costituzionale insita nell’essere umano”.
Chiara Camerani
La pratica del cannibalismo, ovvero del mangiare membri della stessa specie, in antropologia viene definita antropofagia, dal greco “uomo” e “mangio”, per indicare un essere umano che mangia e si nutre di un altro essere della specie umana.
Seppur ritenuto un fenomeno frutto dell’umana devianza in un tempo passato, legato ad un’usanza culturale o a motivazioni estreme quali carestie, in realtà risulta diffuso anche al giorno d’oggi.
Infatti si possono individuare tre diverse macro-categorie:
1)il cannibalismo energetico, come parte di un rituale;
2)il cannibalismo per sopravvivenza, come necessità in condizioni estreme di sussistenza;
3)il cannibalismo profano: all’interno del quale è possibile distinguere il cannibalismo
psicopatologico, causato da una patologia mentale e il cannibalismo criminale che è dovuto ad una scelta cosciente, da parte dell’assassino, di contravvenire ad un tabù sociale.
Il cannibalismo di tipo energetico è di massa e viene praticato in alcune tribù o sette, m propense a mangiare i simili del proprio gruppo di appartenenza o membri di clan rivali per assorbire le forze possedute dagli stessi.
Questa pratica è propria dei Korowai, popolo della Nuova Guinea, Papua occidentale, in Indonesia, i quali vivono proprio come 10 mila anni fa, praticando stregoneria e mangiando carne umana perché considerata al pari della carne di qualsiasi essere vivente del regno animale. In questo caso il cannibalismo rituale è definito esocannibalismo. Nel caso in cui si dovesse pensare che un componente della famiglia o degli amici sia posseduto da demoni, i “Khakhua”, si esegue il rituale
dell’endocannibalismo per proteggere gli altri membri della tribù.
Un altro caso di endocannibalismo è rappresentato della setta degli Aghori Sadhu in India, in cui monaci esiliati praticano riti a base di carne umana per avvicinarsi agli dei. I monaci di questa setta bevono dai teschi umani e oltre a praticare il cannibalismo, indossano alcune parti dei cadaveri cremati. In entrambe le pratiche rituali si può notare come di base vi sia un’idea magico-religiosa,
secondo la quale mangiare la carne dell’altra persona permette di acquisirne sia le qualità sia per un benessere interiore sia spirituale che di sopravvivenza.
Infine anche gli appartenenti dei gruppi del satanismo acido, fenomeno clandestino, dopo aver fatto uso di droghe e praticato riti satanici rudimentali, possono arrivare a torturare a morte e a praticare cannibalismo rituale.
Il cannibalismo di sussistenza, come avvenne 50 anni fa durante il disastro aereo sulle Ande dell’Argentina. Il 13 ottobre del 1972 alle 15:30 un Fairchild dell’aviazione uruguayana precipitò in una vallata a 4mila metri sulle Ande argentine a 40 gradi sotto zero. Per 72 giorni 16 ragazzi dovettero sopravvivere senza aver alcuna speranza di essere localizzati dai soccorsi, 18 ragazzi morirono nell’impatto. Nelle interviste rilasciate da questa indimenticabile esperienza raccontano
che l’istinto di sopravvivenza induce l’essere umano a mettere in pratica comportamenti che prima di allora non avrebbero mai immaginato di attuare, ovvero mangiare la carne delle vittime dell’incidente, loro compagni di rugby, dei loro migliori amici. Uno di loro racconta in un’intervista
“Questa vicenda insegna che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi orrore. Io, cannibale per sopravvivenza”.
Infine vi è il cosiddetto cannibalismo profano, di tipo criminale, messo in pratica per finalità
affettive deviate; infatti per i cannibali criminali, il mangiare carne umana rappresenta simbolicamente l’interiorizzazione e la possessione della persona desiderata. La teoria psicoanalitica interpreta l’atto cannibalico proprio come un’interiorizzazione, attraverso la
pulsione sadica legata alla fase orale e all’aggressività. Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, nel 1912 in “Totem e Tabù” spiega che la pratica di mangiare carne umana di vittime corrispondeva ad un impulso di interiorizzazione e di appropriazione dell’altro. Nelle cinque fasi psicosessuali della
teoria freudiana, anche se definite in un periodo, comunque una si sovrappone alle altre e viene recuperata in alcuni momenti della vita. Già nei primi mesi di vita il bambino vive la fase orale, in cui cerca gratificazioni sessuali attraverso la bocca, le labbra, la lingua; infatti prova piacere nel
succhiare dal seno materno e comprende che la suzione diventa una fonte di vita,
successivamente si succhia il pollice e la sua stessa lingua per essere sempre appagato. Nel
comportamento cannibalico, l’appagamento di questo desiderio rimasto latente viene esasperato e l’unico modo per instaurare un rapporto con l’altro è mangiare le sue membra.
Il criminologo Francesco Bruno spiega che gli impulsi che normalmente sono insiti negli esseri umani, nei soggetti definibili serial killer cannibali, sono trasformati in patologici, e in taluni casi questo comportamento diventa irrefrenabile e ritenuto al pari di un comportamento affettivo tra
due individui che si danno “morsetti o baci molto passionali”. Un omicida seriale cannibale può arrivare a tagliare a pezzi il cadavere, in termini tecnici può praticare il “depezzamento” del corpo,
conservarne una parte e altre zone mangiarle per avere la sensazione di appropriarsi del cadavere disgregato, come dichiarò Jeffrey Lionel Dahmer, noto anche come “il cannibale di Milwaukee”durante il processo. Dahmer venne condannato nel 1992 all’ergastolo perché uccise 17 uomini usando violenza sessuale, praticando la necrofilia, depezzamento e cannibalismo, conservava alcune parti dei corpi delle sue vittime in freezer, altre le appendeva ai muri della casa in cui abitava ed altre ancora le mangiava.
Secondo il Dipartimento di studi psicologici dell’FBI, la differenza tra i serial killer e i serial killer cannibali è che mentre i primi in genere progettano l’omicidio e uccidono con rapidità, i secondi sono più violenti ed efferati, adescano la vittima in maniera casuale e dopo averla brutalmente massacrata si accaniscono sul corpo sventrandolo.
Esistono delle spiegazioni scientifiche o biologiche per spiegare il cannibalismo? Secondo Joel Norris, studioso americano dei serial killer, alla base del cannibalismo ci possono essere delle disfunzioni dell’ipotalamo, una regione del cervello che regola l’attività sessuale, dell’umore e di
altre funzioni primarie dell’uomo, come mangiare e bere. Il cannibalismo sarebbe il risultato di uno squilibrio ormonale che determina l’incapacità del cervello di misurare le proprie emozioni.
Al giorno d’oggi il cannibalismo è considerato una malattia strettamente legata ad un disturbo sessuale, alla parafilia. Il DSM V con il termine parafilia fa rifermento a “qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti”.
In conclusione si può ritenere che le fantasie e gli impulsi antropofagici fanno parte della struttura psichica ed affettiva degli esseri umani, tutti almeno una volta nella vita abbiamo usato l’espressione “ti mangerei di baci”, “ti morderei quel nasino”, “sei una persona squisita”, oppure abbiamo portato alla bocca un piedino di un neonato o una manina, però: le persone senza disturbi patologici riescono a controllare questi istinti, infatti gli esempi citati rientrano nel cannibalismo verbale o metaforico, mentre le persone con distorsioni psicopatologiche ritengono che cibarsi di un altro essere umano sia un istinto da realizzare concretamente per varie ragioni; infine come abbiamo visto precedentemente, vi sono tribù nate e vissute in una determinata zona del pianeta Terra che vivono ancora come nella preistoria e pensano che l’antropofagia rientri nella “normalità” del ciclo vitale.


Dott.ssa Anthea Grimaldi


Riferimenti e testi consigliati:

• “Il cannibalismo. Civiltà, cultura, costumi degli antropofagi nel mondo” di Ewald Volhard.
• “Cannibali. Le pratiche proibite dell’antropofagia” di Chiara Camerani.
• “l cannibalismo ieri e oggi: Tipi e funzioni del cannibalismo e casi di antropofagia dalla preistoria a oggi” di Roberta Merli.

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