Antropofagia: atti cannibalici connaturati negli esseri umani

“L’impulso di uccidere è connaturato nell’uomo come animale carnivoro. Non ha a che fare con l’istruzione o con il grado di civiltà di una società ed è presente, almeno a livello immaginativo, in ciascuno di noi. Ciò suggerisce che sia una tendenza costituzionale insita nell’essere umano”.
Chiara Camerani
La pratica del cannibalismo, ovvero del mangiare membri della stessa specie, in antropologia viene definita antropofagia, dal greco “uomo” e “mangio”, per indicare un essere umano che mangia e si nutre di un altro essere della specie umana.
Seppur ritenuto un fenomeno frutto dell’umana devianza in un tempo passato, legato ad un’usanza culturale o a motivazioni estreme quali carestie, in realtà risulta diffuso anche al giorno d’oggi.
Infatti si possono individuare tre diverse macro-categorie:
1)il cannibalismo energetico, come parte di un rituale;
2)il cannibalismo per sopravvivenza, come necessità in condizioni estreme di sussistenza;
3)il cannibalismo profano: all’interno del quale è possibile distinguere il cannibalismo
psicopatologico, causato da una patologia mentale e il cannibalismo criminale che è dovuto ad una scelta cosciente, da parte dell’assassino, di contravvenire ad un tabù sociale.
Il cannibalismo di tipo energetico è di massa e viene praticato in alcune tribù o sette, m propense a mangiare i simili del proprio gruppo di appartenenza o membri di clan rivali per assorbire le forze possedute dagli stessi.
Questa pratica è propria dei Korowai, popolo della Nuova Guinea, Papua occidentale, in Indonesia, i quali vivono proprio come 10 mila anni fa, praticando stregoneria e mangiando carne umana perché considerata al pari della carne di qualsiasi essere vivente del regno animale. In questo caso il cannibalismo rituale è definito esocannibalismo. Nel caso in cui si dovesse pensare che un componente della famiglia o degli amici sia posseduto da demoni, i “Khakhua”, si esegue il rituale
dell’endocannibalismo per proteggere gli altri membri della tribù.
Un altro caso di endocannibalismo è rappresentato della setta degli Aghori Sadhu in India, in cui monaci esiliati praticano riti a base di carne umana per avvicinarsi agli dei. I monaci di questa setta bevono dai teschi umani e oltre a praticare il cannibalismo, indossano alcune parti dei cadaveri cremati. In entrambe le pratiche rituali si può notare come di base vi sia un’idea magico-religiosa,
secondo la quale mangiare la carne dell’altra persona permette di acquisirne sia le qualità sia per un benessere interiore sia spirituale che di sopravvivenza.
Infine anche gli appartenenti dei gruppi del satanismo acido, fenomeno clandestino, dopo aver fatto uso di droghe e praticato riti satanici rudimentali, possono arrivare a torturare a morte e a praticare cannibalismo rituale.
Il cannibalismo di sussistenza, come avvenne 50 anni fa durante il disastro aereo sulle Ande dell’Argentina. Il 13 ottobre del 1972 alle 15:30 un Fairchild dell’aviazione uruguayana precipitò in una vallata a 4mila metri sulle Ande argentine a 40 gradi sotto zero. Per 72 giorni 16 ragazzi dovettero sopravvivere senza aver alcuna speranza di essere localizzati dai soccorsi, 18 ragazzi morirono nell’impatto. Nelle interviste rilasciate da questa indimenticabile esperienza raccontano
che l’istinto di sopravvivenza induce l’essere umano a mettere in pratica comportamenti che prima di allora non avrebbero mai immaginato di attuare, ovvero mangiare la carne delle vittime dell’incidente, loro compagni di rugby, dei loro migliori amici. Uno di loro racconta in un’intervista
“Questa vicenda insegna che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi orrore. Io, cannibale per sopravvivenza”.
Infine vi è il cosiddetto cannibalismo profano, di tipo criminale, messo in pratica per finalità
affettive deviate; infatti per i cannibali criminali, il mangiare carne umana rappresenta simbolicamente l’interiorizzazione e la possessione della persona desiderata. La teoria psicoanalitica interpreta l’atto cannibalico proprio come un’interiorizzazione, attraverso la
pulsione sadica legata alla fase orale e all’aggressività. Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, nel 1912 in “Totem e Tabù” spiega che la pratica di mangiare carne umana di vittime corrispondeva ad un impulso di interiorizzazione e di appropriazione dell’altro. Nelle cinque fasi psicosessuali della
teoria freudiana, anche se definite in un periodo, comunque una si sovrappone alle altre e viene recuperata in alcuni momenti della vita. Già nei primi mesi di vita il bambino vive la fase orale, in cui cerca gratificazioni sessuali attraverso la bocca, le labbra, la lingua; infatti prova piacere nel
succhiare dal seno materno e comprende che la suzione diventa una fonte di vita,
successivamente si succhia il pollice e la sua stessa lingua per essere sempre appagato. Nel
comportamento cannibalico, l’appagamento di questo desiderio rimasto latente viene esasperato e l’unico modo per instaurare un rapporto con l’altro è mangiare le sue membra.
Il criminologo Francesco Bruno spiega che gli impulsi che normalmente sono insiti negli esseri umani, nei soggetti definibili serial killer cannibali, sono trasformati in patologici, e in taluni casi questo comportamento diventa irrefrenabile e ritenuto al pari di un comportamento affettivo tra
due individui che si danno “morsetti o baci molto passionali”. Un omicida seriale cannibale può arrivare a tagliare a pezzi il cadavere, in termini tecnici può praticare il “depezzamento” del corpo,
conservarne una parte e altre zone mangiarle per avere la sensazione di appropriarsi del cadavere disgregato, come dichiarò Jeffrey Lionel Dahmer, noto anche come “il cannibale di Milwaukee”durante il processo. Dahmer venne condannato nel 1992 all’ergastolo perché uccise 17 uomini usando violenza sessuale, praticando la necrofilia, depezzamento e cannibalismo, conservava alcune parti dei corpi delle sue vittime in freezer, altre le appendeva ai muri della casa in cui abitava ed altre ancora le mangiava.
Secondo il Dipartimento di studi psicologici dell’FBI, la differenza tra i serial killer e i serial killer cannibali è che mentre i primi in genere progettano l’omicidio e uccidono con rapidità, i secondi sono più violenti ed efferati, adescano la vittima in maniera casuale e dopo averla brutalmente massacrata si accaniscono sul corpo sventrandolo.
Esistono delle spiegazioni scientifiche o biologiche per spiegare il cannibalismo? Secondo Joel Norris, studioso americano dei serial killer, alla base del cannibalismo ci possono essere delle disfunzioni dell’ipotalamo, una regione del cervello che regola l’attività sessuale, dell’umore e di
altre funzioni primarie dell’uomo, come mangiare e bere. Il cannibalismo sarebbe il risultato di uno squilibrio ormonale che determina l’incapacità del cervello di misurare le proprie emozioni.
Al giorno d’oggi il cannibalismo è considerato una malattia strettamente legata ad un disturbo sessuale, alla parafilia. Il DSM V con il termine parafilia fa rifermento a “qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti”.
In conclusione si può ritenere che le fantasie e gli impulsi antropofagici fanno parte della struttura psichica ed affettiva degli esseri umani, tutti almeno una volta nella vita abbiamo usato l’espressione “ti mangerei di baci”, “ti morderei quel nasino”, “sei una persona squisita”, oppure abbiamo portato alla bocca un piedino di un neonato o una manina, però: le persone senza disturbi patologici riescono a controllare questi istinti, infatti gli esempi citati rientrano nel cannibalismo verbale o metaforico, mentre le persone con distorsioni psicopatologiche ritengono che cibarsi di un altro essere umano sia un istinto da realizzare concretamente per varie ragioni; infine come abbiamo visto precedentemente, vi sono tribù nate e vissute in una determinata zona del pianeta Terra che vivono ancora come nella preistoria e pensano che l’antropofagia rientri nella “normalità” del ciclo vitale.


Dott.ssa Anthea Grimaldi


Riferimenti e testi consigliati:

• “Il cannibalismo. Civiltà, cultura, costumi degli antropofagi nel mondo” di Ewald Volhard.
• “Cannibali. Le pratiche proibite dell’antropofagia” di Chiara Camerani.
• “l cannibalismo ieri e oggi: Tipi e funzioni del cannibalismo e casi di antropofagia dalla preistoria a oggi” di Roberta Merli.

Junko Furuta, ”il caso della liceale nel cemento”.

Il caso di Junko Furuta conosciuto come “il caso della liceale nel cemento” è quello di un’adolescente giapponese che il 25 Aprile 1988 venne rapita per poi essere stuprata e torturata per 40 giorni fino alla sua morte avvenuta il 4 gennaio 1989 alla tenera età di 17 anni. Dopo la morte il corpo venne sistemato in un bidone di benzina e riempito di cemento.
Junko Furuta nacque in Giappone il 18 gennaio 1971. Durante l’adolescenza frequentava la scuola e lavorava part-time nel dopo scuola. La bellezza di Junko attirò l’attenzione di un bullo del liceo Hiroshi Miyano. Il ragazzo chiese a Junko Furuta di uscire ma la ragazza rifiutò l’invito, fu proprio quel rifiuto a portare Junko alla sua morte. Hiroshi Miyano faceva parte della Banda della Yakuza, una banda forte e violenta.
Erano le 20:30 del 25 Aprile, quando Hiroshi e un suo amico Nobuharu Minato notarono Junko Furuta in bicicletta, la ragazza stava tornando a casa dopo aver lavorato. Minato, buttò giù Junko dalla bicicletta. Hiroshi fingendosi all’oscuro della vicenda si avvicinò a lei facendo finta di volerla aiutare e si offrì di riaccompagnarla a casa, fu allora che venne condotta in un magazzino lì vicino dove ebbero inizio le torture.
• Il primo giorno Hiroshi violentò Junko ripetutamente, prima nel magazzino poi in un hotel lì vicino. Dopo lo stuprò chiamo i suoi amici Minato, Ogura e Watanabe per vantarsi con loro.
• Il secondo giorno venne portata da Hiroshi in un parco lì vicino, dove ad aspettarla c’erano gli amici di Hiroshi. I quattro la portarono in una casa di proprietà dei genitori di Minato dove la violentarono più volte in gruppo.
• Il terzo giorno i genitori di Junko si rivolsero alla polizia per denunciare la scomparsa della figlia, ma i ragazzi costrinsero Junko a chiamarli per dirgli che la sua era una fuga volontaria, che stava bene e si trovava da un’amica. Inoltre, chiese ai genitori di interrompere le indagini. Alla presenza dei genitori di Minato, Junko venne costretta a fingersi la fidanzata di uno dei membri del gruppo. Nonostante fu subito chiaro ai genitori di Minato cosa stesse accadendo non denunciarono nulla alla polizia. Successivamente i genitori di Minato e il fratello dichiararono alla polizia di non essere intervenuti per paura della Yakuza.
• Il settimo giorno Junko era già stata violentata più di cento volte. Oltre ai quattro anche altri membri della gang avrebbero violentato la ragazza.
• Il nono giorno le vennero inseriti spiedini di pollo nella vagina e nell’ano causandole sanguinamento. Quel giorno Junko riuscì a chiamare la polizia ma Hiroshi là fermo prima che riuscisse a dire qualcosa. Per punizione le bruciarono le gambe con una candela.
• Il dodicesimo giorno venne appesa al soffitto come un sacco da box e picchiata ripetutamente.
• Il sedicesimo giorno la costrinsero a mangiare scarafaggi, bere la sua stessa urina e masturbarsi davanti a loro.
• Il ventesimo giorno a causa delle torture la ragazza perse il controllo della vescica e dell’intestino e venne picchiata per aver sporcato i tappeti. Inoltre, non riusciva a bere e mangiare, quando tentava di farlo vomitava.
• Il ventiseiesimo giorno le inserirono nella vagina e nell’ano una bottiglia, delle sigarette accese, una sbarra di ferro ed infine una lampadina ancora calda e le diedero pugni sull’addome finché la lampada non le esplose all’interno della vagina. Le hanno poi bruciato il corpo con degli accendini e fatto esplodere fuochi d’artificio nelle orecchie, nella vagina e nella bocca.
• Il trentesimo giorno le hanno strappato il capezzolo sinistro con delle pinze e perforato il seno con degli aghi.
• Il trentaseiesimo giorno a causa delle torture il volto e il corpo di Futura erano quasi irriconoscibili, questo fece perdere ai ragazzi l’interesse sessuale nei suoi confronti, così rapirono una 19venne che, come Futura, stava tornando a casa da lavoro.
• Il quarantesimo giorno le diedero fuoco, Junko tentò di spegnerlo senza successo. Morì agonizzante dopo due ore. Dopo la sua morte, misero il corpo in un fusto di benzina, lo riempirono di cemento e lo lasciarono in un terreno a Tokyo.
Il 23 gennaio 1989, Miyano e Ogura vennero arrestati per lo stupro di gruppo ai danni della diciannovenne rapita a dicembre. Fu allora che Miyano disse agli inquirenti dove trovare il corpo di Furuta. Quando il corpo venne trovato, era irriconoscibile, la polizia riuscì a identificare la ragazza solo grazie alle impronte digitali. Nonostante i danni all’utero la ragazza era incinta al momento della morte. Il primo aprile 1989 Ogura venne arrestato per lo stupro della diciannovenne e l’omicidio di Furuta. In seguito, vennero arrestati anche Watanabe, e i fratelli Minato.
Poiché i quattro principali responsabili dei rapimenti e delle torture erano tutti minorenni al momento dei fatti vennero condannati come tali. Per cui tre di loro hanno scontato meno di otto anni di pena mentre il leader è stato condannato a venti anni.

Dott.ssa Elena Novelli

Il caso Cucchi

Uno dei casi più tristemente noti all’opinione pubblica italiana, nonché quello dai risvolti più sorprendenti, è indubbiamente quello relativo alla morte del trentunenne romano Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma. La vicenda, resa pubblica dall’incessante lavoro della sorella Ilaria, ebbe inizio alle ore 23:30 del 15 ottobre 2009, quando Cucchi venne fermato in prossimità del parco degli Acquedotti di Roma dai carabinieri Tedesco, Aristodemo, Bazzicalupo, Di Bernardo e D’Alessandro della stazione Appia, perché sorpreso nell’atto di cedere ad un amico delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Una volta condotto presso la caserma di via del Calice con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti, Cucchi venne perquisito e trovato in possesso di dodici confezioni di varia grandezza di hashish, (per un totale di ventuno grammi) tre confezioni impacchettate di cocaina e un medicinale per curare l’epilessia, patologia per cui era in cura da diverso tempo. Come da prassi, venne accompagnato dagli agenti presso la propria abitazione al fine di procedere alla perquisizione domiciliare; sebbene questa ebbe esito negativo, i carabinieri decisero ugualmente di trattenere Cucchi in custodia cautelare, rinviando al giorno seguente l’udienza per la convalida del fermo. A partire da questo momento iniziarono ad emergere le prime anomalie: dopo essere giunti in caserma, gli agenti compilarono il verbale d’arresto e prepararono i documenti necessari al processo per direttissima, ma gli atti risultarono costellati da inesattezze ed errori, poiché vi era riportato che Cucchi era nato in Albania e un senza fissa dimora, l’orario dell’arresto era indicato alle 15:20 sebbene fosse avvenuto alle 23:30 e nello spazio riservato alla nomina del legale vi era riportato che “il pervenuto, interpellato, dichiara di non voler nominare un difensore di fiducia”, nonostante Cucchi avesse espresso più volte la volontà di contattare il proprio legale affinché lo assistesse. Cucchi passò alcune ore in caserma e, a causa dell’assenza di una cella disponibile, alle ore 4:00 circa venne trasferito presso la stazione di Tor Sapienza di via degli Armenti dove trascorse la notte. Il carabiniere che lo prese in custodia riferì che sul volto del giovane erano presenti degli “arrossamenti” ma che a suo dire sembravano più delle macchie dovute al freddo che lividi, che partivano da sotto le palpebre e si estendevano fino alle guance e sembrava che effettivamente fosse sofferente. Dopo essere stato accompagnato in cella, Cucchi ebbe un malore; venne subito richiesto l’intervento di un’ambulanza, ma il giovane non permise ai paramedici di visitarlo. Uno dei due carabinieri che quella notte andò a prelevarlo riferì di un breve colloquio avuto con la vittima: “mentre si alzava a fatica dalla branda, ho avuto modo di osservare che sul viso aveva due ematomi che gli circondavano gli occhi, i quali erano particolarmente evidenti a causa del colorito pallido che aveva in viso. A quel punto gli ho chiesto cosa gli fosse capitato e lui mi ha risposto ‘m’hanno menato gli amici miei’, al che io gli chiesi quando ciò fosse avvenuto e lui mi rispondeva ‘ieri pomeriggio’. Nella medesima occasione, il carabiniere ricordò anche che il giovane lamentava un forte dolore alla testa e alla gamba, come confermatogli in precedenza anche dal piantone cui spettò il compito di controllare l’arrestato quella notte. Tutto ciò, assieme a quanto notato dagli stessi carabinieri, agli interrogatori di due detenuti albanesi che vennero condotti assieme a Cucchi in Tribunale e al fatto che lamentasse dei dolori prima del suo trasferimento, fu completamente omesso dall’indagine. Ciò nonostante, il 16 ottobre 2009 si svolse regolarmente l’udienza per la convalida del fermo in carcere. In udienza, sulla base a quanto sostenuto dal padre di Cucchi, sebbene il detenuto avesse già chiesto due volte nell’arco di quattordici ore l’assistenza del proprio legale, vedendo presentarsi un avvocato d’ufficio, chiese spiegazioni in merito. Ciò rappresentò un punto cruciale per la vicenda: la suddetta omissione, oltre a costituire una vera e propria illegalità, risultò in seguito fondamentale, poiché nel diario clinico dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, tra le poche annotazioni presenti, venne riportato che dal momento del suo ingresso in ospedale “il paziente rifiuta di alimentarsi ad idratarsi finché non avrà modo di parlare con il proprio avvocato o con un operatore della comunità Ceis”. Il giudice rinviò l’udienza ad altra data e, nel frattempo, stabilì la custodia cautelare in carcere per Cucchi. Gli agenti di polizia penitenziaria che lo presero in custodia, notando i lividi sul volto del giovane, prima di provvedere al suo trasferimento presso il carcere di Regina Coeli, ritennero opportuno farlo visitare dal medico del Tribunale, il cui referto evidenziò la presenza di “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente e lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”, le ultime solamente dichiarate da Cucchi e non visionate in quanto rifiutò la visita. Inoltre, una volta condotto presso il carcere Regina Coeli, come da prassi, venne sottoposto alla visita medica di primo ingresso, che confermò quanto già evidenziato in precedenza. Successivamente, le condizioni di Cucchi peggiorarono e fu necessario il trasporto all’ospedale Fatebenefratelli, al fine di sottoporre l’arrestato ad ulteriori accertamenti: vennero effettuate radiografie alla schiena e al cranio del ragazzo – in quel momento non disponibili presso la struttura penitenziaria per mancanza di macchinari adeguati – il cui esito evidenziò una frattura corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea con una prognosi di venti giorni di riposo assoluto e immobilità. Cucchi, contro il parere dei sanitari, rifiutò il ricovero, firmò le dimissioni e venne condotto nuovamente in carcere; tuttavia, il giorno seguente le condizioni del giovane si aggravarono e dopo essere stato visitato dal personale medico dell’istituto penitenziario, il suo stato di salute venne giudicato incompatibile con la detenzione, quindi venne nuovamente accompagnato in ospedale. In quell’occasione non oppose resistenza alle cure e i medici ne decretarono con assoluta urgenza il ricovero; tuttavia, un funzionario del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (successivamente condannato a due anni di detenzione) insistette per il suo trasferimento presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma, recandovisi personalmente, nonostante il Fatebenefratelli fosse indubbiamente più attrezzato per prendere in carico pazienti dal quadro clinico complesso come quello di Cucchi. Tutt’ora – probabilmente per la scarsità delle annotazioni presenti sul diario clinico della vittima – non è chiaro cosa accadde durante la permanenza di Cucchi al Pertini. Le uniche informazioni che emersero dalla documentazione ospedaliera furono che in data 21 ottobre 2009 il paziente venne sottoposto ad una visita ortopedica, a seguito della quale gli venne intimato il riposo assoluto per circa venti giorni. Altro dettaglio particolarmente sconcertante fu la repentina perdita di peso del paziente: Cucchi, infatti, nell’arco di appena cinque giorni, perse ben quindici chili, senza che ciò abbia destato particolari preoccupazioni da parte del personale sanitario del reparto detentivo del Pertini. Come già detto in precedenza, il rapido deperimento di Cucchi è imputabile alla sua decisione – presa volontariamente – di intraprendere una sorta di sciopero della fame affinché gli fosse finalmente riconosciuto il diritto fondamentale alla difesa, spendibile attraverso la possibilità di avvalersi del proprio legale di fiducia. Probabilmente non poté immaginare – né tantomeno gli fu fatto presente dal personale sanitario – quanto fosse rischioso nelle sue condizioni astenersi dal cibo e dall’acqua ed evidentemente nessuno prese seriemente il repentino peggioramento del suo stato di salute, eppure sul certificato di morte si legge che Stefano Cucchi morì il 22 ottobre 2009 alle ore 6:45 per “presunta morte naturale”. A seguito di questa breve ricostruzione dei fatti, la catena delle responsabilità apparve inizialmente nitida: in un primo momento, infatti, Cucchi subì un violento pestaggio, per essere poi, in un secondo momento, abbandonato a se stesso sia dalle istituzioni che lo presero in custodia sia da una lunga lista di soggetti e apparati che, sebbene non colpevoli dello stato in cui riversava la vittima, avrebbero potuto e dovuto agire in sua tutela. Con riferimento alla vicenda giudiziaria, il caso Cucchi fu oggetto di vari procedimenti penali e vide rinviate a giudizio ben dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe). Per gli agenti di polizia venne formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità; i medici, invece, vennero rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace, tutti ad eccezione di Rosita Caponetti, imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico; infine, per gli infermieri l’addebito fu abbandono di persona incapace. Il processo di primo grado si svolse il 5 giugno 2013 dinanzi alla Corte d’Assise di Roma, che condannò i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi di reclusione, il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) e Rosita Caponetti a otto mesi per falso ideologico; furono, invece, assolti i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero contribuito in alcun modo alla morte di Cucchi. Dalla ricostruzione dei fatti così come esposti dal giudice nella sentenza della Corte d’Assise di Roma, sebbene inizialmente sembrasse che non fosse accaduto nulla di rilevante a Cucchi, emerse un’importante dichiarazione rilasciata dal testimone Yaya Samura – detenuto originario del Gambia che, all’epoca dei fatti, si trovava all’interno di una delle celle adiacenti a quella della vittima – in cui riportò quanto avvenne quella notte: egli, infatti, sostenne di aver prima udito gli agenti mentre ordinavano a Cucchi di entrare nella cella e, successivamente, di aver sentito il ragazzo piangere a seguito di alcuni colpi infertigli. Samura aggiunse anche che Cucchi, una volta rientrato in carcere dopo l’udienza di convalida, gli confidò di essere stato picchiato dagli agenti e – mostrando evidenti difficoltà nel sedersi e nel camminare – si tirò su i pantaloni e gli mostrò le ferite riportate. In un primo momento, venne messa in discussione l’attendibilità del teste, ma, in secondo grado, il Pubblico Ministero ritenne che la testimonianza di Yaya Samura dovesse essere considerata valida in quanto “aveva mostrato di saper distinguere nettamente ciò che aveva udito da ciò che aveva visto e si era detto sicuro di aver sentito i tre agenti penitenziari, in servizio alle celle, interloquire con Stefano, la caduta a terra di quest’ultimo, il suo pianto e il rumore dei calci sferrati. Inoltre era stato l’unico detenuto ad aver appreso direttamente da Cucchi delle percosse ricevute e l’unico ad aver visto la ferita non era mai caduto in contraddizione nel corso degli interrogatori resi il 31.11.2009 e il 23.11.2009. E, in questa seconda occasione, aveva anche spiegato le ragioni per le quali aveva dichiarato di non conoscere i luoghi durante il sopralluogo alle celle di Piazzale Clodio del 21.11.2009, precisando di essere stato intimorito dalla presenza degli agenti penitenziari”.

Ciò nonostante, il 31 ottobre 2014 la Corte d’Assise d’Appello di Roma ribaltò completamente il giudizio di primo grado, decretando l’assoluzione degli imputati da tutti i capi d’accusa secondo la formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” e “perché il fatto non costituisce reato”. Dopo la lettura del dispositivo, Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, espresse l’intenzione dei familiari della vittima di portare avanti la battaglia giudiziaria di fronte ai giudici della Suprema Corte, mentre la sorella Ilaria preannunciò la propria volontà di richiedere lo svolgimento di ulteriori indagini al Procuratore Capo Giuseppe Pignatone. Il 15 dicembre 2015, il caso giunse dinanzi ai giudici della Cassazione, i quali decretarono il parziale annullamento della sentenza di appello, accogliendo il ricorso della Procura Generale e dei familiari della vittima contro le assoluzioni; venne infatti ordinata la celebrazione di un nuovo processo di appello a carico di cinque dei sei medici originariamente imputati (il primario Fierro e gli aiuti Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo) giudicando “ingiustificabile l’inerzia dei medici e illogico il non aver fatto una nuova perizia”e per “non aver fornito spiegazioni esaustive e convincenti del decesso del Cucchi”. Nella medesima sentenza vennero indicate anche le motivazioni alla base del proscioglimento dei tre agenti coinvolti: secondo la Corte, alla luce delle plurime deposizioni di fondamentale importanza secondo cui il giovane sarebbe stato aggredito da appartenenti all’arma dei carabinieri e quindi prima di essere preso in carico dagli agenti di polizia penitenziaria tratti a giudizio, sarebbe da escludere il coinvolgimento di questi ultimi. Nella suddetta sentenza fu chiesta una nuova perizia medico legale per stabilire se la vittima avesse subito o meno percosse dagli agenti e se fosse stata presentata una corretta ricostruzione dei fatti. Il 18 luglio 2016, al termine del processo di appello bis, la Corte d’Appello di Roma confermò la decisione precedente, assolvendo nuovamente i cinque medici imputati secondo la formula “perché il fatto non sussiste”, scelta ancora una volta contestata e, successivamente, annullata con rinvio dalla sentenza della Corte di Cassazione – tra l’altro in prossimità della prescrizione dei relativi reati – il 19 aprile 2017. Parallelamente, nel settembre 2015, la Procura di Roma, su espressa richiesta dei familiari della vittima, affidò al sostituto procuratore Musarò il compito di aprire una nuova indagine sul caso, che prese il nome di “inchiesta bis” e vide imputati cinque carabinieri: il maresciallo Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, indagati per lesioni colpose, il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi, accusati, invece, di falsa testimonianza; uno in particolare, l’ex vicecomandante della stazione di Tor Sapienza Mandolini, sarebbe stato sotto inchiesta in ragione delle sue dichiarazioni contraddittorie rispetto ai fatti. La celebrazione di un nuovo processo divenne necessaria a seguito delle denuncia presentata il 30 giugno 2015 dall’appuntato Riccardo Casamassima in cui riferì quanto confidatogli dai propri colleghi; egli, infatti, sostenne dinanzi alla Corte d’Assise di Roma che fu lo stesso Mandolini a esporgli la vicenda, dimostrando, così, come i vertici delle forze dell’ordine ne fossero pienamente a conoscenza. Dunque, la testimonianza di Casamassima, congiuntamente a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, fu fondamentale non solo per la riapertura delle indagini, ma anche per aver contribuito all’individuazione del ruolo rivestito dai carabinieri in questa vicenda e l’importanza che ebbe la cancellazione delle tracce del fotosegnalamento dalla caserma presso cui avvenne il fatto. Questi fattori consentirono poi di cambiare l’imputazione a carico dei carabinieri – a lungo indagati per lesioni personali aggravate e falsa testimonianza – permettendo, così, di contestare loro l’omicidio preterintenzionale e la calunnia. Dunque, in ragione di ciò, le indagini terminarono definitivamente il 17 gennaio 2017 con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, con l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento nei confronti dei militari dell’Arma dei Carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, provocando tra l’altro una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale da cui derivarono le lesioni personali in parte con esiti permanenti, divenute mortali per una successiva condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Inoltre, Tedesco, assieme a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, dovette rispondere anche all’accusa di falso e calunnia per aver omesso dal verbale d’arresto di Cucchi i nomi di Di Bernardo e D’Alessandro e per aver testimoniato il falso durante il processo di primo grado, poiché rilasciò dichiarazioni che, in seguito, portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità ai danni della vittima. Per questi motivi, il 10 luglio 2017, il Gup del Tribunale di Roma dispose il rinvio a giudizio dei cinque carabinieri imputati, i quali dovettero nuovamente presentarsi dinanzi alla Corte d’Assise l’11 ottobre 2018. Intervenne inoltre una pronuncia della Cortedi Cassazione, in cui i giudici dichiararono inammissibile il ricorso presentato dagli imputati avverso la decisione del luglio del 2017. Successivamente, il 20 giugno 2018, il carabiniere Tedesco presentò alla Procura della Repubblica una denuncia contro ignoti per la scomparsa di un’annotazione di servizio – redatta dallo stesso e relativa ai fatti avvenuti nel 2009 – in cui avrebbe riferito quanto accaduto durante la notte tra il 15 e il 16 ottobre; inoltre, a seguito della suddetta denuncia, Tedesco fu ascoltato almeno tre volte dai magistrati, dinanzi ai quali ammise per la prima volta di aver assistito all’ormai accertato pestaggio di Cucchi e di aver cercato di intervenire in difesa di quest’ultimo, senza però riuscirci. Nel far ciò, dunque, l’agente Tedesco non solo accusò i propri colleghi, attribuendogli la responsabilità del pestaggio, ma fece anche emergere una fitta rete di depistaggi posta in essere dai vertici delle forze dell’ordine e messa in atto tramite la redazione di verbali falsificati, anomalie e versioni “concordate” tra i carabinieri che l’accusa ritenne elementi di prova schiaccianti a carico dei militari della stazione Appia. A seguito di ciò, il Pubblico Ministero evidenziò anche l’esistenza di diversi episodi di falso, tra cui spiccarono quello riferito al carabiniere Gianluca Colicchio – all’epoca dei fatti in servizio alla stazione Tor Sapienza – e le due annotazioni redatte dal carabiniere scelto Francesco Di Sano; su entrambi i casi ci furono delle verifiche da parte della Procura di Roma, che dovette aprire un’inchiesta a carico dei militari dell’Arma che, di fatto, in udienza ammisero di aver dichiarato il falso. Il processo andò avanti e con la sentenza del 14 novembre 2019, la Corte di Assise di Roma riconobbe Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannando entrambi a 12 anni di reclusione all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre al pagamento delle spese legali e di 100.000 € a titolo di provvisionale ad ognuno dei genitori della vittima. Il carabiniere Francesco Tedesco fu assolto dal reato di omicidio preterintenzionale, ma fu condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso. Per lo stesso reato fu condannato anche il Maresciallo Mandolini a 3 anni e 8 mesi di reclusione e all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Per quanto attiene all’imputazione per calunnia, il fatto fu riqualificato come falsa testimonianza, ma i tre carabinieri vennero assolti. Il 7 maggio 2021 la Corte d’Assise d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del 14 novembre 2019, rideterminò le pene nei confronti di Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo a 13 anni di reclusione ciascuno, mentre quella di Mandolini a 4 anni, confermando nel resto la sentenza della Corte d’Assise, tra cui l’assoluzione di Tedesco dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Recentemente, il 4 aprile 2022, la Corte di Cassazione ha posto definitivamente la parola fine sulla vicenda, protrattasi per ben 13 anni, condannando in via definitiva i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per omicidio preterintenzionale, riducendo però loro la pena a 12 anni di reclusione; rispetto alle posizioni di Tedesco e Mandolini, accusati di aver attestato il falso nel verbale d’arresto, sarà invece disposto un nuovo processo d’appello.

Dott.ssa Francesca Nola

Colloquio criminologico: il linguaggio del corpo può smascherare una menzogna?

Sin dalle origini dell’umanità è accertato il ricorso all’utilizzo del linguaggio del corpo al fine di comunicare qualcosa a qualcuno. La pratica del comunicare, rappresenta una relazione di carattere cognitivo, emozionale, operativo, tra persone che diventano, in diversa misura, reciprocamente dipendenti e comprensive.

Alcuni autori, tra cui P. Watzlawich, J. H. Beavin e Don D. Jackson, hanno identificato cinque proprietà alla base della comunicazione umana:

⁃ non si può non comunicare, perché sia le parole che il silenzio hanno valore di messaggio;

⁃ ogni comunicazione ha un contenuto cioè una notizia ed una relazione alla notizia. Seppur il contenuto sia uguale, esso potrebbe suscitare significati differenti se detto urlando o sorridendo;

⁃ la relazione tra due interlocutori dipende dalla punteggiatura utilizzata nella comunicazione dei contenuti; ad es. i conflitti relazionali avranno una sequenza di scambi caratterizzata da punteggiatura conflittuale;

⁃ gli esseri umani comunicano sia con il metodo numerico cioè comunicazione verbale, tutto ciò che si esprime attraverso le parole; che con il metodo analogico, ovvero comunicazione non verbale, che comprende gli aspetti comunicativi non semantici;

⁃ gli scambi comunicativi possono essere simmetrici, ovvero basati sull’uguaglianza, perché un interlocutore si rispecchia nel linguaggio dell’altro, o complementari, basati sulla differenza esistente tra le persone.

Nell’ambito criminologico in cui ci troviamo, è preferibile concentrarsi sul linguaggio del corpo perché gli operatori del trattamento penitenziario e rieducativo prestano o dovrebbero prestare molta attenzione a ciò che i soggetti condannati in via definitiva celano dietro frasi che apparentemente sembrano reali, ma che in realtà se si riesce a decifrare la comunicazione non verbale, si comprende la menzogna deliberata e volontaria attuata per manipolare le informazioni al fine di ottenere vantaggi sia materiali che interpersonali.

Le due figure, titolari per eccellenza del trattamento rieducativo sono: l’esperto ex art.80 o.p. e il funzionario giuridico-pedagogico ovvero l’educatore penitenziario, poi vi sono altre figure che rivestono ruoli di vario livello, nell’ambito della rieducazione: gli amministratori di culto, gli assistenti sociali e il personale di polizia penitenziaria. Queste due figure di esperti, utilizzano il colloquio criminologico come tecnica e strumento di comunicazione con il soggetto autore di reato, mediante il quale poter analizzare la criminogenesi, che fa riferimento all’evoluzione dei fatti che hanno portato all’evento criminoso e allo studio delle motivazioni alla base della commissione del reato, e la criminodinamica, ovvero la ricostruzione del fatto reato, attraverso modalità e tempistiche dell’evento; ricostruire la personalità del soggetto; determinare la presenza e il grado di pericolosità sociale del soggetto e tracciare i percorsi di vita alternativi alla detenzione.

Al termine del ciclo di colloqui, l’esperto incaricato scriverà una relazione con la sintesi dei dati ricavati durante gli incontri con il reo, destinata al GOT ovvero a soggetto con professionalità differenti: assistenti sociali, educatori, giuristi e psicologi, per questo la stesura deve contenere un linguaggio fruibile, comprensibile ed utile al fine di poter individuare, se ritenuta applicabile, una misura alternativa alla detenzione. L’esperto, durante il colloquio criminologico, deve avere chiari gli indicatori che potrebbero essere utili all’individuazione della menzogna.

Il linguaggio del corpo riveste un ruolo importante nell’individuazione di indicatori non verbali visivi della menzogna, ad es. il reo, anziché distogliere lo sguardo come spesso si potrebbe pensare, usa la tecnica del contatto oculare eccessivo verso il criminologo, però allo stesso tempo dissimula un sorriso coinvolgendo solo i muscoli utilizzati per alzare gli angoli della bocca, si tocca frequentemente le labbra e si nota un aumento della sudorazione delle mani, oltre ad un aumento dello stato di agitazione con movimenti delle mani o dita, soprattutto i movimenti irrequieti e ripetitivi delle gambe o dei piedi. A tal proposito è sorprendente quanto scoperto da Ekman e Friesen, ovvero che quando si mente, gli arti inferiori, nonostante rispondano al controllo volontario, sono in realtà meno controllabili perché sono strutturalmente più lontani dal cervello. Inoltre nelle situazioni di maggior tensione, le caviglie possono essere sovrapposte nella posizione incrociata o si possono agganciare alla sedia, con braccia incrociate o salde sui braccioli, tipico atteggiamento di chi reprime qualcosa dentro di sé e non riesce ad esporlo. In questo caso la mente e il linguaggio del corpo rispecchiano il vissuto negativo interiore che il soggetto vive in quel preciso momento. Per quanto riguarda il toccarsi il naso, questa è un’attività di autoconforto, quindi serve per alleviare la tensione interna e non è associato necessariamente al mentire; infatti nelle situazioni di maggior tensione il flusso sanguigno genera un’estensione dei tessuti nasali e provoca prurito o formicolio, per questo si ha la necessità di sfregarsi il naso.

Mentre gli aspetti non verbali del parlato, ovvero uditivi, rappresentano la seconda categoria degli indicatori comportamentali di chi mente o di chi omette. Quando il criminologo interloquisce con un mentitore, spesso gli aspetti vocali del discorso, ovvero i tratti para linguistici, tendono a subire molti cambiamenti, tra cui: un aumento del timbro di voce e dell’intensità vocale e una diminuzione della velocità della narrazione, perché il soggetto deve basarsi più sulla immaginazione che sulla realtà, oltre al fatto che il cervello deve compiere un grande sforzo per gestire contemporaneamente verità e menzogna ed evitare una fuga di informazioni attraverso il corpo. Inoltre durante l’esposizione, vi possono essere pause o silenzi perché chi mente tende a non completare le frasi bensì, dopo il silenzio, ad iniziare una nuova frase. Altri due indicatori dei tratti vocali molto interessanti sono: la respirazione ansimante, difficile da nascondere soprattutto se oltre al petto muove anche le spalle, generando un respiro rapido ma anche superficiale, e il raschiarsi la gola, perché lo stress tende a seccare la gola. Infine l’interlocutore che mente, può sforzarsi di mascherare il disagio mostrandosi rilassato ma a volte può utilizzare intercalari come “eh” oppure “uhm” per formulare una spiegazione plausibile a quanto domandato.

Per quanto riguarda gli indicatori verbali della menzogna, facciamo riferimento ai contributi del 1996 di De Cataldo e Gulotta scritti nel “Trattato della menzogna e dell’inganno”. Il discorso menzognero è caratterizzato da dichiarazioni false molto brevi, rispetto a quelle veritiere, perché occorre maggior impegno cognitivo per formulare frasi lunghe e credibili, infatti tali affermazioni sono per lo più generiche, con scarsi particolari e riferimenti temporali, a persone e a luoghi. Inoltre è stato rilevato l’utilizzo di una terminologia generalizzata, quindi vengono utilizzate parole come: tutto, nessuno, niente, o l’utilizzo di riferimenti vaghi, utilizzando la carta del “non lo ricordo”, “ho un vuoto di memoria”.

In conclusione possiamo dire, anche in base a quanto esposto, che capire se l’interlocutore mente non è semplice, ovviamente per ragioni etiche, giuridiche e tecniche, in ambito forense non si utilizzano lie detector, ma si continuano a ricercare strumenti in grado di misurare il grado di veridicità delle dichiarazioni, anche se i fattori individuali e quelli situazionali influiscono su tale determinazione, anche per questo il criminologo e gli esperti in generale, rivestono un ruolo di primaria importanza nel comprendere se l’interlocutore altera il suo discorso per menzogna, per disturbi psichiatrici o per dipendenze da sostanze e alcool.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Biblioteca e testi consigliati

• “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi” di P. Watzlawich, J.H. Beavin e D.D. Jackson.

• “Trattato della menzogna e dell’inganno” di De Cataldo e Gulotta.

• “Il mestiere del criminologo. Il colloquio e la perizia criminologica” di I. Marzagora e G. Travaini.

• “Il grande libro del linguaggio segreto del corpo” di A. Guglielmi.

Catherine Cesnik. Il misterioso omicidio di Suor Cathy.

Suor Catherine Cesnik, nacque in un quartiere di Lawrenceville. Catherine era una ragazza intelligente e giudiziosa. Si diplomò nel 1960 alla Saint Augustine High School. Dopo il diploma nonostante avesse un pretendente, un seminarista di nome Gerard Koob, disposto a rinunciare alla sua vocazione pur di sposarla, decise di prendere i voti in un ordine religioso dedicato all’insegnamento. Iniziò ad insegnare nel 1965, nella Archbishop Keough High School, dove rimase per 4 anni. Nel 1969 cambiò scuola e cominciò ad insegnare in una scuola cattolica di Baltimora. La giovane suora scomparve il pomeriggio del 7 novembre 1969. Quel pomeriggio Catherine era uscita per comprare un regalo, una sua consorella non vedendola rientrare chiamò Gerard Koob. Catherine, infatti, nonostante avesse rifiutato la proposta di matrimonio di Gerard, era molto legata a lui. Padre Gerard non sapeva dove fosse Catherine, così raggiunse la consorella e allertarono la polizia. Il corpo di Catherine venne trovato in un bosco vicino Lansdown il 3 gennaio 1970. Inizialmente fu Gerard ad essere indagato ma avendo un alibi i sospetti caddero immediatamente. La polizia riprese ad indagare quando nel 1994, Jean Western, ex studentessa della scuola dove lavorava Catherine, sul lettino del suo analista, iniziò a ricordare le violenze sessuali subite da padre Joseph Maskell e padre Neil Magnus. Poi ricordò la scena in cui padre Maskell le mostrava il cadavere di Suor Catherine nel bosco. Dopo aver sporto denuncia alla polizia, saltarono fuori altre vittime. Teresa Lancaster raccontò degli abusi subiti dai preti mentre era una studentessa aggiungendo che Suor Catherine aveva scoperto gli abusi e aveva affrontato padre Maskell. Le indagini non ebbero conseguenze sui presunti abusatori, essendo passati più di tre anni dai fatti, per la legge non erano più punibili. Padre Magnus è morto prima dello scoppio dello scandalo nel 1988, il reverendo Maskell è morto nel 2001. Il suo DNA è stato recentemente confrontato con una traccia trovata su una sigaretta raccolta all’epoca sul lungo del ritrovamento del cadavere, tuttavia non c’era corrispondenza. Oggi la polizia indaga sul collegamento dell’omicidio di Catherine con altri delitti avvenuti a Baltimora in quegli anni. Quello della ventenne Joyce Meleki trovata morta pochi giorni dopo la scomparsa di Catherine in un fiume vicino. Quello della sedicenne Pamela Lynn Conyers trovata in un bosco ad ottobre nel 1970 ed infine l’omicidio della studentessa Elizabeth Montayne, nel settembre 1971.

Dott.ssa Elena Novelli

George Junius Stinney Jr.: la storia del più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti d’America

George Junius Stinney Jr. è stato il più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti; egli, infatti, al momento dell’esecuzione della pena capitale aveva solamente 14 anni. Il ragazzo era un afroamericano originario di Alcolu, una cittadina della California del sud e viveva con la propria famiglia nel “quartiere nero” della città, presso alloggi forniti dal datore di lavoro del padre, un operaio di una segheria locale. La vicenda avvenne negli anni ‘40, quando in America l’odio razziale era molto forte e la separazione tra individui neri e bianchi era netta e a tratti violenta: all’epoca infatti esistevano interi quartieri, locali, scuole e chiese per soli bianchi dove i neri non potevano assolutamente accedere. Il 23 marzo del 1944 i corpi di due bambine bianche di 11 e 7 anni vennero ritrovati riversi in un fosso all’interno del “quartiere nero” della città, colpiti mortalmente alla testa e al volto da un oggetto non ben identificato, probabilmente di metallo e dalla punta arrotondata, simile a un martello e presumibilmente rinvenuto nei pressi del luogo del delitto, non vi erano segni di violenza sessuale. Le due minori furono viste vive per l’ultima volta in sella alle loro biciclette mentre cercavano fiori e chiedevano informazioni al giovane Stinney e a sua sorella Aime su un luogo nelle vicinanze in cui avrebbero potuto trovarne. Quella sera stessa, quando i genitori si accorsero che le bambine non avevano fatto rientro a casa, la città si mobilitò subito per ritrovarle; vennero organizzate delle squadre di ricerca alle quali prese parte anche il padre di Stinney e poche ore dopo vennero ritrovati i due corpi. Già al mattino seguente i giornali riportarono la notizia della cattura del loro feroce assassino; secondo le autorità si trattava di colui che per ultimo aveva visto le ragazze in vita, ovvero il piccolo George Stinney. Il ragazzo venne immediatamente arrestato e portato in carcere, ove a detta degli agenti confessò e indicò il luogo in cui aveva nascosto l’arma del delitto, una barra di ferro di pochi centimetri. Non vi è tuttavia alcuna traccia che attesti la veridicità di quanto riferito dagli agenti, poiché non venne mai redatta alcuna confessione scritta e firmata da Stinney; è probabile che sia stata invece estorta con la forza al fine di garantire un colpevole alla giustizia. Stinney rimase in isolamento in carcere per 81 giorni in attesa del processo, senza poter vedere nessuno, nemmeno i propri genitori, che nel mentre furono costretti ad abbandonare la città perché perseguitati. Il processo, compresa la scelta dei membri della giuria, durò solamente un giorno. Il ragazzo venne interrogato da solo, condotto a giudizio senza la possibilità di avvalersi di un avvocato di fiducia e in assenza dei genitori, non ammessi in aula; la giuria era composta unicamente da membri bianchi che dopo 2 ore di processo impiegarono solamente 10 minuti per formulare la sentenza di condanna, emessa senza la presenza di prove fisiche e basata unicamente sulle testimonianze degli agenti coinvolti e del medico legale. L’esito del processo fu il peggiore possibile: condanna a morte mediante sedia elettrica. L’avvocato di Stinney non propose appello avverso a tale sentenza e non venne fatta alcuna trascrizione di quanto avvenuto quel giorno in aula. La famiglia si rivolse al Governatore affinché mostrasse clemenza nei confronti del ragazzo vista la sua tenera età, appello che però rimase inascoltato poiché il 16 giugno del 1944, dopo soli 83 giorni dall’arresto, Stinney fu giustiziato presso il Central Correctional Institution di Colombia ove era detenuto. Quel giorno Stinney portò con sé la sua Bibbia, la stessa che il ragazzo aveva tenuto in mano durante il processo e che, ironia della sorte, fu utilizzata come rialzo sulla sedia elettrica per facilitarne l’esecuzione, resasi difficoltosa per la bassa statura e il peso del ragazzo dovuti alla sua giovane età. Nei primi anni 2000, George Frierson, noto legale statunitense, decise di approfondire la vicenda rimasta sconosciuta per troppo tempo e, assieme a un pool di legali e alla Civil Rights and Restorative Justice Project della Northeastern University School of Law, lavorarono pro bono per la famiglia di Stinney e riuscirono ad ottenere la riapertura del caso. Frierson infatti sostenne che vi era un’altra persona, già deceduta, che si era proclamata colpevole per quegli omicidi sul letto di morte, confessando tutto a un familiare. L’uomo in questione era un bianco, membro di una famiglia facoltosa della città e un cui parente era stato nominato tra i giurati del processo di Stinney e aveva presumibilmente spinto per una condanna a suo carico. Il processo fu riaperto nel 2014 e i legali fornirono le nuove prove, tra cui le testimonianze dei fratelli di Stinney, che sostennero che il fratello si trovava con loro al momento degli omicidi, di colui che rinvenne per primo i corpi e che, data l’assenza di sangue sul luogo del delitto, ipotizzò che l’omicidio fosse avvenuto altrove e che i cadaveri fossero stati spostati solo in un secondo momento, e di un compagno di cella di Stinney a cui aveva confidato l’estorsione della confessione da parte degli agenti. Il nuovo giudice, Carmen Mullen, invece di continuare con il processo, decise di annullare la sentenza di condanna nei confronti di Stinney per mancanza di un giusto ed equo processo, per violazione del diritto di difesa in quanto il giovane non era stato correttamente assistito in giudizio e per l’inammissibilità della confessione perché probabilmente estorta, senza pronunciarsi sulla colpevolezza o meno di Stinney. Grazie al lavoro di questi grandi legali, la vicenda uscì dal dimenticatoio e la memoria di Stinney venne riabilitata. Si dice inoltre che il regista Frank Darabont prese ispirazione dalla vicenda di Stinney per scrivere la sceneggiatura di uno dei suoi più grandi capolavori: il noto film “Il miglio verde”.

Dott.ssa Francesca Nola

Ronald DeFeo Jr., il killer che ha ispirato ”Amityville Horror”.

Ronald DeFeo Jr., è noto per aver massacrato la famiglia nel 1974, la sua storia ha ispirato la saga di Amityville Horror e alcune scene di The Conjuring 2.
Ronald DeFeo Jr. fu il primo dei cinque figli avuti dai coniugi Ronald e Louise DeFeo. Nel 1965, grazie ai proventi derivanti dall’attività del padre come rivenditore di automobili, la famiglia si trasferì ad Amityville.
Sebbene conducessero una vita agiata, il ragazzo ebbe diversi problemi. Il padre, infatti, fu un uomo autoritario e violento e spesso picchiò la moglie e i figli. Inoltre, Ronald Jr. venne bullizzato dai compagni di scuola a causa del suo sovrappeso. Crescendo il giovane iniziò a manifestare frequenti scatti d’ira, i genitori preoccupati cercarono di aiutare il figlio portandolo da uno psichiatra, ma Ronald Jr. si rifiutò di continuare le visite. I genitori, quindi, tentarono di aiutarlo concedendo al figlio qualsiasi cosa volesse; tuttavia, questo nuovo approccio finì per peggiorare le cose. Ronald Jr. iniziò infatti ad assumere LSD ed eroina, droghe che peggiorarono i suoi scatti d’ira, arrivò infatti a tentare di sparare al padre con un fucile. Il padre si convinse che il figlio fosse il diavolo e riempì la casa di simboli sacri. Ronald Jr. ancora insoddisfatto della vita agiata che conduceva rapinò la concessionaria del padre.
Dopo la rapina, la tensione tra padre e figlio crebbe e la notte tra il 12 e il 13 novembre 1974, il giovane sterminò la famiglia nel sonno. Sparò prima ai genitori, poi ai fratelli e infine alle sorelle, tutti gli omicidi avvennero nell’arco di 15 minuti. Diverse furono le versioni che Ronald Jr. fornì agli inquirenti. Inizialmente attribuì gli omicidi a un sicario della mafia, Louis Falini parlando di un vecchio rancore tra l’uomo e la famiglia. Soltanto dopo le numerose incongruenze trovate dagli inquirenti, Ronald Jr. confessò gli omicidi. Il processo iniziò un anno dopo gli omicidi e l’avvocato difensore di DeFeo, dopo la dichiarazione di Ronald Jr. dove rivelava di aver sentito delle voci che gli dicevano di uccidere la famiglia, chiese l’infermità mentale per l’assistito. Tuttavia, il 21 novembre 1975, DeFeo venne dichiarato colpevole dei sei omicidi e condannato a sei ergastoli consecutivi. DeFeo, morì il 12 marzo 2021, all’età di 69 anni mentre si trovava ricoverato in ospedale.

Dott.ssa Elena Novelli

Child sex offender. Esiste un profilo criminologico?

“Rispetto al crimine della pedofilia non è possibile formulare giustificazioni. Esiste forse azione più deplorevole?” Aldo Carotenuto.

Già a partire dal IV sec. a.C., nella storia greco-romana, si ritrovano testi di rapporti sessuali tra un uomo adulto erastes e ragazzo prepubere eromenos, chiamati “pederastia”. Questi rapporti erano un rito iniziatico che permetteva al ragazzo di entrare a far parte del mondo degli adulti e la trasmissione delle leggi e del sapere delle polis. Negli anni cinquanta del Seicento, inizia a diffondersi un sentimento riprovevole nei confronti delle pratiche sessuali sui minori, fino ad arrivare in Italia, nel 1996 con la legge n.66 contro la violenza sessuale, ovvero “qualunque atto sessuale, attivo o passivo, imposto ad una persona contro la sua volontà, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità. Sono compresi nel reato gli atti sessuali che taluno è indotto a compiere o subire a causa delle condizioni di inferiorità fisica o psichica al momento del fatto o perché il colpevole si è, con l’inganno, sostituito ad altra persona”, ponendo particolare attenzione se gli atti vengono compiuti da un componente della famiglia. La legge n.38 del 2006 ha ampliato la precedente legge del ’98, con nozioni di prostituzione minorile, pedopornografia e cyber pedopornografia. Come viene classificata la pedofilia? La pedofilia, oggi, è classificata come una forma di parafilia che causa danni a terzi e rientra nella classificazione dei disturbi, quindi può essere denominato “disturbo parafilico”, caratterizzato da ricorrenti fantasie sessuali, impulsi o comportamenti che coinvolgono adolescenti di età prepuberale o adolescenti maggiormente di età pari o inferiore agli anni 13. La maggior parte dei pedofili è di sesso maschile e l’attrazione può riguardare maschi, femmine o entrambi; ma i pedofili preferiscono prevalentemente i bambini di sesso opposto rispetto a quelli dello stesso sesso. Da non confondere il pedofilo con il child molester, in quanto il primo può espletare fantasie o autoerotismo, in altri casi si può verificare il fellatio, o il cunnilingus, oppure una penetrazione anche con giochi, mentre il secondo non si identifica necessariamente come un pedofilo, perché predilige abitualmente partner coetanei, e per curiosità arriva ad abusare sessualmente di un minore di 18 anni. I crimini sessuali su minori non rientrano infatti nella pedofilia, a meno che il reo non abbia un parafilico interesse sessuale per i bambini in età prepuberale.

Secondo la letteratura, gli abusi sui minori possono verificarsi in diversi contesti e nella maggior parte dei casi, il bambino conosce l’adulto e questi può essere un membro della famiglia, un amico di famiglia, o una persona che esercita autorità su di lui come un insegnante o un allenatore. Come ben possiamo immaginare, gli effetti psicologici nella mente delle vittime sono molto gravi e sono aumentati in questo periodo pandemico che stiamo vivendo. Gli effetti possono includere depressione, disturbo post-traumatico da stress, ansia, diminuzione dell’autostima, mancanza di fiducia negli altri, autolesionismo, propensione alla vittimizzazione in età adulta o alle dipendenze come alcolismo e uso di droghe, comportamenti regressivi come succhiare il pollice o fare pipì a letto, l’abusato potrebbe arrivare perfino a replicare, in età adulta, l’abuso ricevuto. Da qui la famosa teoria dell’abusato-abusatore di Garland e Dougher del 1990, che riconduce la causa della pedofilia all’abuso sessuale subito nell’infanzia, di conseguenza il pedofilo replicherebbe la vittimizzazione subita per ridurre il proprio malessere e superare il senso di impotenza. La teoria citata, rientra nella concezione psicoanalitica classica, la quale sostiene che l’atto pedofilo è legato a fissazioni e regressioni verso forme di sessualità infantile, in quanto il pedofilo è una persona che non è riuscita a completare il processo di sviluppo verso l’adattamento sessuale a causa di una minaccia di castrazione da parte della madre, del padre, o di situazioni di vita importanti.

Nel corso degli anni sono state elaborate diverse ipotesi interpretative riguardo all’origine del comportamento pedofilo, spesso in evidente contrapposizione fra le stesse. Diversi studiosi si sono occupati di determinare una tassonomia di tali soggetti esaminando fattori psichiatrici, come abbiamo visto pocanzi, fattori sociologici e criminologici in cui rientra la teoria dell’identificazione parentale e fattori psicometrici da cui deriva il modello neuropsicologico e biologico. La teoria dell’identificazione parentale e della trasmissione intra-generazionale è molto interessante in quanto sostiene che gli aggressori sessuali sono cresciuti con molta probabilità in famiglie devianti e la mancata identificazione comporta nello sviluppo psico-comportamentale un disordine psicosessuale. Mentre il modello neuropsicologico si basa su approcci di misurazione delle attività cerebrali utilizzando l’elettroencefalogramma, oppure si basa su approcci che misurano la forma e il peso del cervello di soggetti con tale parafilia, o addirittura testando la concentrazione ormonale nel sangue.

Una delle tassonomie più significative risulta quella elaborata da Groth e Birnbaum nel 1978, i quali distinsero: il pedofilo fissato, rimasto nel suo stadio primario dovuto ad un trauma, quindi non riuscendo a relazionarsi con i suoi coetanei è rimasto attratto dai ragazzi adolescenti; il pedofilo regredito, pur avendo raggiunto un normale sviluppo psicosessuale, a causa di eventi frustranti regredisce trasferendo i suoi bisogni sui minori, anche in modo sperimentale. Un’altra nota classificazione dell’agire pedofilo è quella introdotta da Holmes e Holmes, i quali proposero le due note tipologie: pedofilo situazionale nella quale rientra il pedofilo regressivo o in fase regressiva, il pedofilo sessualmente indiscriminato e il pedofilo introverso o inadeguato, e pedofilo preferenziale, le cui sottocategorie sono quelle del pedofilo seduttivo, pedofilo della personalità immatura o fissato e pedofilo sadico o aggressivo.

In conclusione possiamo dire che da un punto di vista psicoterapeutico, il bambino o la bambina vittima di un child sex offender deve intraprendere tempestivamente un percorso terapeutico per la rielaborazione del trauma subito. La prevenzione ricopre un ruolo fondamentale, infatti bisogna sensibilizzare i genitori sull’argomento, perché a volte capita che la persona di fiducia, con la quale il minore si confida, sminuisce o nega l’evento, cosa più grave incolpa il bambino dell’accaduto. Dove si svolgono o si potrebbero svolgere incontri sulla prevenzione? Principalmente nelle scuole, luogo in cui i bambini trascorrono la maggior parte delle ore della giornata e volte anche le uniche mura che lo proteggono; presso i centri d’ascolto, si svolgono attività di prevenzione e formazione per genitori, insegnanti, personale sanitario e forze dell’ordine. In questi luoghi si trova la forza e il coraggio di denunciare il proprio marito, il familiare, l’amico, chi maltratta e abusa un essere umano innocente, un bambino.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Riferimenti e testi consigliati:

• “Pedofilia tra devianza e criminalità” di G. Cifaldi

• “Pedofilia. Un approccio multiprospettico” di A. Coluccia, E. Calvanese.

• “Pedofilia e psicoanalisi. Figure e percorsi di cura” di C. Schinaia.

• “Le parafilie maggiori” di F. Liggio.

Criminal Profiling:tecnica investigativa per l’identificazione dell’autore di reato.

Il profilo criminale (in inglese criminal profiling o criminal personality profiling) è uno strumento comportamentale e investigativo d’ausilio per gli investigatori nel descrivere soggetti criminali totalmente o parzialmente sconosciuti. Secondo il noto agente dell’FBI Howard Teten, il Criminal Profiling può essere definito «il metodo per identificare l’autore di un reato basato sulla analisi della natura del crimine e del modo in cui questo è stato commesso, partendo dal presupposto che vari aspetti della personalità dell’autore si riflettono nelle azioni che sceglie di compiere, prima, durante e dopo il crimine».

Il Criminal Profiling è una tecnica investigativa che individua l’insieme di tutte quelle informazioni riguardanti un sospetto sconosciuto, tra cui principalmente caratteristiche comportamentali e di personalità, tramite lo studio e l’analisi dei crimini che ha commesso. Di conseguenza, secondo il principio di interscambio di Edmond Locard, secondo cui “ogni criminale lascia una traccia di sé sulla scena del crimine e porta via su di sé una traccia” e considerato che le tracce lasciate sulla scena del crimine possono rappresentare il risultato di determinati comportamenti e azioni, il compito del profiler, sottolineato anche dalla criminologa R. Bruzzone, diventa quello di acquisire ed analizzare tutte le informazioni ricavate dalla scena del crimine e usarle per definire la personalità e il comportamento del possibile autore di reato. Il profiler, in particolare, deve saper descrivere sia il tipo di persona che può avere commesso il fatto reato, sia quali possono essere i tratti della personalità del possibile reo. Di conseguenza, da quanto esposto, si desume che l’obiettivo principale del profiler consiste nel raccogliere ed analizzare elementi della scena del crimine e stilare il ritratto psico-comportamentale del possibile autore per aiutare le forze di polizia nell’identificazione dello stesso, ancora ignoto.

Qual è oltre a quanto esposto, il supporto pratico per le indagini del criminal profiling? Sicuramente un miglior utilizzo delle risorse investigative, indirizzate verso il profilo corrispondente; la riduzione del numero dei sospettati; strategie interrogative al fine di condurre ad una confessione. Sebbene non esista una metodologia universalmente accettata, sono stati individuati elementi fondamentali per la ricostruzione di un profilo psicologico, condivisi da molti esperti forensi. L’analisi della scena del crimine rappresenta il primo elemento fondamentale; il secondo riguarda lo studio della vittima e delle possibili relazioni con il suo aggressore, ed infine, vi è il case linkage.

Per quanto concerne il primo elemento, il criminal profilng parte dall’analisi delle prove rinvenute sulla scena del crimine e dalla ricostruzione della dinamica dell’evento, per arrivare a dare una risposta ai 6 interrogativi anglosassoni della crimino-dinamica: What?, How?, When?, Where?, Why?, Who?

Per il secondo elemento, ovvero la relazione tra la vittima e l’aggressore, è fondamentale tenere in considerazione una branca della criminologia, ovvero la vittimologia, che studia la vittima come soggetto passivo del reato e l’incidenza della stessa nell’analisi della scena del crimine, in base al rapporto col reo. Oggi si fa affidamento all’autopsia psicologica cioè una perizia post- mortem. De Leo definisce l’autopsia psicologica come una “particolare forma di perizia psicologica con cui si cerca di elaborare un profilo psicologico della vittima e, attraverso una analisi completa delle caratteristiche della stessa e delle sue interferenze con il fatto di reato e con il suo autore, si cerca di individuare possibili inferenze deduttive con il movente, l’elemento determinante l’azione, il modus operandi e la firma dell’autore.”

Il case linkage, terzo ed ultimo elemento preso in considerazione per la ricostruzione del profilo psicologico, è un metodo analitico per mezzo del quale si possono stabilire dei «legami tra casi in precedenza non correlati». Gli elementi utilizzata in questa analisi sono: le prove fisiche, i riscontri medico-legali, il modus operandi, la firma, l’analisi della vittima e il geographical profiling.

Gli elementi esposti, secondo gli esperti forensi, sono di fondamentale importanza a maggior ragione per la risoluzione della serialità di atti criminali, quali: stupro, omicidio, molestie sessuali con o senza minacce, assassinio pedofilico; di atti criminali accompagnati o meno da mancata identificazione del colpevole e in caso di dubbio sulla reale colpevolezza del soggetto; di recidivismo con sospetto di acting out criminale, dove l’azione non può essere spiegata da motivazione comprensibile ma che risulta un’espressione concreta di un conflitto interiore al soggetto. A tal proposito, non sarebbe di poco conto ricordare ciò che l’ex investigatore statunitense ed agente speciale del Federal Bureau of Investigation, John E. Douglas, ha da sempre ritenuto, ovvero “se vuoi comprendere l’artista, devi guardare il quadro; se vuoi conoscere il colpevole, devi guardare il crimine; un assassino seriale pianifica il suo “lavoro” con la stessa cura con cui un pittore elabora il soggetto e l’esecuzione di una tela”.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Riferimenti e testi consigliati:

• “I serial killers” di M. Garbesi.

• “Crime Classification Manual: A standard system for investigating and classifying violent crimes” di J. Dougals, A. Burgess, R. Ressler.

• “Lo studio della vittimologia per capire il ruolo della vittima” di S. Sicurella.

• “L’autopsia psicologica. L’indagine nei casi di morte violenta o dubbia” di B. Bonicatto, T. G. Perèz, R. R. Lopez.

http://repository.nkzu.kz/8082/1/49-64.pdf

Il suicidio di massa di Heaven’s Gate

Heaven’s Gate è il nome di una setta religiosa nata tra gli anni ‘70 e ‘90 guidata da Marshall Appelwhite e nota per aver compiuto il più grande suicidio di massa nella storia degli Stati Uniti d’America. Marshall nacque nel 1931 in Texas, il padre era pastore presbiteriano che lo educò rigidamente alla religione. Dopo un breve periodo nell’esercito e una carriera fallimentare da cantante a New York, divenne insegnante di musica all’università dell’Alabama per poi ritornare a Huston, sempre in qualità di insegnante musica ma all’università St. Thomas a Houston, in Texas, dove però venne accusato di abusi sessuali su uno studente, suscitando uno scandalo tale da costargli sia il posto di lavoro che il matrimonio. In seguito, non è chiaro per quale motivo, frequentò per un mese un ospedale, alcuni sostennero ci andasse per far visita ad un amico malato, altri che vi si recasse per un crollo nervoso a seguito della morte del padre a cui era molto legato, fatto sta che in ospedale conobbe l’infermiera Bonnie Nettels. La donna, a seguito di un matrimonio e una vita felice, nel 1972 iniziò a comportarsi in modo strano e a raccontare di episodi particolari in cui asserisce di aver udito nella propria testa la voce di un monaco del XIX secolo, che le parlava e le diceva cosa fare. Inoltre, sviluppò una sorta di ossessione per le sedute spiritiche e per la comunicazione con l’aldilà, cosa che fece ulteriormente allontanare il marito, che poco dopo chiese il divorzio. In una di queste sedute clandestine, una medium disse a Bonnie che nel giro di poco tempo avrebbe incontrato un uomo molto alto, con i capelli e la pelle molto chiari e che avrebbe dovuto fare tutto quello che quest’uomo le avrebbe ordinato. Al momento dell’incontro con Masrhall in ospedale, avendo l’uomo le stesse caratteristiche fisiche descritte durante la seduta spiritica, Bonnie si convinse che si trattasse della persona indicata dalla medium e che in qualche modo i loro destini fossero connessi. Il giorno di capodanno del 1973, i due decisero di mollare tutto e di fuggire insieme per creare un qualcosa di importante, cambiarono nome (Bonnie diventerà Bo e Mashall cambierà nome in Pip) e partirono per un viaggio di circa 6 mesi in cui attraversarono tutta l’America, organizzando eventi in cui spiegavano il loro nuovo credo e parlavano del fatto che loro fossero i prescelti per diffondere delle profezie bibliche che gli erano state fornite da delle menti superiori. Il culto proposto da “i due dell’ufo”, come erano soliti farsi chiamare, era molto affascinante poiché oltre a promettere una risposta a qualsiasi domanda, era un misto di elementi tipici del cristianesimo, dello gnosticismo e della fantascienza ed appariva come molto allettante. Infatti, in base a quanto riportato dalla coppia, la reincarnazione di Gesù, visto come un texano, culminerebbe con una figura dai tratti molto simili a quelli di Marshall e la vergine Maria sarebbe rimasta incinta a seguito di un rapimento da parte degli alieni. La coppia sarebbe quindi l’unica in grado di trasmettere questo nuovo culto, basato principalmente sulla profonda convinzione dell’esistenza degli extraterrestri. I due sostenevano di essere originari di un altro pianeta e che un giorno, a seguito della morte, con l’abbandono del loro involucro umano, avrebbero ricevuto dei nuovi corpi e sarebbero stati in grado di fare ritorno al pianeta natio mediante l’utilizzo di una navicella spaziale e godere finalmente di una vita migliore, altamente superiore a quella terrena. A detta dei due, infatti, il motivo per cui erano stati inviati sulla Terra era quello di convincere quante più persone possibile a diventare parte di quello che loro chiamavano “l’equipaggio”, per seguirli verso questo nuovo pianeta in cui avrebbero potuto aspirare a un’esistenza di gran lunga più vantaggiosa. Incredibilmente, nel giro di poco tempo, molte persone si lasciarono ammaliare dalla promessa di un’esistenza migliore e scelsero di arruolarsi per questa fantomatica “missione”, arrivando a contare 200 adepti. Così come previsto nello schema classico di ogni setta conosciuta, anche in questo caso i nuovi membri venivano convinti a troncare qualsiasi tipo di rapporto con famiglia, amici e conoscenti, ad abbandonare tutti i beni materiali, a donare tutti i propri averi al culto e a purificarsi mediante strane diete e astinenza sessuale, finalizzati a reprimere ogni pensiero impuro in quanto condurre una vita malsana fatta di cibo spazzatura e sesso era assolutamente proibito all’interno della comunità. Nel 1983 ai discepoli del culto venne concesso un giorno libero, il giorno della festa della mamma, per rivedere le proprie famiglie al fine di tranquillizzarle ed evitare che approfondissero le ricerche sulla setta; gli adepti vennero istruiti affinché dicessero ai familiari che nel periodo di tempo in cui erano stati lontani si erano in realtà recati presso un monastero a studiare informatica e che a breve vi avrebbero fatto ritorno per terminare le loro ricerche. Nel 1985, a seguito della diagnosi di cancro terminale e dopo aver rifiutato le cure per quello che riteneva essere solo un corpo temporaneo difettoso, Bonnie morì, lasciando a Marshall il pieno controllo sulla setta. Nel 1993, avendo perso molti adepti, Marshall decise di spendere gran parte del patrimonio della setta per pubblicare annunci pubblicitari in cui veniva proclamata la fine del mondo; l’unico modo per potersi salvare era chiaramente quello di unirsi alla sua setta. Questa iniziativa, assieme all’apertura del sito internet, tuttora attivo, funzionò perché fece aumentare il numero di seguaci, che arrivarono ad essere 39 in tutto. A quel punto, Marshall iniziò a valutare il suicidio come mezzo per l’abbandono dell’involucro umano e per far rientro presso il pianeta natale. Fu così che nel 1996 il gruppo prese definitivamente il nome di “Heaven’s Gate” e con gli ultimi soldi rimasti, affittarono una grande villa poco fuori Santa Fè, in California, pubblicarono un video in cui avvisavano che il mondo stava per finire e che quella era l’unica e l’ultima possibilità per sopravvivere. Il 22 marzo del 1997 il gruppo di rinchiuse nella villa, i discepoli della setta e lo stesso Marshall registrarono messaggi di addio per le famiglie, indossarono tutti i medesimi abiti e ingerirono barbiturici misti ad alcol; successivamente si adagiarono sui letti, posizionando sotto le teste delle piccole borse ove riposero i documenti, in modo tale da poter essere riconosciuti al momento dell’ascesa, e attesero per 3 giorni la morte. Il 26 marzo, a seguito di una telefonata anonima, la polizia fece irruzione nella villa e trovò i 39 corpi, tutti adagiati sui letti e coperti da un telo viola. La cosa che fece più scalpore furono i videomessaggi registrati dalle vittime e rinvenuti sul sito di Heaven’s Gate, in cui gli adepti apparivano estremamente calmi e felici, alcuni sostennero addirittura che si trattasse del giorno più felice delle loro vite.

Dott.ssa Francesca Nola