I misteri di Alleghe

Quando si parla dei misteri di Alleghe ci si riferisce a una serie di omicidi avvenuti tra il 1933 e il 1946 nel paesino di Alleghe.
Il 9 maggio 1933 venne ritrovato senza vita il corpo di Emma di Ventura, la ragazza lavorava come cameriera nell’albergo di Alleghe. Gli inquirenti pensarono a un caso di suicidio, Emma si sarebbe tolta la vita ingerendo della tintura di iodio per poi tagliarsi la gola con un rasoio. Alcuni particolari però non tornarono agli inquirenti: la boccetta contenente la tintura di iodio era stata chiusa e il rasoio era troppo lontano dal cadavere. Nonostante questi particolari il caso venne archiviato come suicidio.
Il 4 dicembre 1933, venne trovato nel lago il corpo di Carolina Finazzer, la giovane ragazza era appena tornata dal viaggio di nozze con il marito, Aldo da Tos. In questo caso inizialmente venne ipotizzato il suicidio, in un secondo momento sì pensò che Carolina a causa del suo sonnambulismo fosse caduta nel lago ed annegata accidentalmente. Anche in questo caso alcuni particolari non tornavano ma il caso venne archiviato come suicidio.
Il 18 novembre 1946 ad essere assassinati furono i coniugi del Monego con colpi d’arma da fuoco. La polizia arrestò Luigi Verocai, un latitante appena uscito di prigione, l’accusa fu quella di aver ucciso i coniugi con lo scopo di derubarli. Tuttavia, nel 1949 Verocai venne assolto e l’omicidio rimase irrisolto.
Dopo un articolo di denuncia da parte di un giornalista sui misteri di Alleghe, il brigadiere Enzo Cesca riaprì l’indagine. Cesca si fidanzò con la nipote della signora Corona Valt, l’unica che poteva sapere qualcosa circa l’omicidio dei coniugi del Monego; infatti, la donna confessò di aver visto quella notte tre figure fuggire dopo il delitto, tra cui Giuseppe Gasperin. Cesca con una trappola face ammettere a Gasperin di aver ucciso qualcuno e venne arrestato. Una volta arrestato, Gasparin face i nomi dei complici: Pietro De Biasio, Aldo da Tos e Adelina da Tos. Sì venne a scoprire che gli omicidi erano tutti collegati, tutto ebbe inizio dalla signora Elvira, la proprietaria dell’hotel di Alleghe sposata con Fiore da Tos. Elvira ebbe un figlio da un altro uomo e per evitare lo scandalo lo lasciò crescere ad una conoscente di Venezia. Una volta cresciuto, il figlio di Elvira tornò per reclamare l’eredità ma venne ucciso. Emma de Venutura, lavorando come cameriera nell’hotel scoprì il corpo e venne strangolata da Pietro De Biasio e i fratelli da Tos. Carolina Finazzer apprese la verità sulla morte di Emma de Ventura durante il suo viaggio di nozze e per questo venne uccisa dal marito Aldo da Tos. La serie di omicidi terminò con i coniugi del Monego colpevoli di aver visto Aldo Da Tos, trasportare il corpo della moglie Carolina al lago.
Nel 1960, Aldo da Tos, Adelina da Tos e Pietro De Biasio, vennero condannati all’ergastolo. Aldo e Pietro colpevoli degli omicidi di Carolina e dei coniugi del Monego, Adelina solo per la morte di Carolina. L’omicidio di Emma de Ventura invece non ottenne giustizia perché caduto in prescrizione.

Dott.ssa Elena Novelli

Luis Alfredo Garavito: la “bestia” che terrorizzò la Colombia.

Luis Alfredo Garavito, è ricordato come “la bestia che terrorizzò la Colombia”, perché molestò ed uccise con freddezza circa 200 adolescenti tra gli 8 e i 12 anni di età.

Luis, primogenito di 7 figli, ebbe un’infanzia molto difficile: il padre era una persona molto violenta, maltrattava i suoi figli per ogni minima questione, mentre la madre non aveva alcun ruolo nell’educazione dei figli, perché succube del marito. Nella sua infanzia, Luis Garavito, subì abusi dai vicini di casa e questo lo destabilizzò ulteriormente. Nel periodo adolescenziale sviluppò una forte dipendenza dall’alcool che lo portò alla depressione, i genitori lo ricoverarono urgentemente in una clinica. Appena dimesso, all’età di 16 anni, andò via di casa arrangiandosi con diversi lavori da ambulante; purtroppo Luis cadde nuovamente in depressione e nacque in lui un bramoso desiderio sessuale vedono i bambini che gli si avvicinavano per acquistare gadget.

Nel 1992, dopo 20 anni dai suoi primi desideri pedofili, inizia la sua escalation di crimini, che durò otto anni. Il suo modus operandi prevedeva una fase iniziale di adescamento con falsa identità, dove con una scusa conquistava la fiducia delle piccole e innocenti vittime. Successivamente le portava in un luogo appartato o isolato, le legava, abusava di loro e dopo le torturava. L’atto sadico si concludeva con l’uccisione tramite arma da taglio, a volte si serviva di un machete per mutilarle o decapitarle le sue vittime; i corpi venivano trovati sotto terra, Luis seppelliva anche più cadaveri in una fossa comune oppure li buttava in burroni. Nell’aprile del 1999 Luis Alfredo Garavito venne arrestato a seguito di un tentativo di stupro fallito. Confessò subito 172 omicidi, dopo ventotto processi venne giudicato colpevole di 138 omicidi; venne riconosciuto capace di intendere e di volere.

Durante questi 8 anni perpetrò i suoi crimini in tutta la nazione; la Colombia era terrorizzata da un mostro che agiva senza mai essere disturbato e poi svaniva nel nulla. Diversi indizi portano ancora ad oggi a sospettare che abbia sconfinato in Ecuador, ma di questo non abbiamo elementi attendibili. Ciò di cui siamo certi è che Luis Garavito sta scontando la sua vita in isolamento, in carcere.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Cecil Hotel. L’inquietante storia dell’hotel divenuto famoso per le numerose morti avvenute al suo interno.

Il Cecil Hotel a Los Angeles è famoso per essere l’hotel in cui si sono verificate più morti in assoluto.
Il caso più celebre avvenuto nell’Hotel è quello che riguarda Elisa Lam.
Il 26 gennaio 2013 Elisa Lam si recò al Cecil Hotel dove prese in affitto una stanza per cinque giorni. Il giorno in cui avrebbe dovuto lasciare la stanza non si presentò al checkout e così gli inservienti entrarono nella stanza dove trovarono le valigie della giovane ma non quest’ultima. I genitori della ragazza denunciarono subito la scomparsa. Le ricerche della giovane non portarono a nessun risultato finché non arrivò una strana segnalazione da parte degli ospiti del Cecil Hotel, gli ospiti si lamentarono dello strano odore proveniente dai rubinetti del bagno. Un operaio salì sul tetto per controllare le quattro cisterne che fornivano l’acqua all’hotel ed è all’interno di una di queste che trovò il corpo della ragazza completamente nudo e in putrefazione. L’autopsia stabilì che Elisa non aveva subito alcuna violenza e che era morta per annegamento, probabilmente suicida. Tuttavia, diversi furono gli interrogativi posti. In primis il tetto dell’hotel era accessibile solo al personale con delle chiavi, come aveva fatto Elisa e recarsi lì?
Come seconda cosa era impossibile arrampicarsi sul serbatoio poiché nelle vicinanze non c’erano scale e la cisterna era sprovvista di punti di appoggio per salire. Come ultima cosa il coperchio del serbatoio era troppo pesante per permettere a una persona della sua statura di alzarlo e buttarsi dentro la cisterna tenendolo sollevato.
A causa di tutti questi interrogativi si iniziò a pensare ad un omicidio. Ed è per questo che la polizia acquisì i filmati di sorveglianza dell’hotel. In un video venne ripresa la ragazza entrare nell’ascensore schiacciare tutti i tasti, uscire, fare strani gesti per poi rientrare e infine andarsene. Ad oggi il caso di Elisa Lam resta ancora un mistero, diverse sono le teorie che lo riguardano, il comportamento anomalo del video potrebbe essere spiegato dal disturbo bipolare di cui la Lam soffriva.
Ma quello di Elisa Lam sebbene il più famoso non fu l’unico caso di morte o suicidi avvenute nel Cecil Hotel.
Nel gennaio del 1947 Elizabeth Ann Short alloggiò al Cecil Hotel. Il suo corpo venne ritrovato il 15 Gennaio, nel South Avenue, tagliato in due all’altezza dell’ombelico.
Il caso di Elizabeth Short passò alla storia per la sua brutalità come la Black Dahlia, la Dalia Nera, ad oggi il suo omicidio resta irrisolto.
Soli 7 anni dopo a perdere la vita fu una donna di nome Margaret Brown. La donna si suicidò buttandosi dal settimo piano, successivamente la polizia scoprì che la donna aveva fornito generalità false, il suo nome era Helen Gurnee. Il motivo delle false generalità e del suo suicidio non vennero mai alla luce.
Nel febbraio del 1962 a buttarsi dalla finestra dell’ottavo piano in cui alloggiava fu Julia Moore, anche in questo caso le motivazioni che spinsero la donna al suicidio non vennero mai chiarite.
Soli 8 mesi più tardi, la ventisettenne Pauline Otton dopo aver litigato con il marito si gettò dal nono piano, purtroppo cadde su un passante di nome George Gianinni, ed entrambi persero la vita.
Nel 1964 trovarono nella stanza in cui alloggiava il corpo di Goldie Osgood. L’autopsia rivelò che la donna era stata stuprata e accoltellata. Anche in questo caso l’assassino non venne trovato.
Non accadde più nulla fino al 1984 quando l’hotel ospitò il serial killer Ricardo ”Richard ” Munoz Ramirez, famoso come the Night Stalker, Ricardo nel mese e mezzo di permanenza all’interno dell’hotel stuprò e torturò 14 vittime.
L’Hotel ospitò anche un secondo serial killer, Johann ”Jack” Unterweger , conosciuto come Jack lo scrittore. Johann alloggiò nell’hotel per cinque settimane, duranti le quali stuprò e uccise tre prostitute.
Ad oggi il Cecil Hotel ha cambiato nome in Stay on Main per rifarsi una fama.

Dott.ssa Elena Novelli

Peter Gerald Scully: il mostro pedofilo del dark web

Peter Gerald Scully è un pedofilo, torturatore e stupratore seriale di origini australiane. Sebbene sia stato riconosciuto colpevole dello stupro di 5 minori, si stima che i numeri della sua carriera criminale siano molto più alti. Nato a Melbourne, Australia nel 1963, Scully condusse una vita apparentemente normale e senza destare particolari sospetti, tant’è che non si ebbero notizie certe sulla sua vita privata fino al 2009, quando dopo aver iniziato a lavorare presso un’impresa assicurativa australiana, venne accusato di truffa per aver convinto ignari investitori ad affidargli del denaro da investire in società immobiliari mai esistite. Nel complesso Scully intascò una cifra pari a 2.680.000 $. A seguito di un’accurata indagine da parte delle forze dell’ordine australiane, l’uomo venne ritenuto colpevole di 117 frodi immobiliari, ma non scontò mai la pena perché nel 2011, prima della fine del processo, fuggì assieme alla moglie e ai due figli a Manila, nelle Filippine. Nel giro di poco tempo, Scully trovò l’ennesimo modo criminale con cui guadagnare: egli infatti aprì la compagnia NLF (No Limits Fun) e iniziò un business lucrativo basato sulla possibilità di acquistare video live-streaming di “pay per view”. Questi video amatoriali erano di natura pedopornografica e avevano come sfortunati protagonisti le piccole vittime di Scully che, assieme a dei complici, tra cui la sua amante filippina Carmen Ann Alvarez, inizialmente sua vittima poi divenuta sua assistente, era solito partecipare, riprendere e incitare all’azione mentre venivano violentati e torturati fino alla morte bambini anche molto piccoli per poi caricare i video nel dark web, rendendolo così fruibile a tutti in cambio di denaro. Le vittime erano spesso bambini di strada che Scully riusciva facilmente a circuire o bambini i cui genitori venivano ingannati con la promessa di cibo, istruzione o di una vita migliore. Vista l’enorme richiesta, Scully intensificò le attività e continuò a reclutare ignare piccole vittime: alcune superstiti raccontarono di essere state invitate a casa di Scully con la promessa di ricevere del cibo, lì sono state poi costrette ad assumere alcol e droga e ad avere rapporti sessuali prontamente filmati e fotografati; dopo aver tentato la fuga, le due raccontano di essere state minacciate di morte da Scully e obbligate a scavarsi la fossa nel seminterrato della sua abitazione. Dopo 5 giorni di maltrattamenti, abusi e prigionia, le due vennero liberate da un complice di Scully mosso a compassione nei loro confronti. Ma il video più noto e redditizio di Scully fu indubbiamente “Daisy’s destruction”, che si stima abbia portato nelle casse dell’uomo circa 10.000 $. Talmente macabro che per molto tempo si pensò che si trattasse di una leggenda metropolitana, il video in questione ritrae Liezyl Margallo, una delle complici di Scully, assieme a 3 minori, Liza (12 anni), Cindy (11 anni) e Daisy (18 mesi). La cosa peggiore del video non furono solo le violenze, ma piuttosto l’invito da parte di chi filmava ad assistere alla rovina della piccola Daisy; l’annuncio promozionale del video infatti così recitava: “venite a vedere la rovina mentale di una bambina, la perdita della sua innocenza. Usata come un oggetto, imparerà come compiacere la sua padrona. Il suo corpo verrà devastato, la sua dignità rubata. Inerme, penderà per il vostro divertimento. Oserete guardare la distruzione di Daisy?”. Dopo la diffusione del video si diede inizio a una vera e propria caccia all’uomo, che culminò nel 2015 quando Scully venne arrestato presso la sua abitazione. Sebbene in un primo momento gli agenti non riuscirono a trovare prove concrete, successivamente venne individuato il computer dell’uomo pieno zeppo di materiale pedopornografico. Inizialmente le accuse contro Scully furono di diffusione di materiale perodornogtafico, ma ad incastrare definitivamente l’uomo fu la testimonianza di Carmen Ann Alvarez che, in cambio di uno sconto di pena, condusse gli inquirenti al vecchio appartamento di Scully dove era sepolta una delle sue piccole vittime, presumibilmente Cindy, che non aveva resistito agli abusi ed era stata uccisa proprio da Scully. L’uomo venne portato a processo assieme ai suoi complici con ben 75 capi di accusa tra cui violenza sessuale su minore, tortura, omicidio, stupro e tratta di esseri umani. La difesa tentò di puntare sul l’infermità mentale; lo stesso Scully cercò di difendersi sostenendo che i suoi crimini e la sua mente dovessero essere studiati da esperti. Sebbene dal 1986 nelle Filippine non sia più consentito comminare la pena di morte, il giudice che si occupò del caso disse che se avesse potuto avrebbe reintegrato la pena capitale unicamente per Scully. Attualmente l’uomo si trova dietro le sbarre, ma i suoi legali hanno da poco annunciato la volontà di fare appello alla sentenza di condanna. Fortunatamente il video “Daisy’s destruction” non è più reperibile online, ma è sconcertante il numero esorbitante di richieste di persone che ancora chiedono insistentemente di vederlo.

Dott.ssa Francesca Nola

Peter Nirsch: la storia del serial killer cannibale dei feti

Peter Nirsch è stato un serial killer tedesco che tra il 1575 e il 1581 in Germania, Repubblica Ceca, Boemia e Austria ha lasciato dietro sé una lunga scia di sangue. Nirsch confessò, seppur sotto tortura, ben 520 omicidi.

Della vita di Nirsch prima del suo arrivo in Franconia, con la moglie in dolce attesa nel 1580, non si sa nulla. Peter e la moglie, trasferiti in questa regione tedesca, iniziarono una nuova vita insieme, purtroppo la moglie non sapeva che da lì a poco non avrebbe più partorito; Peter ammazzò prima la moglie, poi le aprì il ventre e ne estrasse il feto, lo uccise per mangiarne il cuore. Questa esperienza di antropofagia gli piacque molto, e ben presto replicò questo modus operandi. Nella zona circostante il Reno, uccise circa 200 persone, praticando atti di cannibalismo, fra queste vennero individuate 9 donne incinte, alle quali asportò il feto dal ventre per poterne mangiare il cuore proprio come fece con la moglie e suo figlio. Nella Germania sud-occidentale, vengono ritrovati altri 123 corpi mutilati seguendo il modus operandi di Peter Nirsch. Peter arrivò fino in Austria dove uccide altre 5 donne incinte, per poi passare in Boemia per ucciderne altre 140 ed altre 8 donne incinte a Praga. In questo inarrestabile viaggio dell’orrore, Peter decise di tornare in Germania, precisamente a Ratisbora, con l’intento di dirigersi a Norimberga. Lungo il suo percorso, si fermò a Neumarkt a pochi chilometri dalla sua meta, presa una camera in una locanda per due giorni e in questa breve sosta ne approfittò per cercare altre potenziali vittime. Peter non aveva un target preciso, si affida al caso, nonostante le donne in gravidanza restavano le sue preferite. Questa predilezione, venne ricondotta alla magia nera, culto che da sempre appassionava Peter Nirsch: egli stesso riteneva che tali rituali, tra cui l’uccisione di donne incinte e il il cibandosi del cuore dei feti, non ancora venuti al mondo, gli avrebbero conferito uno stato di benessere fisico, psichico e sociale, fino a portarlo alla vita eterna.

Durante il suo brevissimo soggiorno a Neumarkt, Peter, come era di prassi fare alla fine del XVI secolo, si recò ai bagni pubblici per potersi lavare; mentre diversi uomini si intrattenevano a discutere dei delitti avvenuti nella zona, due uomini osservando Piter, iniziano ad insospettirsi di lui fino a ritenerlo il serial killer cannibale da anni ricercato perché riconobbero dei tratti caratteristici e distintivi dello stesso. Infatti Peter aveva una mano deformata, con due dita storte e fuse tra loro, aveva numerose cicatrici su tutto il corpo, ed una particolarmente evidente sulla mascella, probabilmente si pensò fossero dovute a violenze e ad abusi che subì in adolescenza oppure provocate dalle numerose vittime mentre cercavano di difendersi dall’aggressione e per fuggire alla morte. Due uomini seguono Peter fino alla locanda e chiesero con insistenza al gestore della locanda di visionare il contenuto della sacca con gli effetti personali di Peter; nella stessa vi trovano oggetti legati alla magia nera. Subito i due uomini, certi di aver finalmente trovato il serial killer, chiesero l’intervento dei soldati che subito arrestarono Peter Nirsch, portandolo via legato ad un carro di letame.

Il 16 settembre 1581 Peter venne imprigionato e torturato per due giorni interi: i suoi aguzzini gli incisero la pelle e versarono piombo fuso e olio bollente sopra, ustionandogli parte del corpo. Venne sottoposto anche alla tortura della ruota, nella quale il detenuto venne legato mentre con dei bastoni gli vennero fratturati gli arti, uno dopo l’altro. Peter agonizzante confessò e ammise tutti gli omicidi di cui era accusato, probabilmente con il solo scopo di far terminare le torture. Peter Nirsch venne considerato colpevole di 520 omicidi e condannato alla pena di morte per squartamento: gli vennero strappati i muscoli e i tendini delle braccia e delle gambe, poi venne legato a quattro cavalli che dirigendosi in parte opposte, gli strappano le membra. I resti delle membra di Nirsch vennero legati a pali posizionati in varie zone di Neumarkt come monito a possibili emulatori delle sue gesta. I medici dell’epoca affermarono che Peter Nirsch era affetto da una grave patologia psichica, come una forma grave di schizofrenia che lo portavano a compiere riti di magia nera, ai tempi molto diffusa e praticata, a scopo di poter ricavare benefici di vita eterna. Ad oggi, grazie ai numerosi studi effettuati a tal proposito, sappiamo che tra le perversioni nel satanismo vi è anche l’antropofagia, infatti il soggetto sadico, cibandosi di carne umana, nutre piacere nel prelevare parti specifiche del corpo della vittima ancora in vita, proprio come avveniva in Peter Nirsch.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Oba Chandler: la storia del killer “innocente”

Oba Chandler fu un killer statunitense che nel 1989 venne accusato di aver ucciso a sangue freddo 3 donne, una madre assieme alle sue due figlie adolescenti. Sebbene le prove contro di lui fossero schiaccianti, Chandler non smise mai di dichiararsi estraneo ai fatti, tant’è che le sue ultime parole prima dell’esecuzione furono “oggi uccidete un uomo innocente”. Nato nel 1946 a Cincinnati, Ohio, da una famiglia numerosa di umili origini, Chandler ebbe un’infanzia piuttosto normale finché, all’età di 10 anni, scoprì il cadavere del padre, Oba Chandler Senior, morto suicida mediante impiccagione nel seminterrato di casa. L’evento lo scosse a tal punto che al funerale del padre si lanciò dentro la fossa mentre la bara veniva ricoperta di terra. Da quel momento qualcosa si ruppe in Chandler, che iniziò a cacciarsi sempre più spesso nei guai: furto, rapina a mano armata, rapimento e possesso di denaro contraffatto furono solo alcune delle accuse che nel corso degli anni gli furono rivolte e che lo portarono all’arresto per più di 20 volte. Il 26 maggio del 1989 Joan Rogers e le sue due figlie, Michelle e Christe, rispettivamente di 17 e 14 anni, lasciarono l’azienda di famiglia a Willshire per recarsi in Florida, dove avrebbero trascorso le prime vacanze fuori dallo Stato. Una volta giunte a Tampa, le 3 donne si persero nel tentativo di raggiungere il loro hotel e decisero di fermarsi in un negozio per chiedere indicazioni, qui si imbatterono in Chandler a cui chiesero aiuto; l’uomo si mostrò fin da subito gentile e disponibile, a tal punto da convincerle a ritornare in serata per ammirare dalla sua imbarcazione il tramonto sulla baia di Tampa. Da quel momento in poi non si ebbero più notizie né di Joan né delle sue figlie. Il 4 giugno 1989 i corpi delle 3 donne vennero rinvenuti da alcune imbarcazioni di passaggio mentre galleggiavano a largo della baia di Tampa, con nastro adesivo applicato sulla bocca, nude sotto la vita, mani e piedi legati e un blocco di cemento attaccato al collo. È verosimile ritenere che, per l’avanzato stato di decomposizione, i corpi delle vittime si siano gonfiati e siano riemersi dalle acque, permettendo così il rinvenimento e il successivo riconoscimento che, proprio a causa del pessimo stato, avvenne solamente diversi giorni dopo. Fu grazie all’intervento del personale dell’hotel dove alloggiarono le donne che fu possibile dare un nome e un volto a quei corpi martoriati; resasi conto del mancato utilizzo della stanza, la governante informò le autorità locali che, giunte sul posto, furono in grado di rilevare diverse impronte digitali e confrontarle con quelle delle vittime. Sebbene in un primo momento prese piede l’ipotesi suicidaria, avallata soprattutto dall’esito dell’autopsia secondo cui le donne erano ancora vive al momento dell’impatto con l’acqua, il caso rimase a lungo irrisolto. La svolta avvenne solo nel settembre del 1992, quando un opuscolo recante delle indicazioni scritte a mano da Chandler, l’impronta del palmo della sua mano e una breve descrizione della barca dell’uomo scritta dalla Rogers venne ritrovato nell’auto della donna. Per arrivare al colpevole, le autorità si avvalsero di un metodo investigativo storico in America, ma mai utilizzato fino a quel momento: per la prima volta, infatti, tutta la città venne tappezzata da cartelloni pubblicitari su cui era riportata la calligrafia dell’assassino, nella speranza che qualcuno la riconoscesse, e così accadde. Un ex vicino di casa di Chandler riconobbe la scrittura e contattò la polizia che, dopo aver eseguito l’analisi della calligrafia su un documento fornitogli dal vicino, arrestò l’uomo. Una volta sottoposto a interrogatorio, Chandler negò con fermezza le accuse raccontando una versione alternativa dei fatti, che però non convinse gli inquirenti poiché lacunosa e spesso smentita da testimonianze di persone locali. Il 4 novembre 1994 Oba Chandler venne giudicato colpevole di omicidio e condannato alla pena capitale mediante iniezione letale che fu eseguita il 15 novembre 2011, dopo che vennero respinti tutti gli appelli presentati dai suoi legali. Gli esperti ritennero altamente probabile che l’uomo avesse già ucciso in precedenza, poiché è da escludersi che un killer alle prime armi sia stato in grado di compiere e organizzare un atto così efferato senza averne mai fatto esperienza prima.
Dott.ssa Francesca Nola

Antropofagia: atti cannibalici connaturati negli esseri umani

“L’impulso di uccidere è connaturato nell’uomo come animale carnivoro. Non ha a che fare con l’istruzione o con il grado di civiltà di una società ed è presente, almeno a livello immaginativo, in ciascuno di noi. Ciò suggerisce che sia una tendenza costituzionale insita nell’essere umano”.
Chiara Camerani
La pratica del cannibalismo, ovvero del mangiare membri della stessa specie, in antropologia viene definita antropofagia, dal greco “uomo” e “mangio”, per indicare un essere umano che mangia e si nutre di un altro essere della specie umana.
Seppur ritenuto un fenomeno frutto dell’umana devianza in un tempo passato, legato ad un’usanza culturale o a motivazioni estreme quali carestie, in realtà risulta diffuso anche al giorno d’oggi.
Infatti si possono individuare tre diverse macro-categorie:
1)il cannibalismo energetico, come parte di un rituale;
2)il cannibalismo per sopravvivenza, come necessità in condizioni estreme di sussistenza;
3)il cannibalismo profano: all’interno del quale è possibile distinguere il cannibalismo
psicopatologico, causato da una patologia mentale e il cannibalismo criminale che è dovuto ad una scelta cosciente, da parte dell’assassino, di contravvenire ad un tabù sociale.
Il cannibalismo di tipo energetico è di massa e viene praticato in alcune tribù o sette, m propense a mangiare i simili del proprio gruppo di appartenenza o membri di clan rivali per assorbire le forze possedute dagli stessi.
Questa pratica è propria dei Korowai, popolo della Nuova Guinea, Papua occidentale, in Indonesia, i quali vivono proprio come 10 mila anni fa, praticando stregoneria e mangiando carne umana perché considerata al pari della carne di qualsiasi essere vivente del regno animale. In questo caso il cannibalismo rituale è definito esocannibalismo. Nel caso in cui si dovesse pensare che un componente della famiglia o degli amici sia posseduto da demoni, i “Khakhua”, si esegue il rituale
dell’endocannibalismo per proteggere gli altri membri della tribù.
Un altro caso di endocannibalismo è rappresentato della setta degli Aghori Sadhu in India, in cui monaci esiliati praticano riti a base di carne umana per avvicinarsi agli dei. I monaci di questa setta bevono dai teschi umani e oltre a praticare il cannibalismo, indossano alcune parti dei cadaveri cremati. In entrambe le pratiche rituali si può notare come di base vi sia un’idea magico-religiosa,
secondo la quale mangiare la carne dell’altra persona permette di acquisirne sia le qualità sia per un benessere interiore sia spirituale che di sopravvivenza.
Infine anche gli appartenenti dei gruppi del satanismo acido, fenomeno clandestino, dopo aver fatto uso di droghe e praticato riti satanici rudimentali, possono arrivare a torturare a morte e a praticare cannibalismo rituale.
Il cannibalismo di sussistenza, come avvenne 50 anni fa durante il disastro aereo sulle Ande dell’Argentina. Il 13 ottobre del 1972 alle 15:30 un Fairchild dell’aviazione uruguayana precipitò in una vallata a 4mila metri sulle Ande argentine a 40 gradi sotto zero. Per 72 giorni 16 ragazzi dovettero sopravvivere senza aver alcuna speranza di essere localizzati dai soccorsi, 18 ragazzi morirono nell’impatto. Nelle interviste rilasciate da questa indimenticabile esperienza raccontano
che l’istinto di sopravvivenza induce l’essere umano a mettere in pratica comportamenti che prima di allora non avrebbero mai immaginato di attuare, ovvero mangiare la carne delle vittime dell’incidente, loro compagni di rugby, dei loro migliori amici. Uno di loro racconta in un’intervista
“Questa vicenda insegna che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi orrore. Io, cannibale per sopravvivenza”.
Infine vi è il cosiddetto cannibalismo profano, di tipo criminale, messo in pratica per finalità
affettive deviate; infatti per i cannibali criminali, il mangiare carne umana rappresenta simbolicamente l’interiorizzazione e la possessione della persona desiderata. La teoria psicoanalitica interpreta l’atto cannibalico proprio come un’interiorizzazione, attraverso la
pulsione sadica legata alla fase orale e all’aggressività. Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, nel 1912 in “Totem e Tabù” spiega che la pratica di mangiare carne umana di vittime corrispondeva ad un impulso di interiorizzazione e di appropriazione dell’altro. Nelle cinque fasi psicosessuali della
teoria freudiana, anche se definite in un periodo, comunque una si sovrappone alle altre e viene recuperata in alcuni momenti della vita. Già nei primi mesi di vita il bambino vive la fase orale, in cui cerca gratificazioni sessuali attraverso la bocca, le labbra, la lingua; infatti prova piacere nel
succhiare dal seno materno e comprende che la suzione diventa una fonte di vita,
successivamente si succhia il pollice e la sua stessa lingua per essere sempre appagato. Nel
comportamento cannibalico, l’appagamento di questo desiderio rimasto latente viene esasperato e l’unico modo per instaurare un rapporto con l’altro è mangiare le sue membra.
Il criminologo Francesco Bruno spiega che gli impulsi che normalmente sono insiti negli esseri umani, nei soggetti definibili serial killer cannibali, sono trasformati in patologici, e in taluni casi questo comportamento diventa irrefrenabile e ritenuto al pari di un comportamento affettivo tra
due individui che si danno “morsetti o baci molto passionali”. Un omicida seriale cannibale può arrivare a tagliare a pezzi il cadavere, in termini tecnici può praticare il “depezzamento” del corpo,
conservarne una parte e altre zone mangiarle per avere la sensazione di appropriarsi del cadavere disgregato, come dichiarò Jeffrey Lionel Dahmer, noto anche come “il cannibale di Milwaukee”durante il processo. Dahmer venne condannato nel 1992 all’ergastolo perché uccise 17 uomini usando violenza sessuale, praticando la necrofilia, depezzamento e cannibalismo, conservava alcune parti dei corpi delle sue vittime in freezer, altre le appendeva ai muri della casa in cui abitava ed altre ancora le mangiava.
Secondo il Dipartimento di studi psicologici dell’FBI, la differenza tra i serial killer e i serial killer cannibali è che mentre i primi in genere progettano l’omicidio e uccidono con rapidità, i secondi sono più violenti ed efferati, adescano la vittima in maniera casuale e dopo averla brutalmente massacrata si accaniscono sul corpo sventrandolo.
Esistono delle spiegazioni scientifiche o biologiche per spiegare il cannibalismo? Secondo Joel Norris, studioso americano dei serial killer, alla base del cannibalismo ci possono essere delle disfunzioni dell’ipotalamo, una regione del cervello che regola l’attività sessuale, dell’umore e di
altre funzioni primarie dell’uomo, come mangiare e bere. Il cannibalismo sarebbe il risultato di uno squilibrio ormonale che determina l’incapacità del cervello di misurare le proprie emozioni.
Al giorno d’oggi il cannibalismo è considerato una malattia strettamente legata ad un disturbo sessuale, alla parafilia. Il DSM V con il termine parafilia fa rifermento a “qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti”.
In conclusione si può ritenere che le fantasie e gli impulsi antropofagici fanno parte della struttura psichica ed affettiva degli esseri umani, tutti almeno una volta nella vita abbiamo usato l’espressione “ti mangerei di baci”, “ti morderei quel nasino”, “sei una persona squisita”, oppure abbiamo portato alla bocca un piedino di un neonato o una manina, però: le persone senza disturbi patologici riescono a controllare questi istinti, infatti gli esempi citati rientrano nel cannibalismo verbale o metaforico, mentre le persone con distorsioni psicopatologiche ritengono che cibarsi di un altro essere umano sia un istinto da realizzare concretamente per varie ragioni; infine come abbiamo visto precedentemente, vi sono tribù nate e vissute in una determinata zona del pianeta Terra che vivono ancora come nella preistoria e pensano che l’antropofagia rientri nella “normalità” del ciclo vitale.


Dott.ssa Anthea Grimaldi


Riferimenti e testi consigliati:

• “Il cannibalismo. Civiltà, cultura, costumi degli antropofagi nel mondo” di Ewald Volhard.
• “Cannibali. Le pratiche proibite dell’antropofagia” di Chiara Camerani.
• “l cannibalismo ieri e oggi: Tipi e funzioni del cannibalismo e casi di antropofagia dalla preistoria a oggi” di Roberta Merli.

Junko Furuta, ”il caso della liceale nel cemento”.

Il caso di Junko Furuta conosciuto come “il caso della liceale nel cemento” è quello di un’adolescente giapponese che il 25 Aprile 1988 venne rapita per poi essere stuprata e torturata per 40 giorni fino alla sua morte avvenuta il 4 gennaio 1989 alla tenera età di 17 anni. Dopo la morte il corpo venne sistemato in un bidone di benzina e riempito di cemento.
Junko Furuta nacque in Giappone il 18 gennaio 1971. Durante l’adolescenza frequentava la scuola e lavorava part-time nel dopo scuola. La bellezza di Junko attirò l’attenzione di un bullo del liceo Hiroshi Miyano. Il ragazzo chiese a Junko Furuta di uscire ma la ragazza rifiutò l’invito, fu proprio quel rifiuto a portare Junko alla sua morte. Hiroshi Miyano faceva parte della Banda della Yakuza, una banda forte e violenta.
Erano le 20:30 del 25 Aprile, quando Hiroshi e un suo amico Nobuharu Minato notarono Junko Furuta in bicicletta, la ragazza stava tornando a casa dopo aver lavorato. Minato, buttò giù Junko dalla bicicletta. Hiroshi fingendosi all’oscuro della vicenda si avvicinò a lei facendo finta di volerla aiutare e si offrì di riaccompagnarla a casa, fu allora che venne condotta in un magazzino lì vicino dove ebbero inizio le torture.
• Il primo giorno Hiroshi violentò Junko ripetutamente, prima nel magazzino poi in un hotel lì vicino. Dopo lo stuprò chiamo i suoi amici Minato, Ogura e Watanabe per vantarsi con loro.
• Il secondo giorno venne portata da Hiroshi in un parco lì vicino, dove ad aspettarla c’erano gli amici di Hiroshi. I quattro la portarono in una casa di proprietà dei genitori di Minato dove la violentarono più volte in gruppo.
• Il terzo giorno i genitori di Junko si rivolsero alla polizia per denunciare la scomparsa della figlia, ma i ragazzi costrinsero Junko a chiamarli per dirgli che la sua era una fuga volontaria, che stava bene e si trovava da un’amica. Inoltre, chiese ai genitori di interrompere le indagini. Alla presenza dei genitori di Minato, Junko venne costretta a fingersi la fidanzata di uno dei membri del gruppo. Nonostante fu subito chiaro ai genitori di Minato cosa stesse accadendo non denunciarono nulla alla polizia. Successivamente i genitori di Minato e il fratello dichiararono alla polizia di non essere intervenuti per paura della Yakuza.
• Il settimo giorno Junko era già stata violentata più di cento volte. Oltre ai quattro anche altri membri della gang avrebbero violentato la ragazza.
• Il nono giorno le vennero inseriti spiedini di pollo nella vagina e nell’ano causandole sanguinamento. Quel giorno Junko riuscì a chiamare la polizia ma Hiroshi là fermo prima che riuscisse a dire qualcosa. Per punizione le bruciarono le gambe con una candela.
• Il dodicesimo giorno venne appesa al soffitto come un sacco da box e picchiata ripetutamente.
• Il sedicesimo giorno la costrinsero a mangiare scarafaggi, bere la sua stessa urina e masturbarsi davanti a loro.
• Il ventesimo giorno a causa delle torture la ragazza perse il controllo della vescica e dell’intestino e venne picchiata per aver sporcato i tappeti. Inoltre, non riusciva a bere e mangiare, quando tentava di farlo vomitava.
• Il ventiseiesimo giorno le inserirono nella vagina e nell’ano una bottiglia, delle sigarette accese, una sbarra di ferro ed infine una lampadina ancora calda e le diedero pugni sull’addome finché la lampada non le esplose all’interno della vagina. Le hanno poi bruciato il corpo con degli accendini e fatto esplodere fuochi d’artificio nelle orecchie, nella vagina e nella bocca.
• Il trentesimo giorno le hanno strappato il capezzolo sinistro con delle pinze e perforato il seno con degli aghi.
• Il trentaseiesimo giorno a causa delle torture il volto e il corpo di Futura erano quasi irriconoscibili, questo fece perdere ai ragazzi l’interesse sessuale nei suoi confronti, così rapirono una 19venne che, come Futura, stava tornando a casa da lavoro.
• Il quarantesimo giorno le diedero fuoco, Junko tentò di spegnerlo senza successo. Morì agonizzante dopo due ore. Dopo la sua morte, misero il corpo in un fusto di benzina, lo riempirono di cemento e lo lasciarono in un terreno a Tokyo.
Il 23 gennaio 1989, Miyano e Ogura vennero arrestati per lo stupro di gruppo ai danni della diciannovenne rapita a dicembre. Fu allora che Miyano disse agli inquirenti dove trovare il corpo di Furuta. Quando il corpo venne trovato, era irriconoscibile, la polizia riuscì a identificare la ragazza solo grazie alle impronte digitali. Nonostante i danni all’utero la ragazza era incinta al momento della morte. Il primo aprile 1989 Ogura venne arrestato per lo stupro della diciannovenne e l’omicidio di Furuta. In seguito, vennero arrestati anche Watanabe, e i fratelli Minato.
Poiché i quattro principali responsabili dei rapimenti e delle torture erano tutti minorenni al momento dei fatti vennero condannati come tali. Per cui tre di loro hanno scontato meno di otto anni di pena mentre il leader è stato condannato a venti anni.

Dott.ssa Elena Novelli

Il caso Cucchi

Uno dei casi più tristemente noti all’opinione pubblica italiana, nonché quello dai risvolti più sorprendenti, è indubbiamente quello relativo alla morte del trentunenne romano Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma. La vicenda, resa pubblica dall’incessante lavoro della sorella Ilaria, ebbe inizio alle ore 23:30 del 15 ottobre 2009, quando Cucchi venne fermato in prossimità del parco degli Acquedotti di Roma dai carabinieri Tedesco, Aristodemo, Bazzicalupo, Di Bernardo e D’Alessandro della stazione Appia, perché sorpreso nell’atto di cedere ad un amico delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Una volta condotto presso la caserma di via del Calice con l’accusa di cessione di sostanze stupefacenti, Cucchi venne perquisito e trovato in possesso di dodici confezioni di varia grandezza di hashish, (per un totale di ventuno grammi) tre confezioni impacchettate di cocaina e un medicinale per curare l’epilessia, patologia per cui era in cura da diverso tempo. Come da prassi, venne accompagnato dagli agenti presso la propria abitazione al fine di procedere alla perquisizione domiciliare; sebbene questa ebbe esito negativo, i carabinieri decisero ugualmente di trattenere Cucchi in custodia cautelare, rinviando al giorno seguente l’udienza per la convalida del fermo. A partire da questo momento iniziarono ad emergere le prime anomalie: dopo essere giunti in caserma, gli agenti compilarono il verbale d’arresto e prepararono i documenti necessari al processo per direttissima, ma gli atti risultarono costellati da inesattezze ed errori, poiché vi era riportato che Cucchi era nato in Albania e un senza fissa dimora, l’orario dell’arresto era indicato alle 15:20 sebbene fosse avvenuto alle 23:30 e nello spazio riservato alla nomina del legale vi era riportato che “il pervenuto, interpellato, dichiara di non voler nominare un difensore di fiducia”, nonostante Cucchi avesse espresso più volte la volontà di contattare il proprio legale affinché lo assistesse. Cucchi passò alcune ore in caserma e, a causa dell’assenza di una cella disponibile, alle ore 4:00 circa venne trasferito presso la stazione di Tor Sapienza di via degli Armenti dove trascorse la notte. Il carabiniere che lo prese in custodia riferì che sul volto del giovane erano presenti degli “arrossamenti” ma che a suo dire sembravano più delle macchie dovute al freddo che lividi, che partivano da sotto le palpebre e si estendevano fino alle guance e sembrava che effettivamente fosse sofferente. Dopo essere stato accompagnato in cella, Cucchi ebbe un malore; venne subito richiesto l’intervento di un’ambulanza, ma il giovane non permise ai paramedici di visitarlo. Uno dei due carabinieri che quella notte andò a prelevarlo riferì di un breve colloquio avuto con la vittima: “mentre si alzava a fatica dalla branda, ho avuto modo di osservare che sul viso aveva due ematomi che gli circondavano gli occhi, i quali erano particolarmente evidenti a causa del colorito pallido che aveva in viso. A quel punto gli ho chiesto cosa gli fosse capitato e lui mi ha risposto ‘m’hanno menato gli amici miei’, al che io gli chiesi quando ciò fosse avvenuto e lui mi rispondeva ‘ieri pomeriggio’. Nella medesima occasione, il carabiniere ricordò anche che il giovane lamentava un forte dolore alla testa e alla gamba, come confermatogli in precedenza anche dal piantone cui spettò il compito di controllare l’arrestato quella notte. Tutto ciò, assieme a quanto notato dagli stessi carabinieri, agli interrogatori di due detenuti albanesi che vennero condotti assieme a Cucchi in Tribunale e al fatto che lamentasse dei dolori prima del suo trasferimento, fu completamente omesso dall’indagine. Ciò nonostante, il 16 ottobre 2009 si svolse regolarmente l’udienza per la convalida del fermo in carcere. In udienza, sulla base a quanto sostenuto dal padre di Cucchi, sebbene il detenuto avesse già chiesto due volte nell’arco di quattordici ore l’assistenza del proprio legale, vedendo presentarsi un avvocato d’ufficio, chiese spiegazioni in merito. Ciò rappresentò un punto cruciale per la vicenda: la suddetta omissione, oltre a costituire una vera e propria illegalità, risultò in seguito fondamentale, poiché nel diario clinico dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, tra le poche annotazioni presenti, venne riportato che dal momento del suo ingresso in ospedale “il paziente rifiuta di alimentarsi ad idratarsi finché non avrà modo di parlare con il proprio avvocato o con un operatore della comunità Ceis”. Il giudice rinviò l’udienza ad altra data e, nel frattempo, stabilì la custodia cautelare in carcere per Cucchi. Gli agenti di polizia penitenziaria che lo presero in custodia, notando i lividi sul volto del giovane, prima di provvedere al suo trasferimento presso il carcere di Regina Coeli, ritennero opportuno farlo visitare dal medico del Tribunale, il cui referto evidenziò la presenza di “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente e lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”, le ultime solamente dichiarate da Cucchi e non visionate in quanto rifiutò la visita. Inoltre, una volta condotto presso il carcere Regina Coeli, come da prassi, venne sottoposto alla visita medica di primo ingresso, che confermò quanto già evidenziato in precedenza. Successivamente, le condizioni di Cucchi peggiorarono e fu necessario il trasporto all’ospedale Fatebenefratelli, al fine di sottoporre l’arrestato ad ulteriori accertamenti: vennero effettuate radiografie alla schiena e al cranio del ragazzo – in quel momento non disponibili presso la struttura penitenziaria per mancanza di macchinari adeguati – il cui esito evidenziò una frattura corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea con una prognosi di venti giorni di riposo assoluto e immobilità. Cucchi, contro il parere dei sanitari, rifiutò il ricovero, firmò le dimissioni e venne condotto nuovamente in carcere; tuttavia, il giorno seguente le condizioni del giovane si aggravarono e dopo essere stato visitato dal personale medico dell’istituto penitenziario, il suo stato di salute venne giudicato incompatibile con la detenzione, quindi venne nuovamente accompagnato in ospedale. In quell’occasione non oppose resistenza alle cure e i medici ne decretarono con assoluta urgenza il ricovero; tuttavia, un funzionario del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (successivamente condannato a due anni di detenzione) insistette per il suo trasferimento presso l’ospedale Sandro Pertini di Roma, recandovisi personalmente, nonostante il Fatebenefratelli fosse indubbiamente più attrezzato per prendere in carico pazienti dal quadro clinico complesso come quello di Cucchi. Tutt’ora – probabilmente per la scarsità delle annotazioni presenti sul diario clinico della vittima – non è chiaro cosa accadde durante la permanenza di Cucchi al Pertini. Le uniche informazioni che emersero dalla documentazione ospedaliera furono che in data 21 ottobre 2009 il paziente venne sottoposto ad una visita ortopedica, a seguito della quale gli venne intimato il riposo assoluto per circa venti giorni. Altro dettaglio particolarmente sconcertante fu la repentina perdita di peso del paziente: Cucchi, infatti, nell’arco di appena cinque giorni, perse ben quindici chili, senza che ciò abbia destato particolari preoccupazioni da parte del personale sanitario del reparto detentivo del Pertini. Come già detto in precedenza, il rapido deperimento di Cucchi è imputabile alla sua decisione – presa volontariamente – di intraprendere una sorta di sciopero della fame affinché gli fosse finalmente riconosciuto il diritto fondamentale alla difesa, spendibile attraverso la possibilità di avvalersi del proprio legale di fiducia. Probabilmente non poté immaginare – né tantomeno gli fu fatto presente dal personale sanitario – quanto fosse rischioso nelle sue condizioni astenersi dal cibo e dall’acqua ed evidentemente nessuno prese seriemente il repentino peggioramento del suo stato di salute, eppure sul certificato di morte si legge che Stefano Cucchi morì il 22 ottobre 2009 alle ore 6:45 per “presunta morte naturale”. A seguito di questa breve ricostruzione dei fatti, la catena delle responsabilità apparve inizialmente nitida: in un primo momento, infatti, Cucchi subì un violento pestaggio, per essere poi, in un secondo momento, abbandonato a se stesso sia dalle istituzioni che lo presero in custodia sia da una lunga lista di soggetti e apparati che, sebbene non colpevoli dello stato in cui riversava la vittima, avrebbero potuto e dovuto agire in sua tutela. Con riferimento alla vicenda giudiziaria, il caso Cucchi fu oggetto di vari procedimenti penali e vide rinviate a giudizio ben dodici persone: tre agenti di polizia penitenziaria (Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici), sei medici dell’ospedale Sandro Pertini (il primario Aldo Fierro e i dirigenti medici Stefania Corbi, Rosita Caponetti, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo) e tre infermieri (Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe). Per gli agenti di polizia venne formulata l’imputazione di lesioni personali e abuso di autorità; i medici, invece, vennero rinviati a giudizio per abbandono di persona incapace, tutti ad eccezione di Rosita Caponetti, imputata per abuso d’ufficio e falso ideologico; infine, per gli infermieri l’addebito fu abbandono di persona incapace. Il processo di primo grado si svolse il 5 giugno 2013 dinanzi alla Corte d’Assise di Roma, che condannò i medici Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo a un anno e quattro mesi di reclusione, il primario Fierro a due anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa) e Rosita Caponetti a otto mesi per falso ideologico; furono, invece, assolti i tre infermieri e le tre guardie penitenziarie, i quali, secondo i giudici, non avrebbero contribuito in alcun modo alla morte di Cucchi. Dalla ricostruzione dei fatti così come esposti dal giudice nella sentenza della Corte d’Assise di Roma, sebbene inizialmente sembrasse che non fosse accaduto nulla di rilevante a Cucchi, emerse un’importante dichiarazione rilasciata dal testimone Yaya Samura – detenuto originario del Gambia che, all’epoca dei fatti, si trovava all’interno di una delle celle adiacenti a quella della vittima – in cui riportò quanto avvenne quella notte: egli, infatti, sostenne di aver prima udito gli agenti mentre ordinavano a Cucchi di entrare nella cella e, successivamente, di aver sentito il ragazzo piangere a seguito di alcuni colpi infertigli. Samura aggiunse anche che Cucchi, una volta rientrato in carcere dopo l’udienza di convalida, gli confidò di essere stato picchiato dagli agenti e – mostrando evidenti difficoltà nel sedersi e nel camminare – si tirò su i pantaloni e gli mostrò le ferite riportate. In un primo momento, venne messa in discussione l’attendibilità del teste, ma, in secondo grado, il Pubblico Ministero ritenne che la testimonianza di Yaya Samura dovesse essere considerata valida in quanto “aveva mostrato di saper distinguere nettamente ciò che aveva udito da ciò che aveva visto e si era detto sicuro di aver sentito i tre agenti penitenziari, in servizio alle celle, interloquire con Stefano, la caduta a terra di quest’ultimo, il suo pianto e il rumore dei calci sferrati. Inoltre era stato l’unico detenuto ad aver appreso direttamente da Cucchi delle percosse ricevute e l’unico ad aver visto la ferita non era mai caduto in contraddizione nel corso degli interrogatori resi il 31.11.2009 e il 23.11.2009. E, in questa seconda occasione, aveva anche spiegato le ragioni per le quali aveva dichiarato di non conoscere i luoghi durante il sopralluogo alle celle di Piazzale Clodio del 21.11.2009, precisando di essere stato intimorito dalla presenza degli agenti penitenziari”.

Ciò nonostante, il 31 ottobre 2014 la Corte d’Assise d’Appello di Roma ribaltò completamente il giudizio di primo grado, decretando l’assoluzione degli imputati da tutti i capi d’accusa secondo la formula assolutoria “perché il fatto non sussiste” e “perché il fatto non costituisce reato”. Dopo la lettura del dispositivo, Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, espresse l’intenzione dei familiari della vittima di portare avanti la battaglia giudiziaria di fronte ai giudici della Suprema Corte, mentre la sorella Ilaria preannunciò la propria volontà di richiedere lo svolgimento di ulteriori indagini al Procuratore Capo Giuseppe Pignatone. Il 15 dicembre 2015, il caso giunse dinanzi ai giudici della Cassazione, i quali decretarono il parziale annullamento della sentenza di appello, accogliendo il ricorso della Procura Generale e dei familiari della vittima contro le assoluzioni; venne infatti ordinata la celebrazione di un nuovo processo di appello a carico di cinque dei sei medici originariamente imputati (il primario Fierro e gli aiuti Corbi, Bruno, Preite De Marchis e Di Carlo) giudicando “ingiustificabile l’inerzia dei medici e illogico il non aver fatto una nuova perizia”e per “non aver fornito spiegazioni esaustive e convincenti del decesso del Cucchi”. Nella medesima sentenza vennero indicate anche le motivazioni alla base del proscioglimento dei tre agenti coinvolti: secondo la Corte, alla luce delle plurime deposizioni di fondamentale importanza secondo cui il giovane sarebbe stato aggredito da appartenenti all’arma dei carabinieri e quindi prima di essere preso in carico dagli agenti di polizia penitenziaria tratti a giudizio, sarebbe da escludere il coinvolgimento di questi ultimi. Nella suddetta sentenza fu chiesta una nuova perizia medico legale per stabilire se la vittima avesse subito o meno percosse dagli agenti e se fosse stata presentata una corretta ricostruzione dei fatti. Il 18 luglio 2016, al termine del processo di appello bis, la Corte d’Appello di Roma confermò la decisione precedente, assolvendo nuovamente i cinque medici imputati secondo la formula “perché il fatto non sussiste”, scelta ancora una volta contestata e, successivamente, annullata con rinvio dalla sentenza della Corte di Cassazione – tra l’altro in prossimità della prescrizione dei relativi reati – il 19 aprile 2017. Parallelamente, nel settembre 2015, la Procura di Roma, su espressa richiesta dei familiari della vittima, affidò al sostituto procuratore Musarò il compito di aprire una nuova indagine sul caso, che prese il nome di “inchiesta bis” e vide imputati cinque carabinieri: il maresciallo Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, indagati per lesioni colpose, il maresciallo Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi, accusati, invece, di falsa testimonianza; uno in particolare, l’ex vicecomandante della stazione di Tor Sapienza Mandolini, sarebbe stato sotto inchiesta in ragione delle sue dichiarazioni contraddittorie rispetto ai fatti. La celebrazione di un nuovo processo divenne necessaria a seguito delle denuncia presentata il 30 giugno 2015 dall’appuntato Riccardo Casamassima in cui riferì quanto confidatogli dai propri colleghi; egli, infatti, sostenne dinanzi alla Corte d’Assise di Roma che fu lo stesso Mandolini a esporgli la vicenda, dimostrando, così, come i vertici delle forze dell’ordine ne fossero pienamente a conoscenza. Dunque, la testimonianza di Casamassima, congiuntamente a una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali, fu fondamentale non solo per la riapertura delle indagini, ma anche per aver contribuito all’individuazione del ruolo rivestito dai carabinieri in questa vicenda e l’importanza che ebbe la cancellazione delle tracce del fotosegnalamento dalla caserma presso cui avvenne il fatto. Questi fattori consentirono poi di cambiare l’imputazione a carico dei carabinieri – a lungo indagati per lesioni personali aggravate e falsa testimonianza – permettendo, così, di contestare loro l’omicidio preterintenzionale e la calunnia. Dunque, in ragione di ciò, le indagini terminarono definitivamente il 17 gennaio 2017 con la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, con l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento nei confronti dei militari dell’Arma dei Carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, provocando tra l’altro una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale da cui derivarono le lesioni personali in parte con esiti permanenti, divenute mortali per una successiva condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Inoltre, Tedesco, assieme a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, dovette rispondere anche all’accusa di falso e calunnia per aver omesso dal verbale d’arresto di Cucchi i nomi di Di Bernardo e D’Alessandro e per aver testimoniato il falso durante il processo di primo grado, poiché rilasciò dichiarazioni che, in seguito, portarono all’accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità ai danni della vittima. Per questi motivi, il 10 luglio 2017, il Gup del Tribunale di Roma dispose il rinvio a giudizio dei cinque carabinieri imputati, i quali dovettero nuovamente presentarsi dinanzi alla Corte d’Assise l’11 ottobre 2018. Intervenne inoltre una pronuncia della Cortedi Cassazione, in cui i giudici dichiararono inammissibile il ricorso presentato dagli imputati avverso la decisione del luglio del 2017. Successivamente, il 20 giugno 2018, il carabiniere Tedesco presentò alla Procura della Repubblica una denuncia contro ignoti per la scomparsa di un’annotazione di servizio – redatta dallo stesso e relativa ai fatti avvenuti nel 2009 – in cui avrebbe riferito quanto accaduto durante la notte tra il 15 e il 16 ottobre; inoltre, a seguito della suddetta denuncia, Tedesco fu ascoltato almeno tre volte dai magistrati, dinanzi ai quali ammise per la prima volta di aver assistito all’ormai accertato pestaggio di Cucchi e di aver cercato di intervenire in difesa di quest’ultimo, senza però riuscirci. Nel far ciò, dunque, l’agente Tedesco non solo accusò i propri colleghi, attribuendogli la responsabilità del pestaggio, ma fece anche emergere una fitta rete di depistaggi posta in essere dai vertici delle forze dell’ordine e messa in atto tramite la redazione di verbali falsificati, anomalie e versioni “concordate” tra i carabinieri che l’accusa ritenne elementi di prova schiaccianti a carico dei militari della stazione Appia. A seguito di ciò, il Pubblico Ministero evidenziò anche l’esistenza di diversi episodi di falso, tra cui spiccarono quello riferito al carabiniere Gianluca Colicchio – all’epoca dei fatti in servizio alla stazione Tor Sapienza – e le due annotazioni redatte dal carabiniere scelto Francesco Di Sano; su entrambi i casi ci furono delle verifiche da parte della Procura di Roma, che dovette aprire un’inchiesta a carico dei militari dell’Arma che, di fatto, in udienza ammisero di aver dichiarato il falso. Il processo andò avanti e con la sentenza del 14 novembre 2019, la Corte di Assise di Roma riconobbe Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannando entrambi a 12 anni di reclusione all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre al pagamento delle spese legali e di 100.000 € a titolo di provvisionale ad ognuno dei genitori della vittima. Il carabiniere Francesco Tedesco fu assolto dal reato di omicidio preterintenzionale, ma fu condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso. Per lo stesso reato fu condannato anche il Maresciallo Mandolini a 3 anni e 8 mesi di reclusione e all’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Per quanto attiene all’imputazione per calunnia, il fatto fu riqualificato come falsa testimonianza, ma i tre carabinieri vennero assolti. Il 7 maggio 2021 la Corte d’Assise d’Appello di Roma, in parziale riforma della sentenza del 14 novembre 2019, rideterminò le pene nei confronti di Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo a 13 anni di reclusione ciascuno, mentre quella di Mandolini a 4 anni, confermando nel resto la sentenza della Corte d’Assise, tra cui l’assoluzione di Tedesco dall’accusa di omicidio preterintenzionale. Recentemente, il 4 aprile 2022, la Corte di Cassazione ha posto definitivamente la parola fine sulla vicenda, protrattasi per ben 13 anni, condannando in via definitiva i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro per omicidio preterintenzionale, riducendo però loro la pena a 12 anni di reclusione; rispetto alle posizioni di Tedesco e Mandolini, accusati di aver attestato il falso nel verbale d’arresto, sarà invece disposto un nuovo processo d’appello.

Dott.ssa Francesca Nola

Colloquio criminologico: il linguaggio del corpo può smascherare una menzogna?

Sin dalle origini dell’umanità è accertato il ricorso all’utilizzo del linguaggio del corpo al fine di comunicare qualcosa a qualcuno. La pratica del comunicare, rappresenta una relazione di carattere cognitivo, emozionale, operativo, tra persone che diventano, in diversa misura, reciprocamente dipendenti e comprensive.

Alcuni autori, tra cui P. Watzlawich, J. H. Beavin e Don D. Jackson, hanno identificato cinque proprietà alla base della comunicazione umana:

⁃ non si può non comunicare, perché sia le parole che il silenzio hanno valore di messaggio;

⁃ ogni comunicazione ha un contenuto cioè una notizia ed una relazione alla notizia. Seppur il contenuto sia uguale, esso potrebbe suscitare significati differenti se detto urlando o sorridendo;

⁃ la relazione tra due interlocutori dipende dalla punteggiatura utilizzata nella comunicazione dei contenuti; ad es. i conflitti relazionali avranno una sequenza di scambi caratterizzata da punteggiatura conflittuale;

⁃ gli esseri umani comunicano sia con il metodo numerico cioè comunicazione verbale, tutto ciò che si esprime attraverso le parole; che con il metodo analogico, ovvero comunicazione non verbale, che comprende gli aspetti comunicativi non semantici;

⁃ gli scambi comunicativi possono essere simmetrici, ovvero basati sull’uguaglianza, perché un interlocutore si rispecchia nel linguaggio dell’altro, o complementari, basati sulla differenza esistente tra le persone.

Nell’ambito criminologico in cui ci troviamo, è preferibile concentrarsi sul linguaggio del corpo perché gli operatori del trattamento penitenziario e rieducativo prestano o dovrebbero prestare molta attenzione a ciò che i soggetti condannati in via definitiva celano dietro frasi che apparentemente sembrano reali, ma che in realtà se si riesce a decifrare la comunicazione non verbale, si comprende la menzogna deliberata e volontaria attuata per manipolare le informazioni al fine di ottenere vantaggi sia materiali che interpersonali.

Le due figure, titolari per eccellenza del trattamento rieducativo sono: l’esperto ex art.80 o.p. e il funzionario giuridico-pedagogico ovvero l’educatore penitenziario, poi vi sono altre figure che rivestono ruoli di vario livello, nell’ambito della rieducazione: gli amministratori di culto, gli assistenti sociali e il personale di polizia penitenziaria. Queste due figure di esperti, utilizzano il colloquio criminologico come tecnica e strumento di comunicazione con il soggetto autore di reato, mediante il quale poter analizzare la criminogenesi, che fa riferimento all’evoluzione dei fatti che hanno portato all’evento criminoso e allo studio delle motivazioni alla base della commissione del reato, e la criminodinamica, ovvero la ricostruzione del fatto reato, attraverso modalità e tempistiche dell’evento; ricostruire la personalità del soggetto; determinare la presenza e il grado di pericolosità sociale del soggetto e tracciare i percorsi di vita alternativi alla detenzione.

Al termine del ciclo di colloqui, l’esperto incaricato scriverà una relazione con la sintesi dei dati ricavati durante gli incontri con il reo, destinata al GOT ovvero a soggetto con professionalità differenti: assistenti sociali, educatori, giuristi e psicologi, per questo la stesura deve contenere un linguaggio fruibile, comprensibile ed utile al fine di poter individuare, se ritenuta applicabile, una misura alternativa alla detenzione. L’esperto, durante il colloquio criminologico, deve avere chiari gli indicatori che potrebbero essere utili all’individuazione della menzogna.

Il linguaggio del corpo riveste un ruolo importante nell’individuazione di indicatori non verbali visivi della menzogna, ad es. il reo, anziché distogliere lo sguardo come spesso si potrebbe pensare, usa la tecnica del contatto oculare eccessivo verso il criminologo, però allo stesso tempo dissimula un sorriso coinvolgendo solo i muscoli utilizzati per alzare gli angoli della bocca, si tocca frequentemente le labbra e si nota un aumento della sudorazione delle mani, oltre ad un aumento dello stato di agitazione con movimenti delle mani o dita, soprattutto i movimenti irrequieti e ripetitivi delle gambe o dei piedi. A tal proposito è sorprendente quanto scoperto da Ekman e Friesen, ovvero che quando si mente, gli arti inferiori, nonostante rispondano al controllo volontario, sono in realtà meno controllabili perché sono strutturalmente più lontani dal cervello. Inoltre nelle situazioni di maggior tensione, le caviglie possono essere sovrapposte nella posizione incrociata o si possono agganciare alla sedia, con braccia incrociate o salde sui braccioli, tipico atteggiamento di chi reprime qualcosa dentro di sé e non riesce ad esporlo. In questo caso la mente e il linguaggio del corpo rispecchiano il vissuto negativo interiore che il soggetto vive in quel preciso momento. Per quanto riguarda il toccarsi il naso, questa è un’attività di autoconforto, quindi serve per alleviare la tensione interna e non è associato necessariamente al mentire; infatti nelle situazioni di maggior tensione il flusso sanguigno genera un’estensione dei tessuti nasali e provoca prurito o formicolio, per questo si ha la necessità di sfregarsi il naso.

Mentre gli aspetti non verbali del parlato, ovvero uditivi, rappresentano la seconda categoria degli indicatori comportamentali di chi mente o di chi omette. Quando il criminologo interloquisce con un mentitore, spesso gli aspetti vocali del discorso, ovvero i tratti para linguistici, tendono a subire molti cambiamenti, tra cui: un aumento del timbro di voce e dell’intensità vocale e una diminuzione della velocità della narrazione, perché il soggetto deve basarsi più sulla immaginazione che sulla realtà, oltre al fatto che il cervello deve compiere un grande sforzo per gestire contemporaneamente verità e menzogna ed evitare una fuga di informazioni attraverso il corpo. Inoltre durante l’esposizione, vi possono essere pause o silenzi perché chi mente tende a non completare le frasi bensì, dopo il silenzio, ad iniziare una nuova frase. Altri due indicatori dei tratti vocali molto interessanti sono: la respirazione ansimante, difficile da nascondere soprattutto se oltre al petto muove anche le spalle, generando un respiro rapido ma anche superficiale, e il raschiarsi la gola, perché lo stress tende a seccare la gola. Infine l’interlocutore che mente, può sforzarsi di mascherare il disagio mostrandosi rilassato ma a volte può utilizzare intercalari come “eh” oppure “uhm” per formulare una spiegazione plausibile a quanto domandato.

Per quanto riguarda gli indicatori verbali della menzogna, facciamo riferimento ai contributi del 1996 di De Cataldo e Gulotta scritti nel “Trattato della menzogna e dell’inganno”. Il discorso menzognero è caratterizzato da dichiarazioni false molto brevi, rispetto a quelle veritiere, perché occorre maggior impegno cognitivo per formulare frasi lunghe e credibili, infatti tali affermazioni sono per lo più generiche, con scarsi particolari e riferimenti temporali, a persone e a luoghi. Inoltre è stato rilevato l’utilizzo di una terminologia generalizzata, quindi vengono utilizzate parole come: tutto, nessuno, niente, o l’utilizzo di riferimenti vaghi, utilizzando la carta del “non lo ricordo”, “ho un vuoto di memoria”.

In conclusione possiamo dire, anche in base a quanto esposto, che capire se l’interlocutore mente non è semplice, ovviamente per ragioni etiche, giuridiche e tecniche, in ambito forense non si utilizzano lie detector, ma si continuano a ricercare strumenti in grado di misurare il grado di veridicità delle dichiarazioni, anche se i fattori individuali e quelli situazionali influiscono su tale determinazione, anche per questo il criminologo e gli esperti in generale, rivestono un ruolo di primaria importanza nel comprendere se l’interlocutore altera il suo discorso per menzogna, per disturbi psichiatrici o per dipendenze da sostanze e alcool.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Biblioteca e testi consigliati

• “Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi” di P. Watzlawich, J.H. Beavin e D.D. Jackson.

• “Trattato della menzogna e dell’inganno” di De Cataldo e Gulotta.

• “Il mestiere del criminologo. Il colloquio e la perizia criminologica” di I. Marzagora e G. Travaini.

• “Il grande libro del linguaggio segreto del corpo” di A. Guglielmi.