Catherine Cesnik. Il misterioso omicidio di Suor Cathy.

Suor Catherine Cesnik, nacque in un quartiere di Lawrenceville. Catherine era una ragazza intelligente e giudiziosa. Si diplomò nel 1960 alla Saint Augustine High School. Dopo il diploma nonostante avesse un pretendente, un seminarista di nome Gerard Koob, disposto a rinunciare alla sua vocazione pur di sposarla, decise di prendere i voti in un ordine religioso dedicato all’insegnamento. Iniziò ad insegnare nel 1965, nella Archbishop Keough High School, dove rimase per 4 anni. Nel 1969 cambiò scuola e cominciò ad insegnare in una scuola cattolica di Baltimora. La giovane suora scomparve il pomeriggio del 7 novembre 1969. Quel pomeriggio Catherine era uscita per comprare un regalo, una sua consorella non vedendola rientrare chiamò Gerard Koob. Catherine, infatti, nonostante avesse rifiutato la proposta di matrimonio di Gerard, era molto legata a lui. Padre Gerard non sapeva dove fosse Catherine, così raggiunse la consorella e allertarono la polizia. Il corpo di Catherine venne trovato in un bosco vicino Lansdown il 3 gennaio 1970. Inizialmente fu Gerard ad essere indagato ma avendo un alibi i sospetti caddero immediatamente. La polizia riprese ad indagare quando nel 1994, Jean Western, ex studentessa della scuola dove lavorava Catherine, sul lettino del suo analista, iniziò a ricordare le violenze sessuali subite da padre Joseph Maskell e padre Neil Magnus. Poi ricordò la scena in cui padre Maskell le mostrava il cadavere di Suor Catherine nel bosco. Dopo aver sporto denuncia alla polizia, saltarono fuori altre vittime. Teresa Lancaster raccontò degli abusi subiti dai preti mentre era una studentessa aggiungendo che Suor Catherine aveva scoperto gli abusi e aveva affrontato padre Maskell. Le indagini non ebbero conseguenze sui presunti abusatori, essendo passati più di tre anni dai fatti, per la legge non erano più punibili. Padre Magnus è morto prima dello scoppio dello scandalo nel 1988, il reverendo Maskell è morto nel 2001. Il suo DNA è stato recentemente confrontato con una traccia trovata su una sigaretta raccolta all’epoca sul lungo del ritrovamento del cadavere, tuttavia non c’era corrispondenza. Oggi la polizia indaga sul collegamento dell’omicidio di Catherine con altri delitti avvenuti a Baltimora in quegli anni. Quello della ventenne Joyce Meleki trovata morta pochi giorni dopo la scomparsa di Catherine in un fiume vicino. Quello della sedicenne Pamela Lynn Conyers trovata in un bosco ad ottobre nel 1970 ed infine l’omicidio della studentessa Elizabeth Montayne, nel settembre 1971.

Dott.ssa Elena Novelli

George Junius Stinney Jr.: la storia del più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti d’America

George Junius Stinney Jr. è stato il più giovane condannato a morte nella storia degli Stati Uniti; egli, infatti, al momento dell’esecuzione della pena capitale aveva solamente 14 anni. Il ragazzo era un afroamericano originario di Alcolu, una cittadina della California del sud e viveva con la propria famiglia nel “quartiere nero” della città, presso alloggi forniti dal datore di lavoro del padre, un operaio di una segheria locale. La vicenda avvenne negli anni ‘40, quando in America l’odio razziale era molto forte e la separazione tra individui neri e bianchi era netta e a tratti violenta: all’epoca infatti esistevano interi quartieri, locali, scuole e chiese per soli bianchi dove i neri non potevano assolutamente accedere. Il 23 marzo del 1944 i corpi di due bambine bianche di 11 e 7 anni vennero ritrovati riversi in un fosso all’interno del “quartiere nero” della città, colpiti mortalmente alla testa e al volto da un oggetto non ben identificato, probabilmente di metallo e dalla punta arrotondata, simile a un martello e presumibilmente rinvenuto nei pressi del luogo del delitto, non vi erano segni di violenza sessuale. Le due minori furono viste vive per l’ultima volta in sella alle loro biciclette mentre cercavano fiori e chiedevano informazioni al giovane Stinney e a sua sorella Aime su un luogo nelle vicinanze in cui avrebbero potuto trovarne. Quella sera stessa, quando i genitori si accorsero che le bambine non avevano fatto rientro a casa, la città si mobilitò subito per ritrovarle; vennero organizzate delle squadre di ricerca alle quali prese parte anche il padre di Stinney e poche ore dopo vennero ritrovati i due corpi. Già al mattino seguente i giornali riportarono la notizia della cattura del loro feroce assassino; secondo le autorità si trattava di colui che per ultimo aveva visto le ragazze in vita, ovvero il piccolo George Stinney. Il ragazzo venne immediatamente arrestato e portato in carcere, ove a detta degli agenti confessò e indicò il luogo in cui aveva nascosto l’arma del delitto, una barra di ferro di pochi centimetri. Non vi è tuttavia alcuna traccia che attesti la veridicità di quanto riferito dagli agenti, poiché non venne mai redatta alcuna confessione scritta e firmata da Stinney; è probabile che sia stata invece estorta con la forza al fine di garantire un colpevole alla giustizia. Stinney rimase in isolamento in carcere per 81 giorni in attesa del processo, senza poter vedere nessuno, nemmeno i propri genitori, che nel mentre furono costretti ad abbandonare la città perché perseguitati. Il processo, compresa la scelta dei membri della giuria, durò solamente un giorno. Il ragazzo venne interrogato da solo, condotto a giudizio senza la possibilità di avvalersi di un avvocato di fiducia e in assenza dei genitori, non ammessi in aula; la giuria era composta unicamente da membri bianchi che dopo 2 ore di processo impiegarono solamente 10 minuti per formulare la sentenza di condanna, emessa senza la presenza di prove fisiche e basata unicamente sulle testimonianze degli agenti coinvolti e del medico legale. L’esito del processo fu il peggiore possibile: condanna a morte mediante sedia elettrica. L’avvocato di Stinney non propose appello avverso a tale sentenza e non venne fatta alcuna trascrizione di quanto avvenuto quel giorno in aula. La famiglia si rivolse al Governatore affinché mostrasse clemenza nei confronti del ragazzo vista la sua tenera età, appello che però rimase inascoltato poiché il 16 giugno del 1944, dopo soli 83 giorni dall’arresto, Stinney fu giustiziato presso il Central Correctional Institution di Colombia ove era detenuto. Quel giorno Stinney portò con sé la sua Bibbia, la stessa che il ragazzo aveva tenuto in mano durante il processo e che, ironia della sorte, fu utilizzata come rialzo sulla sedia elettrica per facilitarne l’esecuzione, resasi difficoltosa per la bassa statura e il peso del ragazzo dovuti alla sua giovane età. Nei primi anni 2000, George Frierson, noto legale statunitense, decise di approfondire la vicenda rimasta sconosciuta per troppo tempo e, assieme a un pool di legali e alla Civil Rights and Restorative Justice Project della Northeastern University School of Law, lavorarono pro bono per la famiglia di Stinney e riuscirono ad ottenere la riapertura del caso. Frierson infatti sostenne che vi era un’altra persona, già deceduta, che si era proclamata colpevole per quegli omicidi sul letto di morte, confessando tutto a un familiare. L’uomo in questione era un bianco, membro di una famiglia facoltosa della città e un cui parente era stato nominato tra i giurati del processo di Stinney e aveva presumibilmente spinto per una condanna a suo carico. Il processo fu riaperto nel 2014 e i legali fornirono le nuove prove, tra cui le testimonianze dei fratelli di Stinney, che sostennero che il fratello si trovava con loro al momento degli omicidi, di colui che rinvenne per primo i corpi e che, data l’assenza di sangue sul luogo del delitto, ipotizzò che l’omicidio fosse avvenuto altrove e che i cadaveri fossero stati spostati solo in un secondo momento, e di un compagno di cella di Stinney a cui aveva confidato l’estorsione della confessione da parte degli agenti. Il nuovo giudice, Carmen Mullen, invece di continuare con il processo, decise di annullare la sentenza di condanna nei confronti di Stinney per mancanza di un giusto ed equo processo, per violazione del diritto di difesa in quanto il giovane non era stato correttamente assistito in giudizio e per l’inammissibilità della confessione perché probabilmente estorta, senza pronunciarsi sulla colpevolezza o meno di Stinney. Grazie al lavoro di questi grandi legali, la vicenda uscì dal dimenticatoio e la memoria di Stinney venne riabilitata. Si dice inoltre che il regista Frank Darabont prese ispirazione dalla vicenda di Stinney per scrivere la sceneggiatura di uno dei suoi più grandi capolavori: il noto film “Il miglio verde”.

Dott.ssa Francesca Nola

Ronald DeFeo Jr., il killer che ha ispirato ”Amityville Horror”.

Ronald DeFeo Jr., è noto per aver massacrato la famiglia nel 1974, la sua storia ha ispirato la saga di Amityville Horror e alcune scene di The Conjuring 2.
Ronald DeFeo Jr. fu il primo dei cinque figli avuti dai coniugi Ronald e Louise DeFeo. Nel 1965, grazie ai proventi derivanti dall’attività del padre come rivenditore di automobili, la famiglia si trasferì ad Amityville.
Sebbene conducessero una vita agiata, il ragazzo ebbe diversi problemi. Il padre, infatti, fu un uomo autoritario e violento e spesso picchiò la moglie e i figli. Inoltre, Ronald Jr. venne bullizzato dai compagni di scuola a causa del suo sovrappeso. Crescendo il giovane iniziò a manifestare frequenti scatti d’ira, i genitori preoccupati cercarono di aiutare il figlio portandolo da uno psichiatra, ma Ronald Jr. si rifiutò di continuare le visite. I genitori, quindi, tentarono di aiutarlo concedendo al figlio qualsiasi cosa volesse; tuttavia, questo nuovo approccio finì per peggiorare le cose. Ronald Jr. iniziò infatti ad assumere LSD ed eroina, droghe che peggiorarono i suoi scatti d’ira, arrivò infatti a tentare di sparare al padre con un fucile. Il padre si convinse che il figlio fosse il diavolo e riempì la casa di simboli sacri. Ronald Jr. ancora insoddisfatto della vita agiata che conduceva rapinò la concessionaria del padre.
Dopo la rapina, la tensione tra padre e figlio crebbe e la notte tra il 12 e il 13 novembre 1974, il giovane sterminò la famiglia nel sonno. Sparò prima ai genitori, poi ai fratelli e infine alle sorelle, tutti gli omicidi avvennero nell’arco di 15 minuti. Diverse furono le versioni che Ronald Jr. fornì agli inquirenti. Inizialmente attribuì gli omicidi a un sicario della mafia, Louis Falini parlando di un vecchio rancore tra l’uomo e la famiglia. Soltanto dopo le numerose incongruenze trovate dagli inquirenti, Ronald Jr. confessò gli omicidi. Il processo iniziò un anno dopo gli omicidi e l’avvocato difensore di DeFeo, dopo la dichiarazione di Ronald Jr. dove rivelava di aver sentito delle voci che gli dicevano di uccidere la famiglia, chiese l’infermità mentale per l’assistito. Tuttavia, il 21 novembre 1975, DeFeo venne dichiarato colpevole dei sei omicidi e condannato a sei ergastoli consecutivi. DeFeo, morì il 12 marzo 2021, all’età di 69 anni mentre si trovava ricoverato in ospedale.

Dott.ssa Elena Novelli

Child sex offender. Esiste un profilo criminologico?

“Rispetto al crimine della pedofilia non è possibile formulare giustificazioni. Esiste forse azione più deplorevole?” Aldo Carotenuto.

Già a partire dal IV sec. a.C., nella storia greco-romana, si ritrovano testi di rapporti sessuali tra un uomo adulto erastes e ragazzo prepubere eromenos, chiamati “pederastia”. Questi rapporti erano un rito iniziatico che permetteva al ragazzo di entrare a far parte del mondo degli adulti e la trasmissione delle leggi e del sapere delle polis. Negli anni cinquanta del Seicento, inizia a diffondersi un sentimento riprovevole nei confronti delle pratiche sessuali sui minori, fino ad arrivare in Italia, nel 1996 con la legge n.66 contro la violenza sessuale, ovvero “qualunque atto sessuale, attivo o passivo, imposto ad una persona contro la sua volontà, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità. Sono compresi nel reato gli atti sessuali che taluno è indotto a compiere o subire a causa delle condizioni di inferiorità fisica o psichica al momento del fatto o perché il colpevole si è, con l’inganno, sostituito ad altra persona”, ponendo particolare attenzione se gli atti vengono compiuti da un componente della famiglia. La legge n.38 del 2006 ha ampliato la precedente legge del ’98, con nozioni di prostituzione minorile, pedopornografia e cyber pedopornografia. Come viene classificata la pedofilia? La pedofilia, oggi, è classificata come una forma di parafilia che causa danni a terzi e rientra nella classificazione dei disturbi, quindi può essere denominato “disturbo parafilico”, caratterizzato da ricorrenti fantasie sessuali, impulsi o comportamenti che coinvolgono adolescenti di età prepuberale o adolescenti maggiormente di età pari o inferiore agli anni 13. La maggior parte dei pedofili è di sesso maschile e l’attrazione può riguardare maschi, femmine o entrambi; ma i pedofili preferiscono prevalentemente i bambini di sesso opposto rispetto a quelli dello stesso sesso. Da non confondere il pedofilo con il child molester, in quanto il primo può espletare fantasie o autoerotismo, in altri casi si può verificare il fellatio, o il cunnilingus, oppure una penetrazione anche con giochi, mentre il secondo non si identifica necessariamente come un pedofilo, perché predilige abitualmente partner coetanei, e per curiosità arriva ad abusare sessualmente di un minore di 18 anni. I crimini sessuali su minori non rientrano infatti nella pedofilia, a meno che il reo non abbia un parafilico interesse sessuale per i bambini in età prepuberale.

Secondo la letteratura, gli abusi sui minori possono verificarsi in diversi contesti e nella maggior parte dei casi, il bambino conosce l’adulto e questi può essere un membro della famiglia, un amico di famiglia, o una persona che esercita autorità su di lui come un insegnante o un allenatore. Come ben possiamo immaginare, gli effetti psicologici nella mente delle vittime sono molto gravi e sono aumentati in questo periodo pandemico che stiamo vivendo. Gli effetti possono includere depressione, disturbo post-traumatico da stress, ansia, diminuzione dell’autostima, mancanza di fiducia negli altri, autolesionismo, propensione alla vittimizzazione in età adulta o alle dipendenze come alcolismo e uso di droghe, comportamenti regressivi come succhiare il pollice o fare pipì a letto, l’abusato potrebbe arrivare perfino a replicare, in età adulta, l’abuso ricevuto. Da qui la famosa teoria dell’abusato-abusatore di Garland e Dougher del 1990, che riconduce la causa della pedofilia all’abuso sessuale subito nell’infanzia, di conseguenza il pedofilo replicherebbe la vittimizzazione subita per ridurre il proprio malessere e superare il senso di impotenza. La teoria citata, rientra nella concezione psicoanalitica classica, la quale sostiene che l’atto pedofilo è legato a fissazioni e regressioni verso forme di sessualità infantile, in quanto il pedofilo è una persona che non è riuscita a completare il processo di sviluppo verso l’adattamento sessuale a causa di una minaccia di castrazione da parte della madre, del padre, o di situazioni di vita importanti.

Nel corso degli anni sono state elaborate diverse ipotesi interpretative riguardo all’origine del comportamento pedofilo, spesso in evidente contrapposizione fra le stesse. Diversi studiosi si sono occupati di determinare una tassonomia di tali soggetti esaminando fattori psichiatrici, come abbiamo visto pocanzi, fattori sociologici e criminologici in cui rientra la teoria dell’identificazione parentale e fattori psicometrici da cui deriva il modello neuropsicologico e biologico. La teoria dell’identificazione parentale e della trasmissione intra-generazionale è molto interessante in quanto sostiene che gli aggressori sessuali sono cresciuti con molta probabilità in famiglie devianti e la mancata identificazione comporta nello sviluppo psico-comportamentale un disordine psicosessuale. Mentre il modello neuropsicologico si basa su approcci di misurazione delle attività cerebrali utilizzando l’elettroencefalogramma, oppure si basa su approcci che misurano la forma e il peso del cervello di soggetti con tale parafilia, o addirittura testando la concentrazione ormonale nel sangue.

Una delle tassonomie più significative risulta quella elaborata da Groth e Birnbaum nel 1978, i quali distinsero: il pedofilo fissato, rimasto nel suo stadio primario dovuto ad un trauma, quindi non riuscendo a relazionarsi con i suoi coetanei è rimasto attratto dai ragazzi adolescenti; il pedofilo regredito, pur avendo raggiunto un normale sviluppo psicosessuale, a causa di eventi frustranti regredisce trasferendo i suoi bisogni sui minori, anche in modo sperimentale. Un’altra nota classificazione dell’agire pedofilo è quella introdotta da Holmes e Holmes, i quali proposero le due note tipologie: pedofilo situazionale nella quale rientra il pedofilo regressivo o in fase regressiva, il pedofilo sessualmente indiscriminato e il pedofilo introverso o inadeguato, e pedofilo preferenziale, le cui sottocategorie sono quelle del pedofilo seduttivo, pedofilo della personalità immatura o fissato e pedofilo sadico o aggressivo.

In conclusione possiamo dire che da un punto di vista psicoterapeutico, il bambino o la bambina vittima di un child sex offender deve intraprendere tempestivamente un percorso terapeutico per la rielaborazione del trauma subito. La prevenzione ricopre un ruolo fondamentale, infatti bisogna sensibilizzare i genitori sull’argomento, perché a volte capita che la persona di fiducia, con la quale il minore si confida, sminuisce o nega l’evento, cosa più grave incolpa il bambino dell’accaduto. Dove si svolgono o si potrebbero svolgere incontri sulla prevenzione? Principalmente nelle scuole, luogo in cui i bambini trascorrono la maggior parte delle ore della giornata e volte anche le uniche mura che lo proteggono; presso i centri d’ascolto, si svolgono attività di prevenzione e formazione per genitori, insegnanti, personale sanitario e forze dell’ordine. In questi luoghi si trova la forza e il coraggio di denunciare il proprio marito, il familiare, l’amico, chi maltratta e abusa un essere umano innocente, un bambino.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Riferimenti e testi consigliati:

• “Pedofilia tra devianza e criminalità” di G. Cifaldi

• “Pedofilia. Un approccio multiprospettico” di A. Coluccia, E. Calvanese.

• “Pedofilia e psicoanalisi. Figure e percorsi di cura” di C. Schinaia.

• “Le parafilie maggiori” di F. Liggio.

Criminal Profiling:tecnica investigativa per l’identificazione dell’autore di reato.

Il profilo criminale (in inglese criminal profiling o criminal personality profiling) è uno strumento comportamentale e investigativo d’ausilio per gli investigatori nel descrivere soggetti criminali totalmente o parzialmente sconosciuti. Secondo il noto agente dell’FBI Howard Teten, il Criminal Profiling può essere definito «il metodo per identificare l’autore di un reato basato sulla analisi della natura del crimine e del modo in cui questo è stato commesso, partendo dal presupposto che vari aspetti della personalità dell’autore si riflettono nelle azioni che sceglie di compiere, prima, durante e dopo il crimine».

Il Criminal Profiling è una tecnica investigativa che individua l’insieme di tutte quelle informazioni riguardanti un sospetto sconosciuto, tra cui principalmente caratteristiche comportamentali e di personalità, tramite lo studio e l’analisi dei crimini che ha commesso. Di conseguenza, secondo il principio di interscambio di Edmond Locard, secondo cui “ogni criminale lascia una traccia di sé sulla scena del crimine e porta via su di sé una traccia” e considerato che le tracce lasciate sulla scena del crimine possono rappresentare il risultato di determinati comportamenti e azioni, il compito del profiler, sottolineato anche dalla criminologa R. Bruzzone, diventa quello di acquisire ed analizzare tutte le informazioni ricavate dalla scena del crimine e usarle per definire la personalità e il comportamento del possibile autore di reato. Il profiler, in particolare, deve saper descrivere sia il tipo di persona che può avere commesso il fatto reato, sia quali possono essere i tratti della personalità del possibile reo. Di conseguenza, da quanto esposto, si desume che l’obiettivo principale del profiler consiste nel raccogliere ed analizzare elementi della scena del crimine e stilare il ritratto psico-comportamentale del possibile autore per aiutare le forze di polizia nell’identificazione dello stesso, ancora ignoto.

Qual è oltre a quanto esposto, il supporto pratico per le indagini del criminal profiling? Sicuramente un miglior utilizzo delle risorse investigative, indirizzate verso il profilo corrispondente; la riduzione del numero dei sospettati; strategie interrogative al fine di condurre ad una confessione. Sebbene non esista una metodologia universalmente accettata, sono stati individuati elementi fondamentali per la ricostruzione di un profilo psicologico, condivisi da molti esperti forensi. L’analisi della scena del crimine rappresenta il primo elemento fondamentale; il secondo riguarda lo studio della vittima e delle possibili relazioni con il suo aggressore, ed infine, vi è il case linkage.

Per quanto concerne il primo elemento, il criminal profilng parte dall’analisi delle prove rinvenute sulla scena del crimine e dalla ricostruzione della dinamica dell’evento, per arrivare a dare una risposta ai 6 interrogativi anglosassoni della crimino-dinamica: What?, How?, When?, Where?, Why?, Who?

Per il secondo elemento, ovvero la relazione tra la vittima e l’aggressore, è fondamentale tenere in considerazione una branca della criminologia, ovvero la vittimologia, che studia la vittima come soggetto passivo del reato e l’incidenza della stessa nell’analisi della scena del crimine, in base al rapporto col reo. Oggi si fa affidamento all’autopsia psicologica cioè una perizia post- mortem. De Leo definisce l’autopsia psicologica come una “particolare forma di perizia psicologica con cui si cerca di elaborare un profilo psicologico della vittima e, attraverso una analisi completa delle caratteristiche della stessa e delle sue interferenze con il fatto di reato e con il suo autore, si cerca di individuare possibili inferenze deduttive con il movente, l’elemento determinante l’azione, il modus operandi e la firma dell’autore.”

Il case linkage, terzo ed ultimo elemento preso in considerazione per la ricostruzione del profilo psicologico, è un metodo analitico per mezzo del quale si possono stabilire dei «legami tra casi in precedenza non correlati». Gli elementi utilizzata in questa analisi sono: le prove fisiche, i riscontri medico-legali, il modus operandi, la firma, l’analisi della vittima e il geographical profiling.

Gli elementi esposti, secondo gli esperti forensi, sono di fondamentale importanza a maggior ragione per la risoluzione della serialità di atti criminali, quali: stupro, omicidio, molestie sessuali con o senza minacce, assassinio pedofilico; di atti criminali accompagnati o meno da mancata identificazione del colpevole e in caso di dubbio sulla reale colpevolezza del soggetto; di recidivismo con sospetto di acting out criminale, dove l’azione non può essere spiegata da motivazione comprensibile ma che risulta un’espressione concreta di un conflitto interiore al soggetto. A tal proposito, non sarebbe di poco conto ricordare ciò che l’ex investigatore statunitense ed agente speciale del Federal Bureau of Investigation, John E. Douglas, ha da sempre ritenuto, ovvero “se vuoi comprendere l’artista, devi guardare il quadro; se vuoi conoscere il colpevole, devi guardare il crimine; un assassino seriale pianifica il suo “lavoro” con la stessa cura con cui un pittore elabora il soggetto e l’esecuzione di una tela”.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Riferimenti e testi consigliati:

• “I serial killers” di M. Garbesi.

• “Crime Classification Manual: A standard system for investigating and classifying violent crimes” di J. Dougals, A. Burgess, R. Ressler.

• “Lo studio della vittimologia per capire il ruolo della vittima” di S. Sicurella.

• “L’autopsia psicologica. L’indagine nei casi di morte violenta o dubbia” di B. Bonicatto, T. G. Perèz, R. R. Lopez.

http://repository.nkzu.kz/8082/1/49-64.pdf

Il suicidio di massa di Heaven’s Gate

Heaven’s Gate è il nome di una setta religiosa nata tra gli anni ‘70 e ‘90 guidata da Marshall Appelwhite e nota per aver compiuto il più grande suicidio di massa nella storia degli Stati Uniti d’America. Marshall nacque nel 1931 in Texas, il padre era pastore presbiteriano che lo educò rigidamente alla religione. Dopo un breve periodo nell’esercito e una carriera fallimentare da cantante a New York, divenne insegnante di musica all’università dell’Alabama per poi ritornare a Huston, sempre in qualità di insegnante musica ma all’università St. Thomas a Houston, in Texas, dove però venne accusato di abusi sessuali su uno studente, suscitando uno scandalo tale da costargli sia il posto di lavoro che il matrimonio. In seguito, non è chiaro per quale motivo, frequentò per un mese un ospedale, alcuni sostennero ci andasse per far visita ad un amico malato, altri che vi si recasse per un crollo nervoso a seguito della morte del padre a cui era molto legato, fatto sta che in ospedale conobbe l’infermiera Bonnie Nettels. La donna, a seguito di un matrimonio e una vita felice, nel 1972 iniziò a comportarsi in modo strano e a raccontare di episodi particolari in cui asserisce di aver udito nella propria testa la voce di un monaco del XIX secolo, che le parlava e le diceva cosa fare. Inoltre, sviluppò una sorta di ossessione per le sedute spiritiche e per la comunicazione con l’aldilà, cosa che fece ulteriormente allontanare il marito, che poco dopo chiese il divorzio. In una di queste sedute clandestine, una medium disse a Bonnie che nel giro di poco tempo avrebbe incontrato un uomo molto alto, con i capelli e la pelle molto chiari e che avrebbe dovuto fare tutto quello che quest’uomo le avrebbe ordinato. Al momento dell’incontro con Masrhall in ospedale, avendo l’uomo le stesse caratteristiche fisiche descritte durante la seduta spiritica, Bonnie si convinse che si trattasse della persona indicata dalla medium e che in qualche modo i loro destini fossero connessi. Il giorno di capodanno del 1973, i due decisero di mollare tutto e di fuggire insieme per creare un qualcosa di importante, cambiarono nome (Bonnie diventerà Bo e Mashall cambierà nome in Pip) e partirono per un viaggio di circa 6 mesi in cui attraversarono tutta l’America, organizzando eventi in cui spiegavano il loro nuovo credo e parlavano del fatto che loro fossero i prescelti per diffondere delle profezie bibliche che gli erano state fornite da delle menti superiori. Il culto proposto da “i due dell’ufo”, come erano soliti farsi chiamare, era molto affascinante poiché oltre a promettere una risposta a qualsiasi domanda, era un misto di elementi tipici del cristianesimo, dello gnosticismo e della fantascienza ed appariva come molto allettante. Infatti, in base a quanto riportato dalla coppia, la reincarnazione di Gesù, visto come un texano, culminerebbe con una figura dai tratti molto simili a quelli di Marshall e la vergine Maria sarebbe rimasta incinta a seguito di un rapimento da parte degli alieni. La coppia sarebbe quindi l’unica in grado di trasmettere questo nuovo culto, basato principalmente sulla profonda convinzione dell’esistenza degli extraterrestri. I due sostenevano di essere originari di un altro pianeta e che un giorno, a seguito della morte, con l’abbandono del loro involucro umano, avrebbero ricevuto dei nuovi corpi e sarebbero stati in grado di fare ritorno al pianeta natio mediante l’utilizzo di una navicella spaziale e godere finalmente di una vita migliore, altamente superiore a quella terrena. A detta dei due, infatti, il motivo per cui erano stati inviati sulla Terra era quello di convincere quante più persone possibile a diventare parte di quello che loro chiamavano “l’equipaggio”, per seguirli verso questo nuovo pianeta in cui avrebbero potuto aspirare a un’esistenza di gran lunga più vantaggiosa. Incredibilmente, nel giro di poco tempo, molte persone si lasciarono ammaliare dalla promessa di un’esistenza migliore e scelsero di arruolarsi per questa fantomatica “missione”, arrivando a contare 200 adepti. Così come previsto nello schema classico di ogni setta conosciuta, anche in questo caso i nuovi membri venivano convinti a troncare qualsiasi tipo di rapporto con famiglia, amici e conoscenti, ad abbandonare tutti i beni materiali, a donare tutti i propri averi al culto e a purificarsi mediante strane diete e astinenza sessuale, finalizzati a reprimere ogni pensiero impuro in quanto condurre una vita malsana fatta di cibo spazzatura e sesso era assolutamente proibito all’interno della comunità. Nel 1983 ai discepoli del culto venne concesso un giorno libero, il giorno della festa della mamma, per rivedere le proprie famiglie al fine di tranquillizzarle ed evitare che approfondissero le ricerche sulla setta; gli adepti vennero istruiti affinché dicessero ai familiari che nel periodo di tempo in cui erano stati lontani si erano in realtà recati presso un monastero a studiare informatica e che a breve vi avrebbero fatto ritorno per terminare le loro ricerche. Nel 1985, a seguito della diagnosi di cancro terminale e dopo aver rifiutato le cure per quello che riteneva essere solo un corpo temporaneo difettoso, Bonnie morì, lasciando a Marshall il pieno controllo sulla setta. Nel 1993, avendo perso molti adepti, Marshall decise di spendere gran parte del patrimonio della setta per pubblicare annunci pubblicitari in cui veniva proclamata la fine del mondo; l’unico modo per potersi salvare era chiaramente quello di unirsi alla sua setta. Questa iniziativa, assieme all’apertura del sito internet, tuttora attivo, funzionò perché fece aumentare il numero di seguaci, che arrivarono ad essere 39 in tutto. A quel punto, Marshall iniziò a valutare il suicidio come mezzo per l’abbandono dell’involucro umano e per far rientro presso il pianeta natale. Fu così che nel 1996 il gruppo prese definitivamente il nome di “Heaven’s Gate” e con gli ultimi soldi rimasti, affittarono una grande villa poco fuori Santa Fè, in California, pubblicarono un video in cui avvisavano che il mondo stava per finire e che quella era l’unica e l’ultima possibilità per sopravvivere. Il 22 marzo del 1997 il gruppo di rinchiuse nella villa, i discepoli della setta e lo stesso Marshall registrarono messaggi di addio per le famiglie, indossarono tutti i medesimi abiti e ingerirono barbiturici misti ad alcol; successivamente si adagiarono sui letti, posizionando sotto le teste delle piccole borse ove riposero i documenti, in modo tale da poter essere riconosciuti al momento dell’ascesa, e attesero per 3 giorni la morte. Il 26 marzo, a seguito di una telefonata anonima, la polizia fece irruzione nella villa e trovò i 39 corpi, tutti adagiati sui letti e coperti da un telo viola. La cosa che fece più scalpore furono i videomessaggi registrati dalle vittime e rinvenuti sul sito di Heaven’s Gate, in cui gli adepti apparivano estremamente calmi e felici, alcuni sostennero addirittura che si trattasse del giorno più felice delle loro vite.

Dott.ssa Francesca Nola

Warren Jeffs: il Profeta pedofilo di una setta poligama

Warren Steed Jeffs è stato il leader della chiesa poligama conosciuta come “Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni”, (FLDS Church) una setta integralista nata in una cittadina vicino a Eldorado, al confine dello Utah, che contava quasi 10.000 membri. In qualità di leader di tale setta, Jeffs veniva considerato al pari di una vera e propria divinità, come colui che interpretava la volontà del Signore e la attuava in terra. Si ritiene che fino al momento del suo arresto, avvenuto nel 2006, abbia sposato almeno 78 donne, 24 delle quali minorenni. Jeffs nacque nel 1955 a Sacramento, California, in una comunità di mormoni fondamentalisti. Figlio dell’allora leader della Chiesa Rulon Jeffs e di una della sue mogli, (il numero preciso non fu mai attestato con certezza, le cifre oscillano tra le 20 e le 75 donne) fin da subito venne considerato come “il prescelto”, come colui che avrebbe portato avanti l’eredità del padre, molto amato e stimato nella comunità. Sin da bambino, Jeffs, consapevole del ruolo che avrebbe ricoperto alla morte del padre e in parte spalleggiato da quest’ultimo, che lo prediligeva tra i suoi circa 60 figli, divenne presto arrogante, presuntuoso ed egocentrico, manifestando anche atteggiamenti violenti nei confronti dei numerosi fratelli. All’età di soli 18 anni, a Jeffs fu affidato il suo primo incarico nella società, diventando il preside della “Alta Accademy”, scuola privata della Chiesa FLDS. Anche in queste vesti, inebriato dal potere, non mancò di abusarne, introducendo severissime regole di condotta e di abbigliamento per gli studenti e impartendo dure punizioni a chiunque le trasgredisse. Il secondo incarico affidato a Jeffs fu quello di consigliere del leader della Chiesa, ruolo che lo preparò a succedere al padre al momento della morte, sopraggiunta nel 2002; Jeffs prese quindi il suo posto a capo della comunità, diventando “Presidente e Profeta, Veggente e Rivelatore” della Chiesa FLDS. Le uniche parole pronunciate da Jeffs alla morte del padre furono “non dirò molto, ma dirò questo: giù le mani dalle mogli di mio padre!” ed effettivamente la prima cosa che fece in qualità di leader fu quella di sposare tutte le mogli del padre, ad eccezione di due donne, delle quali una abbandonò la setta, mentre all’altra fu proibito di risposarsi. Una volta entrato in carica, Jeffs era l’unico ad avere l’autorità per celebrare matrimoni, il solo a decidere chi potesse sposarsi e chi no, ad avere il potere di assegnare una o più mogli a un uomo. Egli aveva anche la facoltà di decidere chi espellere dalla comunità perché ritenuto indegno o colpevole di atti contrari alle già rigidissime norme in vigore e da lui inasprite nel corso del suo mandato; ciò comportava che le mogli e i figli degli espulsi fossero riassegnati in base alla volontà del profeta ad altro uomo senza che fosse necessario il loro consenso. In realtà, sotto a quella che sembrava l’ennesima comunità mormone fondamentalista d’America, si nascondeva un oscuro e macabro segreto. Con la scusa di guidare e regolare le vite di milioni di fedeli, Jeffs usò il suo potere e la sua stessa comunità per nascondere quella che in realtà era a tutti gli effetti una setta, le cui basi poggiavano sullo strapotere riservato al profeta, ma anche e soprattutto sul matrimonio plurimo. Jeffs riuscì a  convincere i propri seguaci che l’unica via per l’aldilà fosse quella di convolare a nozze con almeno 3 mogli; secondo la dottrina della Chiesa FLDS infatti, più un uomo aveva mogli, più era vicino all’ingresso in paradiso. Per più di 20 anni Jeffs sfruttò tali credenze per deviare la volontà della propria comunità, traviandola e usandola a proprio vantaggio per giustificare il matrimonio minorile, l’abuso su minori e la separazione forzata di questi ultimi dalle famiglie. Alterando la parola di Dio, riuscì a manipolare le menti di coloro che si fidavano di lui, a soggiogare l’intera comunità, spingendola a identificarsi ciecamente in lui, nelle sue regole e ad isolarsi sempre più dal mondo esterno. Strumento prezioso in tal senso fu indubbiamente il divieto assoluto di utilizzo dell’internet imposto da Jeffs, che gli consentì di ottenere il pieno controllo sulla Chiesa FLDS e sulla sua gente, ormai totalmente asservita al proprio leader. Tuttavia, una tale realtà, costellata da orrori e abusi, non rimase a lungo all’oscuro delle Autorità: le accuse divennero ufficiali quando nel luglio del 2004 il nipote dell’uomo, Brent Jeffs, accusò lo zio e altri membri della Chiesa FLDS di ripetuti stupri, avvenuti a partire da quando Il ragazzo aveva solamente 5 anni. Di lì a poco, dopo una serie di abbandoni della Chiesa da parte di molti ex membri, iniziarono ad emergere sempre più dettagli, svelati da coloro che scelsero di denunciare quanto stava ancora accadendo all’interno della setta guidata da Jeffs. Il 5 aprile 2006, a seguito di ulteriori accuse di stupro e di matrimoni tra adulti e minori, fu emesso un mandato di arresto per Warren Jeffs, che nel giro di un mese fu inserito dall’FBI nella lista dei 10 fuggitivi più ricercati d’America, per cui si arrivò ad offrire una ricompensa di 100.000$. Il 28 agosto 2006 Jeffs venne fermato per un banale controllo di routine sulla interstatale 15, nella contea di Clark, Nevada e successivamente arrestato. A bordo dell’auto, su cui viaggiava in compagnia del fratello e di una delle sue mogli, vennero rinvenuti 4 computer, 16 telefoni, diversi travestimenti, 3 parrucche, 12 paia di occhiali da sole e più di 55.000$ in contanti. Al processo i capi d’accusa furono molteplici: 80 matrimoni illegali, tra cui 24 matrimoni con minori, celebrazione di 67 matrimoni di minori, celebrazione di 500 matrimoni bigami tra il 1980 e il 2006, 60 casi di rottura di matrimoni e di riassegnazione delle mogli, espulsione dei giovani per cattiva condotta dalla comunità, elusione dell’applicazione della legge. Il 9 agosto 2011, dopo diverse problematiche di natura formale che prolungarono ulteriormente un processo già di per sé molto complesso, Jeffs fu condannato all’ergastolo perché ritenuto colpevole di due accuse di violenza sessuale su minore. Durante i suoi anni di prigionia, Jeffs crollò e interrogato dagli agenti in una registrazione audio ammise di aver soggiogato e abbindolato la sua comunità per i propri scopi riprovevoli, dichiarazioni che però rinnegò poco dopo. Si ritiene che Warren Jeffs stia tuttora impartendo ordini dal carcere ai suoi fedelissimi per mezzo del fratello Lyle; per mandare avanti la setta, sembrerebbe che l’uomo abbia personalmente nominato 15 “portatori di seme” a cui ha affidato il compito di tramandare il DNA migliore, al fine di garantire la sopravvivenza delle Chiesa FLDS, che continua tuttora a prosperare nonostante tutto.

Dott.ssa Francesca Nola

Il delitto della Cattolica

Simonetta Ferrero nacque il 2 aprile 1945 a Serravalle Sesia. Simonetta proveniva da una famiglia cattolica e benestante e viveva con i genitori a Milano. Si laureò nel 1969 in Scienze Politiche all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, un anno dopo iniziò a lavorare come responsabile della selezione del personale per la Montedison. La vita di Simonetta era una vita tranquilla, non aveva relazioni e nel tempo libero si dedicava al volontariato nella Croce Rossa.
Il 24 luglio 1971, in vista delle ferie che avrebbe dovuto trascorrere con la famiglia in Corsica, Simonetta uscì di casa per svolgere le ultime commissioni. Si recò prima in una tappezzeria di Corso Vercelli, poi andò ad acquistare un dizionario a Corso Magenta e alcuni articoli di profumeria in via Carducci. Infine, andò all’Università Cattolica del Sacro Cuore, probabilmente per procurare ad un’amica alcuni opuscoli che le quest’ultima aveva chiesto. Quel giorno Simonetta non tornò a casa, la famiglia allertò la polizia ma passarono due giorni prima del ritrovamento del cadavere.
A trovare il copro il 26 luglio fu Mario Toso, seminarista e studente di filosofia dell’ateneo. Dopo essere andato a messa, il seminarista sentì provenire dal bagno delle donne un forte scrosciare d’acqua e così decise di entrare. Nel bagno trovò a terra disteso sul fianco destro, con il vestito sollevato sulle cosce e le braccia aperte il corpo di Simonetta. Inoltre, vide sangue ovunque, sul lavandino, sulla parete, sul pavimento e sulla maniglia della porta. Il giovane immediatamente allertò le forze dell’ordine. L’autopsia rivelò che Simonetta fu colpita da trentatré coltellate. Sotto le unghie vennero rilevate tracce di pelle e di un gruppo sanguigno diverse dal suo, il che sta a significare che Simonetta tentò di difendersi e graffiò il suo aggressore. L’arma del delitto fu probabilmente un lungo coltello. Il movente della rapina e dello stupro vennero scartati subito, poiché Simonetta aveva ancora addosso alcuni gioielli di valore e la biancheria intima, inoltre nella borsa vennero trovati dei soldi.
Inizialmente si sospettò di Mario Toso, la pista però venne abbandonata perché l’uomo non presentava nessun segno di colluttazione. Venne vagliata poi la pista di potenziali ammiratori ma non emerse nulla. Quel giorno l’ateneo era quasi deserto, inoltre alcuni operai stavano svolgendo dei lavori di ristrutturazione. Questo dettaglio permise agli inquirenti di collocare l’orario della morte di Simonetta tra le 11 e le 12, poiché in quell’ora gli operai stavano utilizzando il martello pneumatico e le urla della giovane sarebbero state coperte da quest’ultimo; infatti, dei presenti sul posto quella mattina nessuno avrebbe visto e sentito nulla. Il portiere dell’Ateneo dichiarò di aver notato un uomo in giacca e cravatta, che non sembrava essere uno studente, seduto su una panchina dell’università, ma l’uomo non venne mai identificato. La commessa della profumeria dove Simonetta si era recata la mattina, dichiarò di aver visto una Fiat bianca con una persona a bordo che sembrava aspettasse qualcuno fuori dal negozio, mentre Simonetta stava facendo i suoi acquisti. Tuttavia, la commessa non fu in grado di dire se la giovane salì sulla FIAT o meno.
Un’altra donna segnalò un ragazzo alto e robusto con un comportamento ambiguo che girava con un coltello nella borsa. Il ragazzo venne individuato, ma durante l’interrogatorio venne considerato un soggetto mentalmente instabile e venne ricoverato all’Ospedale Maggiore ed escluso dell’inchiesta. Le indagini ripresero nel 1994, quando al Prefetto di Milano arrivò una lettera in cui si parlava di un padre spirituale dell’università Cattolica che poco dopo luglio 1971 avrebbe molestato un’amica dell’anonimo scrivente. Tuttavia, il sacerdote non verrà mai individuato. Tra le piste che non sono state considerate c’è quella del serial killer. Infatti, tra il 1970 e il 1975 furono 11 le donne accoltellate e uccise a Milano.

Dott.ssa Elena Novelli

MOBBING: il lavoro non sempre rende liberi.

Il termine mobbing, che deriva dell’inglese “to mob” ovvero assalire, attaccare, venne utilizzato per la prima volta negli studi sul comportamento aggressivo degli animali. Ma se nel regno animale questi comportamenti vessatori sono ben visibili, il mobbing umano è meno percettibile e difficilmente si presenta con atti fisici sulla vittima. Attualmente il fenomeno del mobbing viene definito come una forma di pressione psicologica sul posto di lavoro, esercitata da parte dei colleghi o dei superiori attraverso comportamenti aggressivi e vessatori, attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo, per un periodo di almeno sei mesi, comportamenti lesivi della dignità personale e professionale di un lavoratore, e talmente gravi da poter sviluppare condizioni di malessere fisico e/o psichico nel lavoratore mobbizato, che in casi più estremi giunge a richiedere il licenziamento. La durata e la frequenza hanno un ruolo centrale per l’identificazione del mobbing. Alcuni autori, infatti, hanno fissato convenzionalmente a sei mesi di azioni vessatorie la soglia minima di tempo, per quanto riguarda la frequenza invece, almeno una volta a settimana. Ovviamente non si può classificare come mobbing ogni forma di conflitto sul posto di lavoro, per questo è fondamentale, per la comprensione del fenomeno, la distinzione tra mobbing vero e proprio ed azioni stressanti. Queste ultime sono eventi traumatizzanti ma sporadici, spesso dovuti a fattori caratteriali o situazionali. Mentre il mobbing, come vedremo, ha radici più profonde, è caratterizzato da un’azione sistematica, premeditata consciamente o inconsciamente ai danni di una vittima ben precisa, con l’intento di danneggiarla o allontanarla, a seguito di lotte di influenza e di potere.

Possiamo definire il mobbing come un processo che si sviluppa in maniera esponenziale, attraverso diverse fasi, in quanto come detto, non è un evento improvviso, ma prevede un perdurare delle azioni vessatorie nel tempo. Per questo sono state individuate numerose classificazioni di azioni negative utilizzate per far mobbing, una delle più utilizzate è la seguente, che prevede sei categorie: 1. misure organizzative 2. isolamento sociale 3. attacchi alla vita privata 4. violenza fisica 5. aggressione fisica 6. pettegolezzi. Un’altra classificazione da tenere in considerazione, perché tra le più complete ed esaurienti, è quella proposta da Leymann, che prevede 5 categorie: 1.attacchi ai rapporti umani tesi a limitare le espressioni della vittima 2. isolamento sistemico, ovvero strategie per escludere la vittima 3. cambiamenti delle mansioni lavorative, assegnandone di minore qualificazione 4. attacchi alla reputazione della vittima 5. Violenza o minacce di violenza. Inoltre sono due le modalità di misurazione del mobbing, la prima si basa sulla percezione di esposizione a comportamenti mobbizzanti e la seconda sulla percezione soggettiva. Nello specifico, gli strumenti di misurazione sono i seguenti: LIPT: strumento ideato da Leymann, prevede 45 componenti mobbizzanti suddivisi in 5 categorie: attacchi alla salute, alla persona, alla situazione professionale, alle relazioni sociali e alla reputazione; NAQ-R: strumento che prevede 17 comportamenti suddivisi in 2 categorie: vita privata e sfera lavorativa; inoltre esiste anche la versione breve S-NAQ costituita da 9 items; WHS: questo strumento, infine, prevede 24 comportamenti divisi in due aree: bullying razionale e manipolazione sociale.

Gli attori che prendono parte alle azioni di mobbing sono: il mobber, persona che mette in atto azioni vessatorie; il mobbizzato, persona che subisce azioni vessatorie; il terzo attore, che può essere: bystander, colleghi coscienti dell’azione e non fanno nulla per migliorare la situazione; side-mobber, colleghi che partecipano attivamente all’azione; whistleblower, colleghi che offrono supporto alla vittima.

In letteratura sono state individuate diverse tipologie di mobbing. –Mobbing dall’alto o verticale discendente: questa forma di mobbing viene definita “bossing”, caratterizzata da vessazioni esercitate da una persona in posizione gerarchica superiore, oppure quando è l’azienda a mettere in atto delle strategie persecutorie ed umilianti per costringere alcuni dipendenti a dimettersi, ovvero il tipico esempio dell’abuso di potere. In questa tipologia la vittima si sente paralizzata e senza possibilità di difesa perché il/la mobber è un nemico estremamente potente e più forte di lei. Tutto questo porta il lavoratore vittima a subire uno stato di incertezza e di continua allerta, oltre che a forte stress. –Mobbing dal basso o verticale ascendente: è meno diffuso rispetto al primo, riguarda vessazioni esercitate da un subordinato verso il superiore, le azioni sono di tipo relazionale e comunicativo. –Mobbing orizzontale o tra pari: gli attori coinvolti si trovano allo stesso livello e le vessazioni vengono esercitate e subite da pari, le azioni sono anche in questo caso di tipo relazionale e comunicativo. –Mobbing emotivo: nasce da un conflitto interpersonale non adeguatamente gestito, che degenera fino a diventare mobbing vero e proprio, caratterizzato da un elevato coinvolgimento emotivo da parte delle parti. –Mobbing predatorio: vi è l’assenza di un conflitto reale, la vittima con i suoi comportamenti non innesca comportamenti negativi, ma senza motivi apparenti, è la destinataria. –Mobbing strategico: azioni vessatorie attuate intenzionalmente e pianificate da parte dell’organizzazione con precisa intenzione. Altre tipologie di mobbing sono: quello individuale, dove il singolo è oggetto di vessazioni, e il collettivo, dove un gruppo di lavoratori è oggetto di vessazioni. Un’altra distinzione è il mobbing diretto, caratterizzato da azioni dirette verso la vittima, mentre nel mobbing indiretto, le azioni sono dirette alla sua famiglia e/o agli amici della vittima. Infine il mobbing si differenza tra leggero, caratterizzato da azioni subordinate e difficilmente identificabili, e pesante, con la presenza di azioni evidenti fino ad arrivare alla violenza fisica.

In base a studi statistici su casi di mobbing, risulta che gli uomini sono mobber più probabili verso vittime che sono indifferentemente di sesso maschile o femminile, tenendo presente il fattore che la maggior parte delle donne occupano posizioni lavorative gerarchicamente inferiori rispetto agli uomini. Inoltre le conseguenze individuali del mobbing vengono identificate in vari gradi di gravità: si hanno conseguenze sulla salute fisica, che vanno dagli sbalzi d’umore, problemi del sonno, a depressione, stress e idee suicidarie. Tali conseguenze si ripercuotono anche a livello lavorativo, in quanto si verifica un aumento di assenteismo e una diminuzione della soddisfazione lavorativa. Inoltre una frequente diagnosi è il disturbo post traumatico da stress, ovvero l’insieme di forte pressione psicologica che consegue un evento traumatico, o alternativamente il PTED. Quest’ultimo è simile al disturbo post traumatico ma è caratterizzato da senso di esasperazione provato dal mobbizzato assieme a sentimenti quali rabbia e tristezza, senso di impotenza e desiderio di vendetta. Il PTED anche se non ancora presente nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) è una diagnosi molto accreditata in ambito di mobbing.

Al di là della diagnosi, la sintomatologia nel mobbing segue tre fasi: la prima è rappresentata dalla capacità di affrontare e opporsi alla situazione, e la comparsa della patologia psicosomatica; la seconda decorre nel periodo che va dai 6 ai 24 mesi ed è caratterizzata dall’incapacità di opporsi e affrontare la situazione, e la manifestazione dei disturbi psicopatologici quali ansia e depressione; l’ultima fase va dai 24 mesi in poi, ed è caratterizzata dalla comparsa dei sintomi cronici, in questa fase si possono verificare anche aggressioni verso il mobber e in casi più gravi si verificano anche suicidi, dovuti ad un crollo morale ed interiore della vittima. Il mobber ha raggiunto il suo scopo, ossia l’eliminazione della vittima.

Un fenomeno simile ma distinto dal mobbing è lo straining, il termine significa “mettere sotto pressione”. Gli strainers possono essere esclusivamente: il datore di lavoro e i superiori gerarchici. Le azioni caratterizzanti di tale fenomeno sono spesso le stesse del mobbing, però sono prive di forte contenuto vessatorio o persecutorio, ma sono piuttosto orientate a discriminare, creando situazioni di stress forzato sul posto di lavoro. Infatti si può parlare di isolamento sistematico e di cambiamento di mansioni, con il ricorso all’assegnazione di mansioni prive di contenuto o irrilevanti, al confinamento di postazioni lavorative isolate e alla sottrazione degli strumenti di lavori.

In conclusione risulta significativo individuare interventi da attuare prima dell’insorgenza dei fenomeni di mobbing e straining, al fine sia di evitare o ridurre al minimo l’esposizione ai diversi fattori di rischio che possono favorire o innescare l’insorgenza degli stessi, sia per migliorare la qualità della vita lavorativa. Tali interventi potrebbero riguardare: -l’implementazione di diverse misure organizzative per il monitoraggio del sistema di gestione delle risorse umane nell’ambito lavorativo; -la creazione e il mantenimento di una buona qualità della leadership e dei sistemi di gestione, ed una buona gestione dei conflitti; -sensibilizzare ed informare i lavoratori sul fenomeno del mobbing, su come riconoscerlo e come contrastarlo; -interventi formativi volti al miglioramento delle modalità di gestione delle situazioni di mobbing e più in generale del personale all’interno degli ambienti di lavoro; -informare sul CIAM (Centro Italiano Anti Mobbing) e sulle istanze di ascolto come: sportello mobbing, sportello antimobbing, sportello ascolto, sportello assistenza e ascolto sul mobbing. Infine anche la Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha stabilito le indicazioni necessarie per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, individuando quali fattori devono essere tenuti in considerazione per svolgere la valutazione dei fenomeni finora oggetto di studio: gli eventi sentinella, quali assenze e infortuni; i fattori di contrasto, ovvero relazioni sul lavoro e sulla cultura organizzativa; ed i fattori di contenuto, quali il carico di lavoro e l’orario di lavoro.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Bibliografia • “Il mobbing. Il marketing sociale come strumento per combatterlo” di A. Ascenzi e G.L. Bergagio. • “Che cos’è il terrore psicologico sul luogo di lavoro” di H. Ege. • “Mobbing: vessazioni sul lavoro” di P.G. Monateri, M. Bona e U. Oliva. • “Mobbing” di H. Leymann

Testi consigliati: • “Mobbing, violenza psicologica sul posto di lavoro e altri mali” di A. Pedrazzi. • “Mobbing e straining. Cosa sono, come riconoscerli, come reagire, come tutelarsi” di B. Tronati.

Zooantropologia della devianza, tortura animale e serial killing.

“La crudeltà su animali è tirocinio di crudeltà verso gli uomini.”

                                                                                                                              Publio Ovidio Nasone

La crudeltà e violenza agita verso gli animali è sempre esistita. L’aggressività stessa, e in particolare “l’aggressività intraspecifica”, era considerata dal punto di vista etologico di Konrad Lorenz, un istinto animale adattivo innato. Tale istinto si manifesta già in tenera età a causa di alcune possibili matrici, rilevate da John Bowlby, quali la deprivazione materna, uno sviluppo carente della funzione riflessiva, strettamente connessa ad abusi e maltrattamenti, o un legame d’attaccamento di tipo insicuro. Bowlby già nel 1953, infatti, rilevava l’importanza di attenzionare la violenza dei bambini mossa nei confronti degli animali in quanto, sebbene non una caratteristica del tutto unitaria, rimane tratto molto comune di quelli che sono definiti “delinquenti non empatici”. Tali condotte possono essere dei fattori predittivi di pericolosità sociale nonché fattori prognostici di un disturbo di personalità e più in generale una situazione di tipo patogena legata a forme di violenza perpetrata nei confronti del minore, quali abusi fisici, psicologici e sessuali o ancora incuria e discuria. Ogni infante, mosso probabilmente da curiosità, spesso si trova a infastidire animali, la differenza sta nella frequenza, nel grado di violenza e aggressività, ma anche nella cronicità del gesto stesso che implica quindi un vero e proprio disturbo di condotta. L’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 1987, inserisce nel DSM-III (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) la crudeltà animale come sintomo caratteristico di quest’ultima. Agire in modo crudele nei confronti di animali di piccola taglia è quindi predizione di futuri atti di bullismo, atti di vandalismo, condotte antisociali e più in particolare violenza contro gli esseri umani sino all’omicidio, infatti, può indicare una fase anteriore legata proprio alla trasposizione della violenza su persone.

In questa prospettiva ci viene in soccorso la “zooantropologia della devianza”, una branca della zooantropologia. L’obiettivo è quello di studiare il maltrattamento animale, nonché promuovere una giurisdizione adeguata che punisca i soggetti in questione, ma anche quello di costruire e identificare il profilo comportamentale e criminale di colui che compie atroci gesti nei confronti degli animali. Dobbiamo fare riferimento, in particolare, ai profili “non empatici interattivi”, in cui l’animale diviene capro espiatorio di frustrazioni e perversioni, caratterizzati dagli stili Zoosadici, Zoofiliaci e dal Bestialismo. Con il termine Bestialismo s’intende il vero e proprio atto dell’accoppiamento con l’animale, mentre la Zoofilia intende la visione dell’animale come un partner sessuale. Il profilo Zoosadico, invece, è quello che caratterizza i comportamenti devianti e omicidiari nonché seriali degli assassini, di stalker e violenza intrafamiliare, trafficanti di droga, persone aggregate alle organizzazioni criminali e satanisti. Il comportamento della persona zoosadica implica sevizie, torture e uccisioni di animali dirette esclusivamente all’animale o dirette nei confronti  di una persona fisica che in quel momento è incarnata dalla figura dell’animale stesso, che l’individuo si trova innanzi. Lo Zoosadismo si manifesta già dall’età infantile ed è inserito all’interno delle parafilie dal punto di vista psicopatologico, spesso riconducibile a un disturbo della sfera sessuale, che da adulto si trasformerà in una modalità comportamentale atta a manifestare rabbia e aggressività spesso repressa. Dal primo atto di crudeltà ne consegue una forte escalation che induce sempre più vittime animali, sino agli umani. Tal escalation è seguita, secondo numerosi autori, da vandalismo, piromania, furti, violenza fisica e psicologica fino a rapimenti, violenza sessuale e domestica, assalti di spree killer o serial killer.

Il dibattito tra il rapporto su aggressività animale e violenza interpersonale e la stretta correlazione che ne consegue definita “LINK”, è stato fiorente, soprattutto negli anni ’60, momento in cui sempre più studi hanno approfondito il fenomeno, in particolare uno studio statunitense ha dimostrato che il 70% delle donne abusate all’interno delle pareti domestiche è stata minacciata dal proprio carnefice di uccidere l’animale appartenente alla donna, allo stesso modo, il 30% delle madri, aggredite dai propri figli sottolinea come la prole  abbia ferito o ucciso animali domestici e inoltre, il medesimo studio dimostra come il 50%  degli stupratori abbia commesso aberrazioni su animali durante il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e al contempo tra il 15% e il 50% di loro, prima di stuprare una donna, abbiano dapprima provato proprio sugli animali, inoltre, secondo un studio della North Eastern University e il Massachussets SPCA, chi maltratta animali ha una percentuale maggiore di commettere crimini pari al 5%. Nel 1966 Hellman e Blackman approfondiscono il dibattito verificando la correlazione tra crudeltà animale, piromania ed enuresi notturna, definita “triade omicida”, altresì conosciuta come “Triade Macdonald” teorizzata nel 1963 da John Macdonald. Sebbene questa sia considerata obsoleta e messa più volte in discussione in quanto definite caratteristiche non del tutto rilevanti per comprendere l’eziologia dell’assassino, riferisce molti importanti spunti di studio e riflessione. Il legame tra crudeltà animale e violenza umana è stato più volte approfondito anche dall’FBI che ha attivato dal 2016 un apposito database, NIBRS, dove sono contenuti e raccolti tutti i dati di chi effettivamente commette violenza sul genere animale questo perché, ha affermato John Thompson, vicedirettore della “National Sheriffs,” “se qualcuno sta facendo del male a un animale ci sono buone probabilità che stia facendo del male anche a un essere umano,”  infatti negli Stati Uniti sono state create delle sezioni speciali di polizia che si occupano proprio del fenomeno.

Nel nostro paese secondo la legge n.189 del 2004 art. 544 del c.p., chiunque cagioni lesioni nei riguardi di un animale è punibile con una multa da 3.000 a 15.000 euro, dal 2006 inoltre è stato creato un ufficio competente in materia dei reati ai danni di animali, che ha dato avvio nel marzo del 2007 al NIRDA, ovvero il “Nucleo Operativo per i reati in danno agli animali,” che svolge attività investigative multidisciplinari e altamente specializzate. Nel 2009 è nata “Link Italia”, che studia appunto i link all’interno del nostro paese, analizzando i dati e cercando di prevenire il fenomeno, anche attraverso un protocollo d’intesa con la polizia, dal quale è nata un’equipe che prova a delineare e studiare il “profilo Zooantropologico Comportamentale e Criminale del maltrattatore e/i Uccisore di Animali”. Nell’aprile 2016, Link Italia, inoltre ha effettuato una statistica retrospettiva all’interno delle carceri italiane su 537 detenuti, i risultati del campione hanno dimostrato come il 26% dichiara di aver assistito a maltrattamenti animali durante l’infanzia, il 45% dichiara di averli maltrattati o uccisi, sempre durante l’età infantile o adolescenziale. Una considerevole percentuale, pari al 37%, ha dichiarato di aver maltrattato e ucciso animali da minorenne per sfogare la propria rabbia o frustrazione derivata da difficili rapporti familiari o particolari condizioni, in cui il 16% ha parlato di un rapporto difficile con la madre. Gli animali maggiormente uccisi sono stati per il 43% gatti e cani, 9% lucertole, criceti e tartarughe e il 6% uccelli, conigli e galline. Le ferite procurate agli animali sono principalmente pestaggio a mani nude o con calci, ferite causate dal calore ( bruciature, acqua bollente ecc), con armi da taglio o schiacciamento, per il 6% si parla di abusi sessuali su animali. Per prevenire il fenomeno e soprattutto prevenire che la violenza venga poi diretta sugli umani Il “Crime Classification Manual” ha approfondito la vittimologia dell’animale, le condizioni ambientali e la scena del crimine, le armi e il numero di molestatori, nonché lo “Staging” ossia l’alterazione della scena del crimine. Infine, è possibile classificare il maltrattamento animale in base al movente ossia, un movente di tipo personale, a sfondo sessuale, a causa dell’appartenenza a un gruppo o di tipo criminale quale intimidatorio. A tal proposito spesso molti bambini sono iniziati all’uccisione animale da parte della criminalità organizzata prima di farli procedere su obiettivi umani, questa è quella che viene definita “pedagogia nera.”

E’ bene ricordare che spesso la condotta criminale contro gli animali non termina con l’età adulta, così com’è doveroso sottolineare quanto sia importante la risposta ambientale nei confronti dei soggetti coinvolti, spesso infatti tale condotta può essere precocemente contenuta e trattata se l’accaduto non verrà banalizzato e ridicolizzato, bensì riconosciuto dall’ambiente circostante, infatti l’ambiente stesso può fungere da fattore di protezione così come al contempo, come abbiamo potuto appurare, fattore di distruzione.

“I serial killer sono bambini a cui non è mai stato insegnato che è sbagliato cavare gli occhi a un animale” Robert K. Ressler.

Dott.ssa Angela M. Grano

Riferimenti: