Warren Jeffs: il Profeta pedofilo di una setta poligama

Warren Steed Jeffs è stato il leader della chiesa poligama conosciuta come “Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni”, (FLDS Church) una setta integralista nata in una cittadina vicino a Eldorado, al confine dello Utah, che contava quasi 10.000 membri. In qualità di leader di tale setta, Jeffs veniva considerato al pari di una vera e propria divinità, come colui che interpretava la volontà del Signore e la attuava in terra. Si ritiene che fino al momento del suo arresto, avvenuto nel 2006, abbia sposato almeno 78 donne, 24 delle quali minorenni. Jeffs nacque nel 1955 a Sacramento, California, in una comunità di mormoni fondamentalisti. Figlio dell’allora leader della Chiesa Rulon Jeffs e di una della sue mogli, (il numero preciso non fu mai attestato con certezza, le cifre oscillano tra le 20 e le 75 donne) fin da subito venne considerato come “il prescelto”, come colui che avrebbe portato avanti l’eredità del padre, molto amato e stimato nella comunità. Sin da bambino, Jeffs, consapevole del ruolo che avrebbe ricoperto alla morte del padre e in parte spalleggiato da quest’ultimo, che lo prediligeva tra i suoi circa 60 figli, divenne presto arrogante, presuntuoso ed egocentrico, manifestando anche atteggiamenti violenti nei confronti dei numerosi fratelli. All’età di soli 18 anni, a Jeffs fu affidato il suo primo incarico nella società, diventando il preside della “Alta Accademy”, scuola privata della Chiesa FLDS. Anche in queste vesti, inebriato dal potere, non mancò di abusarne, introducendo severissime regole di condotta e di abbigliamento per gli studenti e impartendo dure punizioni a chiunque le trasgredisse. Il secondo incarico affidato a Jeffs fu quello di consigliere del leader della Chiesa, ruolo che lo preparò a succedere al padre al momento della morte, sopraggiunta nel 2002; Jeffs prese quindi il suo posto a capo della comunità, diventando “Presidente e Profeta, Veggente e Rivelatore” della Chiesa FLDS. Le uniche parole pronunciate da Jeffs alla morte del padre furono “non dirò molto, ma dirò questo: giù le mani dalle mogli di mio padre!” ed effettivamente la prima cosa che fece in qualità di leader fu quella di sposare tutte le mogli del padre, ad eccezione di due donne, delle quali una abbandonò la setta, mentre all’altra fu proibito di risposarsi. Una volta entrato in carica, Jeffs era l’unico ad avere l’autorità per celebrare matrimoni, il solo a decidere chi potesse sposarsi e chi no, ad avere il potere di assegnare una o più mogli a un uomo. Egli aveva anche la facoltà di decidere chi espellere dalla comunità perché ritenuto indegno o colpevole di atti contrari alle già rigidissime norme in vigore e da lui inasprite nel corso del suo mandato; ciò comportava che le mogli e i figli degli espulsi fossero riassegnati in base alla volontà del profeta ad altro uomo senza che fosse necessario il loro consenso. In realtà, sotto a quella che sembrava l’ennesima comunità mormone fondamentalista d’America, si nascondeva un oscuro e macabro segreto. Con la scusa di guidare e regolare le vite di milioni di fedeli, Jeffs usò il suo potere e la sua stessa comunità per nascondere quella che in realtà era a tutti gli effetti una setta, le cui basi poggiavano sullo strapotere riservato al profeta, ma anche e soprattutto sul matrimonio plurimo. Jeffs riuscì a  convincere i propri seguaci che l’unica via per l’aldilà fosse quella di convolare a nozze con almeno 3 mogli; secondo la dottrina della Chiesa FLDS infatti, più un uomo aveva mogli, più era vicino all’ingresso in paradiso. Per più di 20 anni Jeffs sfruttò tali credenze per deviare la volontà della propria comunità, traviandola e usandola a proprio vantaggio per giustificare il matrimonio minorile, l’abuso su minori e la separazione forzata di questi ultimi dalle famiglie. Alterando la parola di Dio, riuscì a manipolare le menti di coloro che si fidavano di lui, a soggiogare l’intera comunità, spingendola a identificarsi ciecamente in lui, nelle sue regole e ad isolarsi sempre più dal mondo esterno. Strumento prezioso in tal senso fu indubbiamente il divieto assoluto di utilizzo dell’internet imposto da Jeffs, che gli consentì di ottenere il pieno controllo sulla Chiesa FLDS e sulla sua gente, ormai totalmente asservita al proprio leader. Tuttavia, una tale realtà, costellata da orrori e abusi, non rimase a lungo all’oscuro delle Autorità: le accuse divennero ufficiali quando nel luglio del 2004 il nipote dell’uomo, Brent Jeffs, accusò lo zio e altri membri della Chiesa FLDS di ripetuti stupri, avvenuti a partire da quando Il ragazzo aveva solamente 5 anni. Di lì a poco, dopo una serie di abbandoni della Chiesa da parte di molti ex membri, iniziarono ad emergere sempre più dettagli, svelati da coloro che scelsero di denunciare quanto stava ancora accadendo all’interno della setta guidata da Jeffs. Il 5 aprile 2006, a seguito di ulteriori accuse di stupro e di matrimoni tra adulti e minori, fu emesso un mandato di arresto per Warren Jeffs, che nel giro di un mese fu inserito dall’FBI nella lista dei 10 fuggitivi più ricercati d’America, per cui si arrivò ad offrire una ricompensa di 100.000$. Il 28 agosto 2006 Jeffs venne fermato per un banale controllo di routine sulla interstatale 15, nella contea di Clark, Nevada e successivamente arrestato. A bordo dell’auto, su cui viaggiava in compagnia del fratello e di una delle sue mogli, vennero rinvenuti 4 computer, 16 telefoni, diversi travestimenti, 3 parrucche, 12 paia di occhiali da sole e più di 55.000$ in contanti. Al processo i capi d’accusa furono molteplici: 80 matrimoni illegali, tra cui 24 matrimoni con minori, celebrazione di 67 matrimoni di minori, celebrazione di 500 matrimoni bigami tra il 1980 e il 2006, 60 casi di rottura di matrimoni e di riassegnazione delle mogli, espulsione dei giovani per cattiva condotta dalla comunità, elusione dell’applicazione della legge. Il 9 agosto 2011, dopo diverse problematiche di natura formale che prolungarono ulteriormente un processo già di per sé molto complesso, Jeffs fu condannato all’ergastolo perché ritenuto colpevole di due accuse di violenza sessuale su minore. Durante i suoi anni di prigionia, Jeffs crollò e interrogato dagli agenti in una registrazione audio ammise di aver soggiogato e abbindolato la sua comunità per i propri scopi riprovevoli, dichiarazioni che però rinnegò poco dopo. Si ritiene che Warren Jeffs stia tuttora impartendo ordini dal carcere ai suoi fedelissimi per mezzo del fratello Lyle; per mandare avanti la setta, sembrerebbe che l’uomo abbia personalmente nominato 15 “portatori di seme” a cui ha affidato il compito di tramandare il DNA migliore, al fine di garantire la sopravvivenza delle Chiesa FLDS, che continua tuttora a prosperare nonostante tutto.

Dott.ssa Francesca Nola

Il delitto della Cattolica

Simonetta Ferrero nacque il 2 aprile 1945 a Serravalle Sesia. Simonetta proveniva da una famiglia cattolica e benestante e viveva con i genitori a Milano. Si laureò nel 1969 in Scienze Politiche all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, un anno dopo iniziò a lavorare come responsabile della selezione del personale per la Montedison. La vita di Simonetta era una vita tranquilla, non aveva relazioni e nel tempo libero si dedicava al volontariato nella Croce Rossa.
Il 24 luglio 1971, in vista delle ferie che avrebbe dovuto trascorrere con la famiglia in Corsica, Simonetta uscì di casa per svolgere le ultime commissioni. Si recò prima in una tappezzeria di Corso Vercelli, poi andò ad acquistare un dizionario a Corso Magenta e alcuni articoli di profumeria in via Carducci. Infine, andò all’Università Cattolica del Sacro Cuore, probabilmente per procurare ad un’amica alcuni opuscoli che le quest’ultima aveva chiesto. Quel giorno Simonetta non tornò a casa, la famiglia allertò la polizia ma passarono due giorni prima del ritrovamento del cadavere.
A trovare il copro il 26 luglio fu Mario Toso, seminarista e studente di filosofia dell’ateneo. Dopo essere andato a messa, il seminarista sentì provenire dal bagno delle donne un forte scrosciare d’acqua e così decise di entrare. Nel bagno trovò a terra disteso sul fianco destro, con il vestito sollevato sulle cosce e le braccia aperte il corpo di Simonetta. Inoltre, vide sangue ovunque, sul lavandino, sulla parete, sul pavimento e sulla maniglia della porta. Il giovane immediatamente allertò le forze dell’ordine. L’autopsia rivelò che Simonetta fu colpita da trentatré coltellate. Sotto le unghie vennero rilevate tracce di pelle e di un gruppo sanguigno diverse dal suo, il che sta a significare che Simonetta tentò di difendersi e graffiò il suo aggressore. L’arma del delitto fu probabilmente un lungo coltello. Il movente della rapina e dello stupro vennero scartati subito, poiché Simonetta aveva ancora addosso alcuni gioielli di valore e la biancheria intima, inoltre nella borsa vennero trovati dei soldi.
Inizialmente si sospettò di Mario Toso, la pista però venne abbandonata perché l’uomo non presentava nessun segno di colluttazione. Venne vagliata poi la pista di potenziali ammiratori ma non emerse nulla. Quel giorno l’ateneo era quasi deserto, inoltre alcuni operai stavano svolgendo dei lavori di ristrutturazione. Questo dettaglio permise agli inquirenti di collocare l’orario della morte di Simonetta tra le 11 e le 12, poiché in quell’ora gli operai stavano utilizzando il martello pneumatico e le urla della giovane sarebbero state coperte da quest’ultimo; infatti, dei presenti sul posto quella mattina nessuno avrebbe visto e sentito nulla. Il portiere dell’Ateneo dichiarò di aver notato un uomo in giacca e cravatta, che non sembrava essere uno studente, seduto su una panchina dell’università, ma l’uomo non venne mai identificato. La commessa della profumeria dove Simonetta si era recata la mattina, dichiarò di aver visto una Fiat bianca con una persona a bordo che sembrava aspettasse qualcuno fuori dal negozio, mentre Simonetta stava facendo i suoi acquisti. Tuttavia, la commessa non fu in grado di dire se la giovane salì sulla FIAT o meno.
Un’altra donna segnalò un ragazzo alto e robusto con un comportamento ambiguo che girava con un coltello nella borsa. Il ragazzo venne individuato, ma durante l’interrogatorio venne considerato un soggetto mentalmente instabile e venne ricoverato all’Ospedale Maggiore ed escluso dell’inchiesta. Le indagini ripresero nel 1994, quando al Prefetto di Milano arrivò una lettera in cui si parlava di un padre spirituale dell’università Cattolica che poco dopo luglio 1971 avrebbe molestato un’amica dell’anonimo scrivente. Tuttavia, il sacerdote non verrà mai individuato. Tra le piste che non sono state considerate c’è quella del serial killer. Infatti, tra il 1970 e il 1975 furono 11 le donne accoltellate e uccise a Milano.

Dott.ssa Elena Novelli

MOBBING: il lavoro non sempre rende liberi.

Il termine mobbing, che deriva dell’inglese “to mob” ovvero assalire, attaccare, venne utilizzato per la prima volta negli studi sul comportamento aggressivo degli animali. Ma se nel regno animale questi comportamenti vessatori sono ben visibili, il mobbing umano è meno percettibile e difficilmente si presenta con atti fisici sulla vittima. Attualmente il fenomeno del mobbing viene definito come una forma di pressione psicologica sul posto di lavoro, esercitata da parte dei colleghi o dei superiori attraverso comportamenti aggressivi e vessatori, attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo, per un periodo di almeno sei mesi, comportamenti lesivi della dignità personale e professionale di un lavoratore, e talmente gravi da poter sviluppare condizioni di malessere fisico e/o psichico nel lavoratore mobbizato, che in casi più estremi giunge a richiedere il licenziamento. La durata e la frequenza hanno un ruolo centrale per l’identificazione del mobbing. Alcuni autori, infatti, hanno fissato convenzionalmente a sei mesi di azioni vessatorie la soglia minima di tempo, per quanto riguarda la frequenza invece, almeno una volta a settimana. Ovviamente non si può classificare come mobbing ogni forma di conflitto sul posto di lavoro, per questo è fondamentale, per la comprensione del fenomeno, la distinzione tra mobbing vero e proprio ed azioni stressanti. Queste ultime sono eventi traumatizzanti ma sporadici, spesso dovuti a fattori caratteriali o situazionali. Mentre il mobbing, come vedremo, ha radici più profonde, è caratterizzato da un’azione sistematica, premeditata consciamente o inconsciamente ai danni di una vittima ben precisa, con l’intento di danneggiarla o allontanarla, a seguito di lotte di influenza e di potere.

Possiamo definire il mobbing come un processo che si sviluppa in maniera esponenziale, attraverso diverse fasi, in quanto come detto, non è un evento improvviso, ma prevede un perdurare delle azioni vessatorie nel tempo. Per questo sono state individuate numerose classificazioni di azioni negative utilizzate per far mobbing, una delle più utilizzate è la seguente, che prevede sei categorie: 1. misure organizzative 2. isolamento sociale 3. attacchi alla vita privata 4. violenza fisica 5. aggressione fisica 6. pettegolezzi. Un’altra classificazione da tenere in considerazione, perché tra le più complete ed esaurienti, è quella proposta da Leymann, che prevede 5 categorie: 1.attacchi ai rapporti umani tesi a limitare le espressioni della vittima 2. isolamento sistemico, ovvero strategie per escludere la vittima 3. cambiamenti delle mansioni lavorative, assegnandone di minore qualificazione 4. attacchi alla reputazione della vittima 5. Violenza o minacce di violenza. Inoltre sono due le modalità di misurazione del mobbing, la prima si basa sulla percezione di esposizione a comportamenti mobbizzanti e la seconda sulla percezione soggettiva. Nello specifico, gli strumenti di misurazione sono i seguenti: LIPT: strumento ideato da Leymann, prevede 45 componenti mobbizzanti suddivisi in 5 categorie: attacchi alla salute, alla persona, alla situazione professionale, alle relazioni sociali e alla reputazione; NAQ-R: strumento che prevede 17 comportamenti suddivisi in 2 categorie: vita privata e sfera lavorativa; inoltre esiste anche la versione breve S-NAQ costituita da 9 items; WHS: questo strumento, infine, prevede 24 comportamenti divisi in due aree: bullying razionale e manipolazione sociale.

Gli attori che prendono parte alle azioni di mobbing sono: il mobber, persona che mette in atto azioni vessatorie; il mobbizzato, persona che subisce azioni vessatorie; il terzo attore, che può essere: bystander, colleghi coscienti dell’azione e non fanno nulla per migliorare la situazione; side-mobber, colleghi che partecipano attivamente all’azione; whistleblower, colleghi che offrono supporto alla vittima.

In letteratura sono state individuate diverse tipologie di mobbing. –Mobbing dall’alto o verticale discendente: questa forma di mobbing viene definita “bossing”, caratterizzata da vessazioni esercitate da una persona in posizione gerarchica superiore, oppure quando è l’azienda a mettere in atto delle strategie persecutorie ed umilianti per costringere alcuni dipendenti a dimettersi, ovvero il tipico esempio dell’abuso di potere. In questa tipologia la vittima si sente paralizzata e senza possibilità di difesa perché il/la mobber è un nemico estremamente potente e più forte di lei. Tutto questo porta il lavoratore vittima a subire uno stato di incertezza e di continua allerta, oltre che a forte stress. –Mobbing dal basso o verticale ascendente: è meno diffuso rispetto al primo, riguarda vessazioni esercitate da un subordinato verso il superiore, le azioni sono di tipo relazionale e comunicativo. –Mobbing orizzontale o tra pari: gli attori coinvolti si trovano allo stesso livello e le vessazioni vengono esercitate e subite da pari, le azioni sono anche in questo caso di tipo relazionale e comunicativo. –Mobbing emotivo: nasce da un conflitto interpersonale non adeguatamente gestito, che degenera fino a diventare mobbing vero e proprio, caratterizzato da un elevato coinvolgimento emotivo da parte delle parti. –Mobbing predatorio: vi è l’assenza di un conflitto reale, la vittima con i suoi comportamenti non innesca comportamenti negativi, ma senza motivi apparenti, è la destinataria. –Mobbing strategico: azioni vessatorie attuate intenzionalmente e pianificate da parte dell’organizzazione con precisa intenzione. Altre tipologie di mobbing sono: quello individuale, dove il singolo è oggetto di vessazioni, e il collettivo, dove un gruppo di lavoratori è oggetto di vessazioni. Un’altra distinzione è il mobbing diretto, caratterizzato da azioni dirette verso la vittima, mentre nel mobbing indiretto, le azioni sono dirette alla sua famiglia e/o agli amici della vittima. Infine il mobbing si differenza tra leggero, caratterizzato da azioni subordinate e difficilmente identificabili, e pesante, con la presenza di azioni evidenti fino ad arrivare alla violenza fisica.

In base a studi statistici su casi di mobbing, risulta che gli uomini sono mobber più probabili verso vittime che sono indifferentemente di sesso maschile o femminile, tenendo presente il fattore che la maggior parte delle donne occupano posizioni lavorative gerarchicamente inferiori rispetto agli uomini. Inoltre le conseguenze individuali del mobbing vengono identificate in vari gradi di gravità: si hanno conseguenze sulla salute fisica, che vanno dagli sbalzi d’umore, problemi del sonno, a depressione, stress e idee suicidarie. Tali conseguenze si ripercuotono anche a livello lavorativo, in quanto si verifica un aumento di assenteismo e una diminuzione della soddisfazione lavorativa. Inoltre una frequente diagnosi è il disturbo post traumatico da stress, ovvero l’insieme di forte pressione psicologica che consegue un evento traumatico, o alternativamente il PTED. Quest’ultimo è simile al disturbo post traumatico ma è caratterizzato da senso di esasperazione provato dal mobbizzato assieme a sentimenti quali rabbia e tristezza, senso di impotenza e desiderio di vendetta. Il PTED anche se non ancora presente nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) è una diagnosi molto accreditata in ambito di mobbing.

Al di là della diagnosi, la sintomatologia nel mobbing segue tre fasi: la prima è rappresentata dalla capacità di affrontare e opporsi alla situazione, e la comparsa della patologia psicosomatica; la seconda decorre nel periodo che va dai 6 ai 24 mesi ed è caratterizzata dall’incapacità di opporsi e affrontare la situazione, e la manifestazione dei disturbi psicopatologici quali ansia e depressione; l’ultima fase va dai 24 mesi in poi, ed è caratterizzata dalla comparsa dei sintomi cronici, in questa fase si possono verificare anche aggressioni verso il mobber e in casi più gravi si verificano anche suicidi, dovuti ad un crollo morale ed interiore della vittima. Il mobber ha raggiunto il suo scopo, ossia l’eliminazione della vittima.

Un fenomeno simile ma distinto dal mobbing è lo straining, il termine significa “mettere sotto pressione”. Gli strainers possono essere esclusivamente: il datore di lavoro e i superiori gerarchici. Le azioni caratterizzanti di tale fenomeno sono spesso le stesse del mobbing, però sono prive di forte contenuto vessatorio o persecutorio, ma sono piuttosto orientate a discriminare, creando situazioni di stress forzato sul posto di lavoro. Infatti si può parlare di isolamento sistematico e di cambiamento di mansioni, con il ricorso all’assegnazione di mansioni prive di contenuto o irrilevanti, al confinamento di postazioni lavorative isolate e alla sottrazione degli strumenti di lavori.

In conclusione risulta significativo individuare interventi da attuare prima dell’insorgenza dei fenomeni di mobbing e straining, al fine sia di evitare o ridurre al minimo l’esposizione ai diversi fattori di rischio che possono favorire o innescare l’insorgenza degli stessi, sia per migliorare la qualità della vita lavorativa. Tali interventi potrebbero riguardare: -l’implementazione di diverse misure organizzative per il monitoraggio del sistema di gestione delle risorse umane nell’ambito lavorativo; -la creazione e il mantenimento di una buona qualità della leadership e dei sistemi di gestione, ed una buona gestione dei conflitti; -sensibilizzare ed informare i lavoratori sul fenomeno del mobbing, su come riconoscerlo e come contrastarlo; -interventi formativi volti al miglioramento delle modalità di gestione delle situazioni di mobbing e più in generale del personale all’interno degli ambienti di lavoro; -informare sul CIAM (Centro Italiano Anti Mobbing) e sulle istanze di ascolto come: sportello mobbing, sportello antimobbing, sportello ascolto, sportello assistenza e ascolto sul mobbing. Infine anche la Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha stabilito le indicazioni necessarie per la valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, individuando quali fattori devono essere tenuti in considerazione per svolgere la valutazione dei fenomeni finora oggetto di studio: gli eventi sentinella, quali assenze e infortuni; i fattori di contrasto, ovvero relazioni sul lavoro e sulla cultura organizzativa; ed i fattori di contenuto, quali il carico di lavoro e l’orario di lavoro.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Bibliografia • “Il mobbing. Il marketing sociale come strumento per combatterlo” di A. Ascenzi e G.L. Bergagio. • “Che cos’è il terrore psicologico sul luogo di lavoro” di H. Ege. • “Mobbing: vessazioni sul lavoro” di P.G. Monateri, M. Bona e U. Oliva. • “Mobbing” di H. Leymann

Testi consigliati: • “Mobbing, violenza psicologica sul posto di lavoro e altri mali” di A. Pedrazzi. • “Mobbing e straining. Cosa sono, come riconoscerli, come reagire, come tutelarsi” di B. Tronati.

Zooantropologia della devianza, tortura animale e serial killing.

“La crudeltà su animali è tirocinio di crudeltà verso gli uomini.”

                                                                                                                              Publio Ovidio Nasone

La crudeltà e violenza agita verso gli animali è sempre esistita. L’aggressività stessa, e in particolare “l’aggressività intraspecifica”, era considerata dal punto di vista etologico di Konrad Lorenz, un istinto animale adattivo innato. Tale istinto si manifesta già in tenera età a causa di alcune possibili matrici, rilevate da John Bowlby, quali la deprivazione materna, uno sviluppo carente della funzione riflessiva, strettamente connessa ad abusi e maltrattamenti, o un legame d’attaccamento di tipo insicuro. Bowlby già nel 1953, infatti, rilevava l’importanza di attenzionare la violenza dei bambini mossa nei confronti degli animali in quanto, sebbene non una caratteristica del tutto unitaria, rimane tratto molto comune di quelli che sono definiti “delinquenti non empatici”. Tali condotte possono essere dei fattori predittivi di pericolosità sociale nonché fattori prognostici di un disturbo di personalità e più in generale una situazione di tipo patogena legata a forme di violenza perpetrata nei confronti del minore, quali abusi fisici, psicologici e sessuali o ancora incuria e discuria. Ogni infante, mosso probabilmente da curiosità, spesso si trova a infastidire animali, la differenza sta nella frequenza, nel grado di violenza e aggressività, ma anche nella cronicità del gesto stesso che implica quindi un vero e proprio disturbo di condotta. L’OMS ( Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 1987, inserisce nel DSM-III (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) la crudeltà animale come sintomo caratteristico di quest’ultima. Agire in modo crudele nei confronti di animali di piccola taglia è quindi predizione di futuri atti di bullismo, atti di vandalismo, condotte antisociali e più in particolare violenza contro gli esseri umani sino all’omicidio, infatti, può indicare una fase anteriore legata proprio alla trasposizione della violenza su persone.

In questa prospettiva ci viene in soccorso la “zooantropologia della devianza”, una branca della zooantropologia. L’obiettivo è quello di studiare il maltrattamento animale, nonché promuovere una giurisdizione adeguata che punisca i soggetti in questione, ma anche quello di costruire e identificare il profilo comportamentale e criminale di colui che compie atroci gesti nei confronti degli animali. Dobbiamo fare riferimento, in particolare, ai profili “non empatici interattivi”, in cui l’animale diviene capro espiatorio di frustrazioni e perversioni, caratterizzati dagli stili Zoosadici, Zoofiliaci e dal Bestialismo. Con il termine Bestialismo s’intende il vero e proprio atto dell’accoppiamento con l’animale, mentre la Zoofilia intende la visione dell’animale come un partner sessuale. Il profilo Zoosadico, invece, è quello che caratterizza i comportamenti devianti e omicidiari nonché seriali degli assassini, di stalker e violenza intrafamiliare, trafficanti di droga, persone aggregate alle organizzazioni criminali e satanisti. Il comportamento della persona zoosadica implica sevizie, torture e uccisioni di animali dirette esclusivamente all’animale o dirette nei confronti  di una persona fisica che in quel momento è incarnata dalla figura dell’animale stesso, che l’individuo si trova innanzi. Lo Zoosadismo si manifesta già dall’età infantile ed è inserito all’interno delle parafilie dal punto di vista psicopatologico, spesso riconducibile a un disturbo della sfera sessuale, che da adulto si trasformerà in una modalità comportamentale atta a manifestare rabbia e aggressività spesso repressa. Dal primo atto di crudeltà ne consegue una forte escalation che induce sempre più vittime animali, sino agli umani. Tal escalation è seguita, secondo numerosi autori, da vandalismo, piromania, furti, violenza fisica e psicologica fino a rapimenti, violenza sessuale e domestica, assalti di spree killer o serial killer.

Il dibattito tra il rapporto su aggressività animale e violenza interpersonale e la stretta correlazione che ne consegue definita “LINK”, è stato fiorente, soprattutto negli anni ’60, momento in cui sempre più studi hanno approfondito il fenomeno, in particolare uno studio statunitense ha dimostrato che il 70% delle donne abusate all’interno delle pareti domestiche è stata minacciata dal proprio carnefice di uccidere l’animale appartenente alla donna, allo stesso modo, il 30% delle madri, aggredite dai propri figli sottolinea come la prole  abbia ferito o ucciso animali domestici e inoltre, il medesimo studio dimostra come il 50%  degli stupratori abbia commesso aberrazioni su animali durante il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e al contempo tra il 15% e il 50% di loro, prima di stuprare una donna, abbiano dapprima provato proprio sugli animali, inoltre, secondo un studio della North Eastern University e il Massachussets SPCA, chi maltratta animali ha una percentuale maggiore di commettere crimini pari al 5%. Nel 1966 Hellman e Blackman approfondiscono il dibattito verificando la correlazione tra crudeltà animale, piromania ed enuresi notturna, definita “triade omicida”, altresì conosciuta come “Triade Macdonald” teorizzata nel 1963 da John Macdonald. Sebbene questa sia considerata obsoleta e messa più volte in discussione in quanto definite caratteristiche non del tutto rilevanti per comprendere l’eziologia dell’assassino, riferisce molti importanti spunti di studio e riflessione. Il legame tra crudeltà animale e violenza umana è stato più volte approfondito anche dall’FBI che ha attivato dal 2016 un apposito database, NIBRS, dove sono contenuti e raccolti tutti i dati di chi effettivamente commette violenza sul genere animale questo perché, ha affermato John Thompson, vicedirettore della “National Sheriffs,” “se qualcuno sta facendo del male a un animale ci sono buone probabilità che stia facendo del male anche a un essere umano,”  infatti negli Stati Uniti sono state create delle sezioni speciali di polizia che si occupano proprio del fenomeno.

Nel nostro paese secondo la legge n.189 del 2004 art. 544 del c.p., chiunque cagioni lesioni nei riguardi di un animale è punibile con una multa da 3.000 a 15.000 euro, dal 2006 inoltre è stato creato un ufficio competente in materia dei reati ai danni di animali, che ha dato avvio nel marzo del 2007 al NIRDA, ovvero il “Nucleo Operativo per i reati in danno agli animali,” che svolge attività investigative multidisciplinari e altamente specializzate. Nel 2009 è nata “Link Italia”, che studia appunto i link all’interno del nostro paese, analizzando i dati e cercando di prevenire il fenomeno, anche attraverso un protocollo d’intesa con la polizia, dal quale è nata un’equipe che prova a delineare e studiare il “profilo Zooantropologico Comportamentale e Criminale del maltrattatore e/i Uccisore di Animali”. Nell’aprile 2016, Link Italia, inoltre ha effettuato una statistica retrospettiva all’interno delle carceri italiane su 537 detenuti, i risultati del campione hanno dimostrato come il 26% dichiara di aver assistito a maltrattamenti animali durante l’infanzia, il 45% dichiara di averli maltrattati o uccisi, sempre durante l’età infantile o adolescenziale. Una considerevole percentuale, pari al 37%, ha dichiarato di aver maltrattato e ucciso animali da minorenne per sfogare la propria rabbia o frustrazione derivata da difficili rapporti familiari o particolari condizioni, in cui il 16% ha parlato di un rapporto difficile con la madre. Gli animali maggiormente uccisi sono stati per il 43% gatti e cani, 9% lucertole, criceti e tartarughe e il 6% uccelli, conigli e galline. Le ferite procurate agli animali sono principalmente pestaggio a mani nude o con calci, ferite causate dal calore ( bruciature, acqua bollente ecc), con armi da taglio o schiacciamento, per il 6% si parla di abusi sessuali su animali. Per prevenire il fenomeno e soprattutto prevenire che la violenza venga poi diretta sugli umani Il “Crime Classification Manual” ha approfondito la vittimologia dell’animale, le condizioni ambientali e la scena del crimine, le armi e il numero di molestatori, nonché lo “Staging” ossia l’alterazione della scena del crimine. Infine, è possibile classificare il maltrattamento animale in base al movente ossia, un movente di tipo personale, a sfondo sessuale, a causa dell’appartenenza a un gruppo o di tipo criminale quale intimidatorio. A tal proposito spesso molti bambini sono iniziati all’uccisione animale da parte della criminalità organizzata prima di farli procedere su obiettivi umani, questa è quella che viene definita “pedagogia nera.”

E’ bene ricordare che spesso la condotta criminale contro gli animali non termina con l’età adulta, così com’è doveroso sottolineare quanto sia importante la risposta ambientale nei confronti dei soggetti coinvolti, spesso infatti tale condotta può essere precocemente contenuta e trattata se l’accaduto non verrà banalizzato e ridicolizzato, bensì riconosciuto dall’ambiente circostante, infatti l’ambiente stesso può fungere da fattore di protezione così come al contempo, come abbiamo potuto appurare, fattore di distruzione.

“I serial killer sono bambini a cui non è mai stato insegnato che è sbagliato cavare gli occhi a un animale” Robert K. Ressler.

Dott.ssa Angela M. Grano

Riferimenti:

David Berkowitz. “Il figlio di Sam” o “il killer della calibro 44”. La storia della più grande caccia all’uomo nella città di New York

Conosciuto con gli appellativi “figlio di Sam” e “killer della calibro 44”, David Richard Berkowitz è un serial killer statunitense che tra il 1976 e il 1977 terrorizzò la città di New York, uccidendo 6 persone e ferendone molte altre. La storia della sua cattura assunse una rilevanza mediatica incredibile poiché si diede vita alla più grande caccia all’uomo nella storia della metropoli americana. L’infanzia di David fu molto dura e travagliata: abbandonato alla nascita dalla madre biologica, venne dato in adozione a Nathan e Peael Berkowitz, una coppia del Bronx che non poteva avere figli. Crescendo divenne un bambino solitario, con tendenze piromani e violente. In un’intervista descrisse la sua infanzia come “completamente fuori controllo”; disse che alcune volte gli capitava di sfogare la sua rabbia con atteggiamenti violenti – verso gli altri e verso se stesso – distruggendo tutto ciò che gli capitasse a tiro, altre volte invece si chiudeva per ore da solo in una stanza al buio. Con la pubertà, il giovane David iniziò a sviluppare interesse verso le coetanee, interesse che spesso però non veniva ricambiato, il che fece nascere in lui un forte senso di rabbia. Nel 1967 la madre adottiva morì di tumore al seno; la cosa lo sconvolse a tal punto da fargli credere che il tragico evento facesse parte di un piano divino per distruggerlo. Nel 1971 il padre adottivo, convolato a nozze con un’altra donna, si trasferì in Florida, lasciando solo il figlio che, al termine degli studi, ritrovatosi senza particolari prospettive per il futuro, scelse di arruolarsi nell’esercito, dove divenne un tiratore eccellente. Nel 1974, dopo aver lasciato l’esercito, David si ritrovò di nuovo ad essere solo e pieno di rabbia verso il sesso femminile che continuava a rifiutarlo; si dice infatti che l’unico rapporto sessuale completo di David fu con una prostituita coreana che, tra le altre cose, gli trasmise anche una malattia venerea. Fu in questo momento che decise di rintracciare la sua madre naturale; tuttavia, una volta incontratisi, divenne furioso nell’apprendere di essere il frutto di una relazione extraconiugale, di essere stato probabilmente concepito sul sedile posteriore di un’auto e interruppe i rapporti con la famiglia biologica. Nel 1975 si avvicinò al mondo del satanismo e dell’occultismo. Anni dopo, confessò agli psichiatri che lo avevano in cura che fu proprio in quel momento che crebbe in lui la smania di uccidere; disse che si sentiva posseduto da delle forze demoniache e che prima o poi, per liberarsene, avrebbe ceduto e avrebbe eseguito i loro ordini. Il primo omicidio avvenne alla fine del 1975 ai danni di una giovane donna, accoltellata a morte con 6 pugnalate. Nell’estate del 1976 Berkowitz trasferì a Yonkers; da quel momento in poi, la città di New York venne a conoscenza dell’esistenza del killer della calibro 44. La prima aggressione avvenne il 29 luglio 1976, le giovani Jody Valenti e Donna Lauria furono colpite da 5 colpi d’arma da fuoco mentre erano parcheggiate in auto; la prima sopravvisse, la seconda morì. Il secondo agguato avvenne a distanza di 3 mesi, il 23 ottobre 1976, quando Carl Denaro si offrì di accompagnare a casa l’amica Rosemary Keenan; vennero sorpresi mentre chiacchierano in auto da uno sconosciuto che esplose 5 colpi contro la vettura, Carl sopravvisse grazie a un’operazione per l’impianto di una placca di metallo nel carino mentre Rosemary riuscì a salvarsi fuggendo in auto. Il terzo agguato avvenne il 26 novembre 1976, mediante la stessa modalità di aggressione: Joanne Lomito e Donna De Masi, di rientro a casa dal cinema, vennero avvicinate da un uomo che, con la scusa di chiedere informazioni, estrasse una pistola e sparò diversi colpi; Donna ne uscì illesa mentre Joanne, ferita alla spina dorsale, rimase paraplegica. La polizia, sconvolta da queste continue aggressioni ai danni di giovani coppie, non riuscì a formulare alcuna ipotesi plausibile poiché le pallottole vennero rinvenute per lo più in frantumi, quindi non fu possibile collegare gli episodi. Dopo una pausa di due mesi, il figlio di Sam colpì ancora. Il 30 gennaio 1977 Christine Freund e Jhon Diel, di rientro da una festa, poco dopo essere entrati in auto vennero raggiunti da 2 colpi di calibro 44; Christine fu colpita alla testa e morì in ospedale poco dopo, Jhon, grondante di sangue, riuscì a correre in strada a chiedere aiuto. Il figlio di Sam non accennava a fermarsi, infatti agì ancora l’8 marzo 1977 ai danni di Virginia Voskerichianun che, mentre rientrava dalle lezioni, venne colpita in pieno volto a pochi passi dalla propria abitazione, morendo sul colpo. Fu in questo momento che gli agenti riuscirono a capire che si trattava di aggressioni commesse da un’unica persona e tutte con la stessa calibro 44. Il giorno seguente, il capo della polizia fece una conferenza stampa in cui invitò i cittadini alla massima cautela, poiché gli omicidi erano tutti connessi tra loro e disse che c’era un serial killer psicopatico a piede libero da ormai quasi un anno. Nella città di New York si diffuse il panico: le giovani coppie non si appartavano più in auto, i locali notturni erano vuoti e le persone terrorizzate. Tuttavia, ciò non fu sufficiente perché il 17 aprile 1977 il killer tornò a colpire, sempre una coppia, composta da Valentina Suriani e Alexander Esau; un’auto guidata da uno sconosciuto si affiancò alla loro e sparò 4 colpi, 2 dei quali raggiunsero Valentina alla testa uccidendola immediatamente, Alexander morì poco dopo. La polizia brancolava nel buio. L’unico elemento di novità fu una lettera indirizzata al capo della polizia di New York che il killer aveva lasciato sulla scena dell’ultima aggressione e in cui il figlio di Sam si presentava al mondo; poco dopo ne arrivò un’altra ad un reporter del Daily News in cui, in un delirio di onnipotenza e follia, il killer annunciò che avrebbe colpito ancora. Sulla lettera vennero rinvenute impronte digitali parziali, che però non portarono ad alcun esito. Parallelamente, la famiglia Carr continuava a ricevere strane lettere in cui un vicino di casa, un tale David Berkowitz, si lamenta del baccano causato dal loro cane, che venne poi trovato morto colpito da un’arma da fuoco. Nonostante le continue denunce da parte dei Carr, la polizia ignorò la cosa. Intanto le aggressioni continuavano: in una New York ormai deserta, il 26 giugno 1977 Judy Placido e Sal Lupo, di rientro in auto da una discoteca, vengono raggiunti da diversi colpi di pistola, che però li feriscono solo lievemente. Giunse così il 29 luglio 1977, anniversario del primo omicidio del figlio di Sam; la città era sotto shock, quella sera nessuno osò uscire di casa. “L’evento” passò senza conseguenze, ma il 31 luglio 1977 il figlio di Sam decise di mettere in atto quello che fu il suo ultimo omicidio. La coppia composta da Stacy Moskowitz e Bobby Violante, dopo una serata al cinema, si fermò a parlare in auto e poco dopo venne investita da 3 colpi d’arma da fuoco, 2 dei quali ferirono Bobby al volto, causandogli la perdita di un occhio, l’altro invece colpì Stacy alla testa, uccidendola. Gli agenti che intervennero sulla scena del crimine notarono che poco tempo prima dell’aggressione era stata emessa una multa ad una vettura parcheggiata lì accanto; nella speranza che si potesse trattare di un testimone dell’aggressione, gli uomini contattarono il comando di polizia della zona per tentare di risalire al proprietario e, per uno scherzo del destino, a rispondere a quella chiamate c’era Whaet Carr, la donna che aveva ricevuto quelle strane lettere che la polizia aveva sottovalutato. La donna raccontò tutto e riferì che il proprietario dell’auto era proprio l’uomo che le aveva mandato quelle strane lettere e che presumibilmente aveva ucciso il suo cane: David Berkowitz. Il 10 agosto 1977 gli agenti arrestarono l’uomo, che reagì facendo loro un grande sorriso e dicendo di essere sollevato che tutto fosse finito. Una volta interrogato, Berkowitz sostenne di aver agito spinto da un cane demoniaco (presumibilmente il cane dei Carr) che gli aveva ordinato di uccidere. Nell’abitazione di Berkowitz vennero trovate tantissime scritte sulle pareti e un buco nel muro da cui il killer disse di aver ricevuto gli ordini dal “cane di Sam”, inoltre c’era scritto “il cane di Sam Carr è il mio padrone”. Durante il processo, l’uomo fu dichiarato non in grado di sostenere un processo dallo psichiatra che lo aveva in cura; tuttavia, l’ira della gente e la risonanza mediatica del caso spinse il Pm a non accettare l’esito della consulenza e a cercare un altro parere. Il secondo tecnico sostenne invece la sanità mentale dell’uomo, che poi si dichiarò sorprendentemente colpevole di tutte le accuse. In aula cantò “Stacy è una puttana”, pur sapendo che quel giorno la famiglia della vittima fosse presente in tribunale. Dopo la lettura del dispositivo, che vide Berkowitz colpevole di tutte le accuse e che lo condannò a scontare 6 ergastoli, prima di essere portato via tentò di mordere gli agenti. Oggi David Berkowitz è ancora in carcere, ma afferma di aver cambiato vita; adesso infatti si fa chiamare il “figlio della speranza”.

Dott.ssa Francesca Nola

Donne di mafia: l’evoluzione all’interno delle organizzazioni criminali.



Il ruolo della donna nelle organizzazioni di stampo mafioso è sempre stato ambiguo. La donna formalmente è esclusa dall’organizzazione ma sostanzialmente partecipa attivamente all’interno di quest’ultima.
Tradizionalmente la donna ha sempre avuto delle funzioni passive e attive all’interno dell’organizzazione mafiosa. Una delle funzioni passive è quella di sposare un uomo appartenente a un altro clan per creare alleanze tra le famiglie, la donna non è libera di scegliere chi sposare perché i matrimoni vengono combinati. Un’altra funzione passiva è quella di salvaguardare la reputazione maschile attraverso la sua rispettabilità e onorabilità, alle donne è richiesto di mantenere un determinato comportamento sessuale, quest’ultima deve mantenere la verginità prima delle nozze e successivamente essere fedele al marito, anche da vedova per la donna resta il divieto assoluto di commettere adulterio. L’uomo invece è libero, può avere altre relazioni e condurre una vita parallela. Per quanto riguarda le funzioni attive, la principale è quella di crescere la propria prole trasmettendogli il codice culturale mafioso e il rispetto verso il padre. I principali disvalori che i figli devono imparare sono l’omertà, la vendetta, il disprezzo per l’autorità pubblica, la differenza di genere. Alle figlie femmine invece le donne insegnano la subordinazione all’autorità maschile. Un’altra funzione attiva è quella di istigazione alla vendetta, è la donna a ricordare al marito e ai figli il dovere di vendicarsi per ristabilire l’onore della propria famiglia qualora sia stato violato.
Tradizionalmente questi erano i compiti che spettavano alla donna, tuttavia, a partire dagli anni 70, le donne hanno iniziato a partecipare attivamente alle attività criminali. Questo cambiamento fu dovuto da due eventi storici, uno esterno alle organizzazioni mafiose, l’altro interno. L’evento esterno riguarda i cambiamenti relativi alle condizioni della donna all’interno della società (istruzione, mercato del lavoro, ecc.), l’evento interno fu un accrescimento delle attività criminali svolte dalle organizzazioni mafiose, ampliamento della tipologia di traffici e geografico. Sono due i settori in cui vennero inserite le donne: traffico di droga e settore economico finanziario.
Nel narcotraffico vennero inserite come corrieri e spacciatrici. Le donne, infatti, risultano particolarmente adatte a questo ruolo sia perché possono nascondere facilmente le confezioni di stupefacenti fingendo una gravidanza o arrotondando i fianchi e il seno sia perché sono insospettabili e vengono controllate meno rispetto agli uomini. Le donne spacciatrici non fanno parte dell’organizzazione mafiosa, sono donne del popolo che a causa di un numero elevato di figli accettano di entrare a far parte di traffici illeciti per avere denaro. Alcune donne, appartenenti alle famiglie mafiose, vengono coinvolte nell’organizzazione di traffici di droga, è il caso di Angela Russo, soprannominata “nonna eroina”, arrestata nel 1982, accusata di essere a capo di un ingente narcotraffico. Nel settore economico finanziario le donne vengono utilizzate come prestanome ma di fatto alcune amministrano società e investono denaro anche grazie alle conoscenze provenienti dai loro studi.
Dagli inizi degli anni 90 la donna arrivò a gestire il potere all’interno delle organizzazioni mafiose questo a causa della repressione statale. Molti boss mafiosi, in quegli anni, vennero arrestati ed altri erano latitanti, per questo il potere di molte famiglie era ridotto, così i vari boss si sono affidati alle donne presenti nelle loro famiglie (mogli, madri), per la gestione dei propri affari. Un esempio significativo è quello di Maria Filippa Messina, la prima donna ad essere sottoposta al carcere duro (41 bis), nel 1996. Quando il marito viene arrestato insieme ad altri affiliati, il ruolo di Maria diviene prima quello di anello di congiunzione tra carcere e mondo esterno, successivamente arriva a sostituire il marito nella gestione degli affari, quando quest’ultimo fu sottoposto a detenzione speciale. La donna venne poi arresta con l’accusa di aver assoldato un killer per vendicare l’omicidio di un affiliato del clan e al momento dell’arresto era in procinto di commettere una strage per eliminare esponenti di un clan rivale.

Dott.ssa Elena Novelli

Organizzazioni criminali trasnazionali: attività illegali e profitto.

“La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.”

                                                  Giovanni Falcone

 

La criminalità organizzata, fino a cinque decenni fa, operava entro i confini territoriali nazionali, legata al tradizionalismo culturale, ancorata a metodi e rituali ben precisi legati alle condizioni socio-economiche delle rispettive regioni. A seguito della mutazione della realtà economico-sociale, le associazioni mafiose si sono adeguate alle trasformazioni e alle evoluzioni della società, questo ha portato ad un cambio dei valori tradizionali e alla creazione di una nuova deontologia mafiosa con nuove regole e nuove mire espansionistiche. La metodologia socio-psicologica utilizzata al giorno d’oggi avviene attraverso un’accurata organizzazione di uomini e mezzi assieme al coinvolgimento della delinquenza comune; lo studio e la pianificazione delle imprese criminali suddivise in diversi “settori”. Si può quindi affermare che, le principali organizzazioni criminali italiche, Cosa Nostra, ’Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, si inseriscono perfettamente nel paradigma delle mafie imprenditrici che, per massimizzare i profitti e minimizzare i costi e i rischi, non solo instaurano accordi oltreoceano ma oltrepassano i confini statali reali, ricercando sempre più opportunità di guadagno all’interno del vasto ecosistema del darkweb.

Infatti, tali organizzazioni, hanno preso altre forme, si sono trasformate in élite che puntano ad accorciare le distanze fra mondo legale e mondo illegale e sono diventate apparentemente sempre meno aggressive e sempre più “collusive”; hanno basi logistiche in tutto il mondo, per la gestione di traffici di droga, per operazioni di riciclaggio del denaro sporco attraverso investimenti in circuiti protetti e il reinserimento dello stesso in circuiti legali, influendo con l’accumulo di capitali sul processo di sviluppo socio-economico del Paese; i collegamenti con la malavita internazionale, in particolare quella canadese, australiana e sud-americana; ed infine il condizionamento dell’apparato economico, amministrativo, politico e religioso.

Nella geografia dei traffici illeciti che si dispiegano nell’area mediterranea, specifico rilievo ha assunto il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal Nord Africa, condotto anche secondo logiche di sinergia operativa tra diverse organizzazioni transnazionali.

Il fenomeno ha evidenziato proporzioni crescenti non solo nei volumi di produzione, ma anche nel novero dei Paesi utilizzati come centri di smistamento e transito.

Il quadro informativo ha mostrato, in particolare, elementi di novità rispetto alle consolidate dinamiche del traffico internazionale di hashish, che hanno visto un reindirizzamento verso la Libia delle rotte del narcotraffico, tradizionalmente sviluppate lungo le direttrici del Mediterraneo occidentale, e un numero significativo di consorterie criminali dedicarsi contemporaneamente anche alla gestione dei flussi di migranti clandestini in direzione dell’Italia e del resto d’Europa.

Le organizzazioni criminali transnazionali presentano dispositivi ben articolati e strutturati, nell’ambito dei quali emergono ruoli definiti per i diversi soggetti coinvolti, a loro volta operanti nelle maggiori piazze finanziarie.

I circuiti criminali stranieri attivi sul territorio nazionale stanno parimenti tentando di infiltrare gli organi rappresentativi delle comunità etniche di riferimento, a detrimento dei processi di integrazione.

Tra le realtà criminali estere più attive nel nostro Paese si confermano:

• i clan cinesi, che tendono ad espandersi su tutto il territorio nazionale, anche in quelle regioni del Meridione ove le comunità sono di recente insediamento, sfruttando la generalizzata crisi di liquidità, che nell’ultimo anno è peggiorata a causa della pandemia da SARS-CoV-2, per effettuare vantaggiose acquisizioni immobiliari, commerciali, soprattutto a fini di riciclaggio dei proventi illeciti. Nelle aree di più radicata presenza, come in Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lazio, si stanno invece confermando come lobby affaristica, dotata di un elevato livello di istruzione e di una rilevante propensione ai traffici internazionali: contraffazione dei marchi, estorsioni, rapine, sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali, reati finanziari, attività illecite di money transfer, spaccio di metanfetamina e traffico illecito di rifiuti;

• i sodalizi nigeriani, la cui diffusione appare sostenuta dal considerevole afflusso nel nostro territorio di immigrati provenienti dal Paese africano che mostrano un “competitivo” portato criminogeno, tale da agevolarne l’inserimento nei circuiti illegali internazionali;

• le reti est-europee e caucasiche, tra le quali quella georgiana rappresenta una delle minacce criminali più “mature” risultando dotata di una efficiente struttura di tipo mafioso, in grado di pianificare strategie operative, aggregare risorse economiche ed esercitare una energica sorveglianza sulle diaspore di connazionali;

• anche il network romeno ha acquistato una specifica “visibilità” nello scenario nazionale, sino a rappresentare una delle componenti criminali più diffuse, che si contraddistingue per l’efferatezza delle azioni delittuose. La criminalità romena si è peraltro progressivamente affrancata dall’iniziale posizione gregaria rispetto ad altri gruppi per acquisire un suo livello di autonomia, coniugato con l’attitudine a tessere rapporti di collaborazione con altre compagini, anche autoctone, funzionali alla condivisione delle opportunità offerte dai mercati illegali.

Piuttosto trasversale, quanto gli attori coinvolti, appare il fenomeno dello sfruttamento della manodopera straniera, per lo più nel settore del lavoro artigianale. Nella prospettiva intelligence, gli approfondimenti svolti fanno emergere non solo illeciti profitti a beneficio dei “caporalati”, talora della medesima matrice etnica dei braccianti, ma anche forme di intimidazione con modalità mafiosa.

In qualche caso, si è registrato il coinvolgimento di circuiti criminali italiani per la gestione dei lavoratori stagionali nelle aree di volta in volta più remunerative, con pesanti conseguenze sui processi di integrazione e di convivenza, specie nei contesti dove la periodica concentrazione di migranti può degenerare in episodi criminogeni o violenti.

Quanto esposto, dimostra come sia necessario per contrastare il crimine organizzato, la condivisione di informazioni e conoscenze, e la sinergia tra le attività delle Direzioni Distrettuali, degli apparati governativi ed informativi, anche a livello internazionale per consentire di dare risposte immediate, come informazioni attinenti ad un target specifico.

Infatti l’obiettivo a lungo raggio delle Agenzie Italiane, europee e mondiali, è fare un salto di qualità, guardando oltre i confini nazionali e proiettandosi a livello europeo e oltreoceano, per combattere le reti criminali senza confini né frontiere, che si sorreggono a vicenda ma nello stesso tempo cercano di implementare il loro potere a livello transnazionale.

 

Dott.ssa Anthea Grimaldi

 

 

 

Testi consigliati:

• “La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo” di P.Arlacchi

• “Sfide globali e risposte nazionali: le trasformazioni della sicurezza nell’era dell’interdipendenza” di P. Foradori

• “Rischi e minacce nel cyberspazio” di G.Giacomello

• “Oltre il terrorismo. Soluzioni alla minaccia del secolo” di M.Mori

• “Il principio di conservazione nella comunità degli Stati. Il diritto, la sicurezza, il terrorismo e le infrastrutture critiche” di G.Pagani e M.Generali

Squid game e il disimpegno morale: approfondimento pluridisciplinare dell’omicidio di gruppo.

 “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso.” Zimbardo.


Squid Game è la nuova serie sud coreana che non abbisogna di alcun incipit, di nessuna presentazione, la serie che ormai tutti conoscono, che ha avuto una risonanza planetaria, divenendo un vero e proprio caso, tutti ne parlano. Ha dato origine a un considerevole fenomeno di binge watching anche tra chi, non ne è avvezzo, tanto meno del genere splatter. La pellicola offre numerosi spunti di riflessione e talune volte, guardando con occhio critico, è possibile comprendere come spesso sia lo specchio riflesso di quella che è la nostra socialità, l’evoluzione ma anche la regressione del nostro sé. Ciò che è immediatamente evidente è la presenza del gioco, dei giochi. Questo è il fil rouge che contraddistingue l’intera pellicola, così come caratterizza l’intera esistenza di un uomo, con particolare riferimento all’età infantile. In questo senso, assistiamo, all’interno della serie, a una forte ambivalenza contestuale, una dissonanza cognitiva generata dall’innocenza e ludica possibilità di portare a termine una sfida puerile, contrapposta a un epilogo poco lieto, un vero e proprio gioco al massacro. Il gioco assume un valore pedagogico assai importante per ciò che concerne l’educazione, la personalità, la sfera cognitiva, ma anche e soprattutto l’adattamento e la funzione sociale connessa, dunque, anche alla sconfitta nonché alla competizione, per questo sia da Lev Vygotskij che da Donald Winnicott, questa è stata considerata un’attività estremamente seria, così come molto tempo prima aveva teorizzato Johan Huizinga nel suo “Homo Ludens”. In Squid game, si assiste a una sorta di regressione, proprio attraverso il gioco che però non è paradigma di un unico ciclo della vita, anzi spesso assistiamo alla vera e proprio dipendenza patologica da gioco in età adulta, dipendenza similare che possiamo ritrovare all’interno della serie, nel momento in cui, alcuni dei protagonisti sentono il bisogno di ritornare a giocare dopo aver abbandonato, scelta connessa anche alla presa di coscienza legata al costrutto di non aver nulla da perdere. Il gioco, inoltre, si caratterizza anche da un elevato bisogno di aumentare la performance, strettamente correlato a un altrettanto grado di eccitazione, derivante dalla pressione con cui esso è presentato, e soprattutto dalle scelte spesso democratiche incentrate sul laissez-faire, molto funzionale giacché costitutivo di un alto grado di motivazione, ovvero in tal caso il premio finale, concatenato anche a una forte componente aggressiva, ma celata talune volte da una leadership di impostazione autocratica. Quello che manda avanti il gioco, e dunque il gruppo, è la coesione dello stesso ma anche la sua possibile ed eventuale disgregazione. Ciò che spinge un gruppo, il gruppo, a procedere in modo organico e compatto, secondo Kurt Lewin, è dato da due direttrici fondamentali, direttrici basate sull’interdipendenza, che è possibile cogliere anche all’interno di Squid Game, ovvero, l’interdipendenza associata al destino in cui gli appartenenti a un determinato gruppo condividono una particolare condizione esistenziale o un’esperienza, in cui diventano un tutt’uno e i loro destini sono comuni, e l’interdipendenza legata al compito in cui l’unione è data dal raggiungimento di un obiettivo, di un fine comune incentrato sul “hic et nunc”, che permette, grazie alle dinamiche nel suo interno di prendere consapevolezza del proprio comportamento, aumentare le capacità d’azione, modificare i propri valori, decisioni, autorità. Il rovescio della medaglia presuppone, a un certo punto, di cedere al processo individuale a scapito del gruppo, sotto un profilo del tutto utilitaristico senza badare all’etica, in cui è normalizzata la violenza, l’omicidio, che diventano uno strumento, un mezzo per l’ascesa, per il successo. Tale normalizzazione giunge con l’ausilio del così detto disimpegno morale, ovvero, secondo Albert Bandura, la capacità che abbiamo di disimpegnarci da quelli che sono i nostri valori morali nel momento in cui mettiamo in atto comportamenti che violano le norme sociali, senza auto-sanzionarsi, senza sentirsi oppressi o provare alcun senso di colpa, compiendo anche atti aberranti verso l’alterità, verso chi ci sta accanto, verso il nostro gruppo. S’incorre in una vera e propria giustificazione dell’atto come se il “ fine giustificasse il mezzo”, riducendo altresì la gravità di ciò che è stato commesso, distorcendo l’avvenimento o minimizzando il proprio ruolo. Il disimpegno tende a essere maggiore quando avviene in gruppo, infatti, l’acting-out violento aumenta d’intensità poiché si è più impulsivi e meno razionali, nonché più crudeli, si minimizza ancor più l’accaduto, e spesso si attuano comportamenti che altrimenti da singolo non si sarebbero portati a termine, spartendo o meglio trasferendo altrove la responsabilità altrimenti detta “diffusione di responsabilità”, quando questa è di tutti al contempo è di nessuno. L’essere in gruppo inibisce addirittura il carattere altruistico, difronte a qualcuno che ha bisogno d’aiuto, le probabilità di essere caritatevoli, di provare compassione, di essere umani, viene ridotta sensibilmente, si attiva quello che viene definito “Effetto spettatore” strettamente correlata alla su menzionata diffusione di responsabilità. Il disimpegno morale è, inoltre, caratterizzato dalla deumanizzazione della vittima, della persona lesa, ancor più se questa è sconosciuta, se si trova in una condizione di anonimato, in cui la vittima rappresenta un effetto collaterale generato dallo scopo. Nel nostro caso, i partecipanti non conoscono i loro nomi, sono ridotti a essere dei meri numeri. Tale assunto lo possiamo riscontrare anche in numerosi studi e esperimenti, quale quello che effettuò Philip Zimbardo all’interno della prigione di Stanford. Secondo l’autore, che attraverso l’approfondimento “dell’effetto lucifero”, si domanda cosa renda cattive le persone e che lega il costrutto alla “ banalità del bene

o “banalità dell’eroismo”, è l’ambiente, che condiziona l’individuo a commettere atti discutibili, infatti qualora questo, definito come persona “normale” venga inserito all’interno di un contesto considerato marcio, riesce a sviluppare la capacità di diventare un aguzzino, così come presumibilmente è vero il contrario, trasformandosi in “eroe”. All’interno della serie, tutti i giocatori subiscono un infausto destino, eccetto uno. Questo parrebbe rappresentare un vero e proprio omicidio suicidio di massa, un “Mass murder” ossia l’uccisione di più persone sconosciute, contemporaneamente e nel medesimo luogo. All’interno del panorama criminale compiere omicidi di massa non è per nulla un atto sporadico, talune volte questi accadono anche in modo del tutto volontario, come nel nostro caso, a seguito di culti, credenze, obiettivi comuni, infatti, è possibile che un determinato gruppo sia disposto a seguire un leader che promette e soddisfa i loro bisogni. Uno dei più grandi omicidi di massa, relato a una comune credenza, fu quello che avvenne in Guyana nel complesso di Jonestown, nel novembre del 1978, per volere del leader carismatico del gruppo stesso, Jim Jones, ideatore del culto del “Tempio del popolo” e di quello che egli definiva “suicidio rivoluzionario”. Molti si suicidarono “volontariamente”, altri, coloro che non erano del tutto persuasi, furono costretti apertamente a togliersi la vita dallo stesso Jones. Durante l’ultima assemblea degli adepti, ingerirono una bevanda fruttata contaminata con il cianuro, valium, un anestetico (idrato di cloralio) e cloruro di potassio, depositata all’interno di un grosso bidone posto dinanzi a un tavolo con bicchieri e siringhe. Le madri facevano bere il composto ai loro figli, uccidendoli, dopo aver bevuto in modo ordinato, si disimponevano nei campi circostanti alla struttura per far posto agli altri, e quando qualcuno si lasciava prendere dal panico, il Leader li redarguiva, dovevano morire con dignità. Tutti furono uccisi, persino gli animali. Quando tutti ebbero bevuto, venne il turno anche delle guardie e dello stesso Jones che si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia. Morirono circa 900 persone, di cui 300 minori. Quello che oggi spaventa, a seguito della visione della nota serie è l’emulazione da parte dei più giovani ma non solo; Questa non è del tutto lontana da quelli che sono i timori prospettati. Ha preso avvio una vera e propria psicosi, una “Korean Waves”, soprattutto tra i nativi digitali, molti dei quali si trovano in età infantile, e dunque, non solo adolescenziale. Si tratta di minori che si ritrovano dinnanzi a uno schermo senza protezione, bombardati da violenza e aggressività normalizzata, sotto le mentite spoglie di un gioco, di videogioco, di un gadget. Normalizzare l’omicidio, la crudeltà, l’assenza di empatia e pietà non permette a menti in continua formazione di discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra ciò che è bene e ciò che è male, dove finisce la finzione e inizia la realtà, realtà contaminata dalla trasposizione dell’agire, mediante i giochi di ruolo all’interno della quotidianità. Il problema in se non è rappresentato dalla serie in questione, bensì dalla nuova del tutto errata “educazione pedagogica” cui stiamo assistendo, inermi. Dunque è davvero Squid game il problema? È davvero un film splatter, apparentemente come molti altri, a indignarci? O si tratta di un mero capro espiatorio per la cattiva fruizione che facciamo e consentiamo di fare ai nostri figli, dei media, delle pellicole, delle mode? D’altronde, sebbene sia vero che la serie è stata contraddistinta da un importante risonanza mediatica planetaria, esasperata, e per quanto tale risonanza influenzi l’agire, non si tratta dell’unico film di categoria. Non è che è proprio l’educazione in genere, tanto più quella digitale il tassello su cui ponderare e soprattutto lavorare? Bisognerebbe, per dirlo con le parole di Martha Nussbaum, iniziare a “Coltivare l’umanità”, alla solidarietà, alla compassione strettamente connessa all’altruismo, nonché alla pietà, elemento cruciale insito all’interno dei nostri sentimenti morali, così come ipotizza J.J. Rousseau, e non istruire, formare, diseducare a ciò che un tempo era aberrato tanto da scuoterci, e che oggi lascia indifferente persino dei bambini.

Dott.ssa Angela M. Grano

 

Riferimenti:

•Bandura A., Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene;
•Lewin K., Resolving social conflicts: selected papers on group dynamics;
•Nussbaum M., Coltivare l’umanità;
•Vygotsky, L., The Role of Play in Development;
•Wright James D.  , International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences;
•Zimbardo P., Effetto lucifero;
•Zimbardo P., Memorie di uno psicologo.

La storia di Andrew Cunanan: l’omicidio di Gianni Versace

Andrew Phillip Cunanan fu uno spree killer, ossia un assassino compulsivo, noto all’opinione pubblica per essere stato l’artefice dell’omicidio dello stilista italiano Gianni Versace. Figlio di immigrati italo-filippini, Cunanan crebbe nella zona benestante di San Diego, California, distinguendosi durante gli anni scolastici sia per una spiccata propensione per le arti classiche sia per aver manifestato in più occasioni comportamenti violenti nei confronti degli altri studenti. È in questo periodo che Cunanan si dichiara apertamente gay, ostentando continuamente il proprio orientamento sessuale. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un bugiardo patologico, alla ricerca ossessiva di attenzione e notorietà. Nonostante dimostrasse una discreta intelligenza, Cunanan non terminò mai gli studi. Egli, piuttosto, spinto dal desiderio di fare molti soldi, in fretta e nel modo più semplice possibile, decise di intrattenere una serie di relazioni omosessuali con i propri amici e conoscenti basate sullo scambio di denaro e prestazioni sessuali, al fine di mantenere il proprio stile di vita particolarmente agiato. Cunanan infatti guida auto sportive, indossa abiti firmati, cena nei ristoranti più eleganti e partecipa agli eventi più esclusivi della città. Grazie alla sua intelligenza, riesce a spacciarsi per l’erede di una famiglia benestante e ad affermarsi come un gigolò di lusso, le cui prestazioni non solo sono molto richieste, ma anche estremamente costose. Per ragioni ancora non del tutto chiare, a partire dall’aprile del 1997, Cunanan – probabilmente a causa della sua dipendenza da eroina e cocaina – iniziò a uccidere i propri clienti e amanti più intimi. Il primo omicidio avvenne il 27 aprile 1997, quando Cunanan fracassò a colpi di martello il cranio dell’amico Jeffrey Trail; il secondo avvenne il 3 maggio del medesimo anno ai danni di David Madson, freddato da un colpo di una calibro 40; il terzo fu il giorno seguente, quando torturò e uccise il  settantaduenne Lee Miglin; il quarto avvenne il 9 maggio quando Cunanan, per rubargli l’auto, uccise William Reese e fuggì in Florida per far perdere le proprie tracce. La tristemente nota svolta della carriera criminale del giovane Cunanan avvenne il 15 luglio 1997, quando il celebre stilista Gianni Versace venne ritrovato in pieno giorno riverso sulla scalinata della propria residenza a Miami, ferito mortalmente da due colpi d’arma da fuoco alla nuca. In base alle ricostruzioni degli inquirenti, Cunanan conobbe Versace ad un evento mondano; si ipotizzò che lo stilista scambiò il ragazzo per qualcuno di conosciuto e Cunanan, bugiardo patologico e abile manipolatore, colse la palla al balzo e si spacciò per questa persona, avvicinandosi a Versace. L’epilogo della vicenda si ebbe il 23 luglio 1997, quando Cunanan, ormai braccato dalle forze dell’ordine, da tempo sulle sue tracce, venne trovato morto, presumibilmente suicida, all’interno della sua lussuosa casa galleggiante a Miami Beach. La vicenda, costellata da luci e ombre, non trovò mai una spiegazione vera e propria. Inizialmente, infatti, si ipotizzò che Cunanan avesse agito spinto dalla vendetta nei confronti dei suoi vecchi clienti, colpevoli di avergli trasmesso l’Aids; tuttavia, l’autopsia effettuata sul corpo del giovane escluse tale ipotesi in quanto Cunanan non risultò positivo al virus. In seguito, gli inquirenti formularono l’ipotesi secondo cui Cunanan scelse di uccidere spinto dalla propria avidità e dal desiderio di ottenere il successo che tanto agognava. 

📌 Curiosità: del caso si occupò anche Chico Forti, produttore televisivo italiano, che acquistò i diritti sull’accesso all’abitazione di Cunanan. Nel documentario da lui prodotto dal titolo “il sorriso della medusa”, Forti evidenziò diversi punti oscuri legati alla morte di Cunanan e al suo coinvolgimento nell’omicidio Versace, mettendo fortemente in discussione la versione formulata dalle forze dell’ordine statunitensi. È probabile che, proprio a causa di questo documentario, Forti sia stato coinvolto nell’omicidio di Dale Pike per cui sta attualmente scontando l’ergastolo presso il South Florida reception center di Doral. 

Dott.ssa Francesca Nola

Aborto e Giappone: la legalizzazione per fattori economici.

L’ifanticida Miyuki Ishikawa, l’ostetrica demone.

In Giappone l’aborto per motivi economici fu legalizzato già dal 1949. La legalizzazione avvenne a causa del boom delle gravidanze indesiderate dopo la Seconda Guerra Mondiale e della povertà delle famiglie che non riuscivano a prendersi cura del nascituro.
L’aborto in Giappone non solo è legale dal 1949, ma è uno degli strumenti più diffusi per regolarizzare le nascite a causa delle campagne di dissuasione portate avanti dai medici nei confronti della pillola anticoncezionale, la cui vendita è stata approvata solo nel 1999 ed è ancora oggi fortemente sconsigliata.
In Giappone, attualmente sono circa 160mila gli aborti praticati ufficialmente in un anno, ma si ritiene che in realtà siano molti di più, considerando che alcuni ambulatori non dichiarano questa tipologia di intervento, sia per garantire privacy alle minorenni che si sottopongono a questa pratica ma anche per ragioni fiscali. Tra le minorenni l’aborto è molto diffuso ed addirittura consigliato rispetto alla pillola, che viene prescritta difficilmente ed è particolarmente costosa.
Nello stesso periodo in cui venne legalizzato l’aborto, nacque la necessità di commemorare i bambini mai nati, per questa ragione in alcuni Templi, sono presenti delle piccole statuette, adornate da un grembiulino ed un copricapo rosso. Tali statuette, rappresentano i mizunoko (i bambini d’acqua), ovvero i bambini mai nati. Nei Templi, possiamo notare migliaia di statuette, quest’ultime rappresentano un business non indifferente. Le statuette, infatti, vengono acquistate e viene pagata una tassa per la loro manutenzione. Si dice che i Mizunoko siano costretti a restare sulle rive del Sai no Kawara, il fiume degli Inferi, e che non riescono ad attraversare il fiume a causa di demoni che gli impediscono il passaggio, impedendogli così di reincarnarsi. Jizo, è il guardiano di questi bambini, li protegge e li aiuta ad attraversare il fiume. I genitori di questi bambini mai nati, onorano Jizo per assicurarsi che il proprio bambino possa arrivare in paradiso.
Ma a spingere il governo giapponese a prendere la decisione di legalizzare l’aborto fu anche la vicenda di Miyuki Ishikawa, la più prolifica serial killer giapponese, che durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale uccise almeno 103 neonati.
Ishikawa nacque a Miyazaki nel 1897, si laureò all’Università di Tokyo e si sposò senza avere mai figli, ottenne un lavoro come ostetrica ed in seguito divenne direttrice del centro di maternità di Kotobuki.
Lavorando, Ishikawa si rese conto che molti genitori non erano in grado di crescere i neonati per le difficoltà economiche in cui vivevano. Per questo motivo, Ishikawa chiese aiuto agli enti di assistenza per le famiglie più disagiate, gli enti però rifiutano di aiutare le famiglie. Per aiutare quest’ultime, Ishikawa decise di uccidere i neonati. Da quel momento in poi nell’ospedale morirono molti bambini, l’ostetrica non li ammazzava personalmente ma lasciava che morissero di fame e di sete.
Ishikawa venne aiutata da un medico e da un suo assistente per falsificare i certificati di morte, coinvolse inoltre anche il marito. Convinta del fatto che stava aiutando le famiglie, Ishikawa decise di chiedere del denaro in cambio della morte del neonato, la cifra richiesta era tra i 4000 ed i 5000 yen. Soltanto agli inizi del 1948, le forze dell’ordine si insospettirono a causa dell’incremento del tasso di mortalità all’interno dell’ospedale. Le forze dell’ordine dimostrarono che le morti di neonati non erano accidentali ma intenzionali, per questo il 15 gennaio 1948 la Ishikawa insieme al marito vennero arrestati. Miyuki Ishikawa, suo marito e i medici responsabili, vennero giudicati colpevoli di omicidio. Tuttavia, a causa di un vuoto giuridico della legislazione giapponese nessuno degli imputati venne condannato a morte. Miyuki Ishikawa venne condannata a solo 8 anni di carcere, il marito ed i medici a 4 anni. Tutti gli imputati fecero appello contro la sentenza ed ottennero uno sconto di pena della metà degli anni a cui erano stati condannati.
Il caso dell’ostetrica demone non fu l’unico, prima di esso nel 1930 ad Itabashi si verificarono 41 infanticidi, nel 1933 Hatsutaro Kawamata venne arrestato per aver ucciso 25 bambini.

Dott.ssa Elena Novelli