David Berkowitz. “Il figlio di Sam” o “il killer della calibro 44”. La storia della più grande caccia all’uomo nella città di New York

Conosciuto con gli appellativi “figlio di Sam” e “killer della calibro 44”, David Richard Berkowitz è un serial killer statunitense che tra il 1976 e il 1977 terrorizzò la città di New York, uccidendo 6 persone e ferendone molte altre. La storia della sua cattura assunse una rilevanza mediatica incredibile poiché si diede vita alla più grande caccia all’uomo nella storia della metropoli americana. L’infanzia di David fu molto dura e travagliata: abbandonato alla nascita dalla madre biologica, venne dato in adozione a Nathan e Peael Berkowitz, una coppia del Bronx che non poteva avere figli. Crescendo divenne un bambino solitario, con tendenze piromani e violente. In un’intervista descrisse la sua infanzia come “completamente fuori controllo”; disse che alcune volte gli capitava di sfogare la sua rabbia con atteggiamenti violenti – verso gli altri e verso se stesso – distruggendo tutto ciò che gli capitasse a tiro, altre volte invece si chiudeva per ore da solo in una stanza al buio. Con la pubertà, il giovane David iniziò a sviluppare interesse verso le coetanee, interesse che spesso però non veniva ricambiato, il che fece nascere in lui un forte senso di rabbia. Nel 1967 la madre adottiva morì di tumore al seno; la cosa lo sconvolse a tal punto da fargli credere che il tragico evento facesse parte di un piano divino per distruggerlo. Nel 1971 il padre adottivo, convolato a nozze con un’altra donna, si trasferì in Florida, lasciando solo il figlio che, al termine degli studi, ritrovatosi senza particolari prospettive per il futuro, scelse di arruolarsi nell’esercito, dove divenne un tiratore eccellente. Nel 1974, dopo aver lasciato l’esercito, David si ritrovò di nuovo ad essere solo e pieno di rabbia verso il sesso femminile che continuava a rifiutarlo; si dice infatti che l’unico rapporto sessuale completo di David fu con una prostituita coreana che, tra le altre cose, gli trasmise anche una malattia venerea. Fu in questo momento che decise di rintracciare la sua madre naturale; tuttavia, una volta incontratisi, divenne furioso nell’apprendere di essere il frutto di una relazione extraconiugale, di essere stato probabilmente concepito sul sedile posteriore di un’auto e interruppe i rapporti con la famiglia biologica. Nel 1975 si avvicinò al mondo del satanismo e dell’occultismo. Anni dopo, confessò agli psichiatri che lo avevano in cura che fu proprio in quel momento che crebbe in lui la smania di uccidere; disse che si sentiva posseduto da delle forze demoniache e che prima o poi, per liberarsene, avrebbe ceduto e avrebbe eseguito i loro ordini. Il primo omicidio avvenne alla fine del 1975 ai danni di una giovane donna, accoltellata a morte con 6 pugnalate. Nell’estate del 1976 Berkowitz trasferì a Yonkers; da quel momento in poi, la città di New York venne a conoscenza dell’esistenza del killer della calibro 44. La prima aggressione avvenne il 29 luglio 1976, le giovani Jody Valenti e Donna Lauria furono colpite da 5 colpi d’arma da fuoco mentre erano parcheggiate in auto; la prima sopravvisse, la seconda morì. Il secondo agguato avvenne a distanza di 3 mesi, il 23 ottobre 1976, quando Carl Denaro si offrì di accompagnare a casa l’amica Rosemary Keenan; vennero sorpresi mentre chiacchierano in auto da uno sconosciuto che esplose 5 colpi contro la vettura, Carl sopravvisse grazie a un’operazione per l’impianto di una placca di metallo nel carino mentre Rosemary riuscì a salvarsi fuggendo in auto. Il terzo agguato avvenne il 26 novembre 1976, mediante la stessa modalità di aggressione: Joanne Lomito e Donna De Masi, di rientro a casa dal cinema, vennero avvicinate da un uomo che, con la scusa di chiedere informazioni, estrasse una pistola e sparò diversi colpi; Donna ne uscì illesa mentre Joanne, ferita alla spina dorsale, rimase paraplegica. La polizia, sconvolta da queste continue aggressioni ai danni di giovani coppie, non riuscì a formulare alcuna ipotesi plausibile poiché le pallottole vennero rinvenute per lo più in frantumi, quindi non fu possibile collegare gli episodi. Dopo una pausa di due mesi, il figlio di Sam colpì ancora. Il 30 gennaio 1977 Christine Freund e Jhon Diel, di rientro da una festa, poco dopo essere entrati in auto vennero raggiunti da 2 colpi di calibro 44; Christine fu colpita alla testa e morì in ospedale poco dopo, Jhon, grondante di sangue, riuscì a correre in strada a chiedere aiuto. Il figlio di Sam non accennava a fermarsi, infatti agì ancora l’8 marzo 1977 ai danni di Virginia Voskerichianun che, mentre rientrava dalle lezioni, venne colpita in pieno volto a pochi passi dalla propria abitazione, morendo sul colpo. Fu in questo momento che gli agenti riuscirono a capire che si trattava di aggressioni commesse da un’unica persona e tutte con la stessa calibro 44. Il giorno seguente, il capo della polizia fece una conferenza stampa in cui invitò i cittadini alla massima cautela, poiché gli omicidi erano tutti connessi tra loro e disse che c’era un serial killer psicopatico a piede libero da ormai quasi un anno. Nella città di New York si diffuse il panico: le giovani coppie non si appartavano più in auto, i locali notturni erano vuoti e le persone terrorizzate. Tuttavia, ciò non fu sufficiente perché il 17 aprile 1977 il killer tornò a colpire, sempre una coppia, composta da Valentina Suriani e Alexander Esau; un’auto guidata da uno sconosciuto si affiancò alla loro e sparò 4 colpi, 2 dei quali raggiunsero Valentina alla testa uccidendola immediatamente, Alexander morì poco dopo. La polizia brancolava nel buio. L’unico elemento di novità fu una lettera indirizzata al capo della polizia di New York che il killer aveva lasciato sulla scena dell’ultima aggressione e in cui il figlio di Sam si presentava al mondo; poco dopo ne arrivò un’altra ad un reporter del Daily News in cui, in un delirio di onnipotenza e follia, il killer annunciò che avrebbe colpito ancora. Sulla lettera vennero rinvenute impronte digitali parziali, che però non portarono ad alcun esito. Parallelamente, la famiglia Carr continuava a ricevere strane lettere in cui un vicino di casa, un tale David Berkowitz, si lamenta del baccano causato dal loro cane, che venne poi trovato morto colpito da un’arma da fuoco. Nonostante le continue denunce da parte dei Carr, la polizia ignorò la cosa. Intanto le aggressioni continuavano: in una New York ormai deserta, il 26 giugno 1977 Judy Placido e Sal Lupo, di rientro in auto da una discoteca, vengono raggiunti da diversi colpi di pistola, che però li feriscono solo lievemente. Giunse così il 29 luglio 1977, anniversario del primo omicidio del figlio di Sam; la città era sotto shock, quella sera nessuno osò uscire di casa. “L’evento” passò senza conseguenze, ma il 31 luglio 1977 il figlio di Sam decise di mettere in atto quello che fu il suo ultimo omicidio. La coppia composta da Stacy Moskowitz e Bobby Violante, dopo una serata al cinema, si fermò a parlare in auto e poco dopo venne investita da 3 colpi d’arma da fuoco, 2 dei quali ferirono Bobby al volto, causandogli la perdita di un occhio, l’altro invece colpì Stacy alla testa, uccidendola. Gli agenti che intervennero sulla scena del crimine notarono che poco tempo prima dell’aggressione era stata emessa una multa ad una vettura parcheggiata lì accanto; nella speranza che si potesse trattare di un testimone dell’aggressione, gli uomini contattarono il comando di polizia della zona per tentare di risalire al proprietario e, per uno scherzo del destino, a rispondere a quella chiamate c’era Whaet Carr, la donna che aveva ricevuto quelle strane lettere che la polizia aveva sottovalutato. La donna raccontò tutto e riferì che il proprietario dell’auto era proprio l’uomo che le aveva mandato quelle strane lettere e che presumibilmente aveva ucciso il suo cane: David Berkowitz. Il 10 agosto 1977 gli agenti arrestarono l’uomo, che reagì facendo loro un grande sorriso e dicendo di essere sollevato che tutto fosse finito. Una volta interrogato, Berkowitz sostenne di aver agito spinto da un cane demoniaco (presumibilmente il cane dei Carr) che gli aveva ordinato di uccidere. Nell’abitazione di Berkowitz vennero trovate tantissime scritte sulle pareti e un buco nel muro da cui il killer disse di aver ricevuto gli ordini dal “cane di Sam”, inoltre c’era scritto “il cane di Sam Carr è il mio padrone”. Durante il processo, l’uomo fu dichiarato non in grado di sostenere un processo dallo psichiatra che lo aveva in cura; tuttavia, l’ira della gente e la risonanza mediatica del caso spinse il Pm a non accettare l’esito della consulenza e a cercare un altro parere. Il secondo tecnico sostenne invece la sanità mentale dell’uomo, che poi si dichiarò sorprendentemente colpevole di tutte le accuse. In aula cantò “Stacy è una puttana”, pur sapendo che quel giorno la famiglia della vittima fosse presente in tribunale. Dopo la lettura del dispositivo, che vide Berkowitz colpevole di tutte le accuse e che lo condannò a scontare 6 ergastoli, prima di essere portato via tentò di mordere gli agenti. Oggi David Berkowitz è ancora in carcere, ma afferma di aver cambiato vita; adesso infatti si fa chiamare il “figlio della speranza”.

Dott.ssa Francesca Nola

Donne di mafia: l’evoluzione all’interno delle organizzazioni criminali.



Il ruolo della donna nelle organizzazioni di stampo mafioso è sempre stato ambiguo. La donna formalmente è esclusa dall’organizzazione ma sostanzialmente partecipa attivamente all’interno di quest’ultima.
Tradizionalmente la donna ha sempre avuto delle funzioni passive e attive all’interno dell’organizzazione mafiosa. Una delle funzioni passive è quella di sposare un uomo appartenente a un altro clan per creare alleanze tra le famiglie, la donna non è libera di scegliere chi sposare perché i matrimoni vengono combinati. Un’altra funzione passiva è quella di salvaguardare la reputazione maschile attraverso la sua rispettabilità e onorabilità, alle donne è richiesto di mantenere un determinato comportamento sessuale, quest’ultima deve mantenere la verginità prima delle nozze e successivamente essere fedele al marito, anche da vedova per la donna resta il divieto assoluto di commettere adulterio. L’uomo invece è libero, può avere altre relazioni e condurre una vita parallela. Per quanto riguarda le funzioni attive, la principale è quella di crescere la propria prole trasmettendogli il codice culturale mafioso e il rispetto verso il padre. I principali disvalori che i figli devono imparare sono l’omertà, la vendetta, il disprezzo per l’autorità pubblica, la differenza di genere. Alle figlie femmine invece le donne insegnano la subordinazione all’autorità maschile. Un’altra funzione attiva è quella di istigazione alla vendetta, è la donna a ricordare al marito e ai figli il dovere di vendicarsi per ristabilire l’onore della propria famiglia qualora sia stato violato.
Tradizionalmente questi erano i compiti che spettavano alla donna, tuttavia, a partire dagli anni 70, le donne hanno iniziato a partecipare attivamente alle attività criminali. Questo cambiamento fu dovuto da due eventi storici, uno esterno alle organizzazioni mafiose, l’altro interno. L’evento esterno riguarda i cambiamenti relativi alle condizioni della donna all’interno della società (istruzione, mercato del lavoro, ecc.), l’evento interno fu un accrescimento delle attività criminali svolte dalle organizzazioni mafiose, ampliamento della tipologia di traffici e geografico. Sono due i settori in cui vennero inserite le donne: traffico di droga e settore economico finanziario.
Nel narcotraffico vennero inserite come corrieri e spacciatrici. Le donne, infatti, risultano particolarmente adatte a questo ruolo sia perché possono nascondere facilmente le confezioni di stupefacenti fingendo una gravidanza o arrotondando i fianchi e il seno sia perché sono insospettabili e vengono controllate meno rispetto agli uomini. Le donne spacciatrici non fanno parte dell’organizzazione mafiosa, sono donne del popolo che a causa di un numero elevato di figli accettano di entrare a far parte di traffici illeciti per avere denaro. Alcune donne, appartenenti alle famiglie mafiose, vengono coinvolte nell’organizzazione di traffici di droga, è il caso di Angela Russo, soprannominata “nonna eroina”, arrestata nel 1982, accusata di essere a capo di un ingente narcotraffico. Nel settore economico finanziario le donne vengono utilizzate come prestanome ma di fatto alcune amministrano società e investono denaro anche grazie alle conoscenze provenienti dai loro studi.
Dagli inizi degli anni 90 la donna arrivò a gestire il potere all’interno delle organizzazioni mafiose questo a causa della repressione statale. Molti boss mafiosi, in quegli anni, vennero arrestati ed altri erano latitanti, per questo il potere di molte famiglie era ridotto, così i vari boss si sono affidati alle donne presenti nelle loro famiglie (mogli, madri), per la gestione dei propri affari. Un esempio significativo è quello di Maria Filippa Messina, la prima donna ad essere sottoposta al carcere duro (41 bis), nel 1996. Quando il marito viene arrestato insieme ad altri affiliati, il ruolo di Maria diviene prima quello di anello di congiunzione tra carcere e mondo esterno, successivamente arriva a sostituire il marito nella gestione degli affari, quando quest’ultimo fu sottoposto a detenzione speciale. La donna venne poi arresta con l’accusa di aver assoldato un killer per vendicare l’omicidio di un affiliato del clan e al momento dell’arresto era in procinto di commettere una strage per eliminare esponenti di un clan rivale.

Dott.ssa Elena Novelli

Organizzazioni criminali trasnazionali: attività illegali e profitto.

“La mafia non è una società di servizi che opera a favore della collettività, bensì un’associazione di mutuo soccorso che agisce a spese della società civile e a vantaggio solo dei suoi membri.”

                                                  Giovanni Falcone

 

La criminalità organizzata, fino a cinque decenni fa, operava entro i confini territoriali nazionali, legata al tradizionalismo culturale, ancorata a metodi e rituali ben precisi legati alle condizioni socio-economiche delle rispettive regioni. A seguito della mutazione della realtà economico-sociale, le associazioni mafiose si sono adeguate alle trasformazioni e alle evoluzioni della società, questo ha portato ad un cambio dei valori tradizionali e alla creazione di una nuova deontologia mafiosa con nuove regole e nuove mire espansionistiche. La metodologia socio-psicologica utilizzata al giorno d’oggi avviene attraverso un’accurata organizzazione di uomini e mezzi assieme al coinvolgimento della delinquenza comune; lo studio e la pianificazione delle imprese criminali suddivise in diversi “settori”. Si può quindi affermare che, le principali organizzazioni criminali italiche, Cosa Nostra, ’Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, si inseriscono perfettamente nel paradigma delle mafie imprenditrici che, per massimizzare i profitti e minimizzare i costi e i rischi, non solo instaurano accordi oltreoceano ma oltrepassano i confini statali reali, ricercando sempre più opportunità di guadagno all’interno del vasto ecosistema del darkweb.

Infatti, tali organizzazioni, hanno preso altre forme, si sono trasformate in élite che puntano ad accorciare le distanze fra mondo legale e mondo illegale e sono diventate apparentemente sempre meno aggressive e sempre più “collusive”; hanno basi logistiche in tutto il mondo, per la gestione di traffici di droga, per operazioni di riciclaggio del denaro sporco attraverso investimenti in circuiti protetti e il reinserimento dello stesso in circuiti legali, influendo con l’accumulo di capitali sul processo di sviluppo socio-economico del Paese; i collegamenti con la malavita internazionale, in particolare quella canadese, australiana e sud-americana; ed infine il condizionamento dell’apparato economico, amministrativo, politico e religioso.

Nella geografia dei traffici illeciti che si dispiegano nell’area mediterranea, specifico rilievo ha assunto il traffico di sostanze stupefacenti provenienti dal Nord Africa, condotto anche secondo logiche di sinergia operativa tra diverse organizzazioni transnazionali.

Il fenomeno ha evidenziato proporzioni crescenti non solo nei volumi di produzione, ma anche nel novero dei Paesi utilizzati come centri di smistamento e transito.

Il quadro informativo ha mostrato, in particolare, elementi di novità rispetto alle consolidate dinamiche del traffico internazionale di hashish, che hanno visto un reindirizzamento verso la Libia delle rotte del narcotraffico, tradizionalmente sviluppate lungo le direttrici del Mediterraneo occidentale, e un numero significativo di consorterie criminali dedicarsi contemporaneamente anche alla gestione dei flussi di migranti clandestini in direzione dell’Italia e del resto d’Europa.

Le organizzazioni criminali transnazionali presentano dispositivi ben articolati e strutturati, nell’ambito dei quali emergono ruoli definiti per i diversi soggetti coinvolti, a loro volta operanti nelle maggiori piazze finanziarie.

I circuiti criminali stranieri attivi sul territorio nazionale stanno parimenti tentando di infiltrare gli organi rappresentativi delle comunità etniche di riferimento, a detrimento dei processi di integrazione.

Tra le realtà criminali estere più attive nel nostro Paese si confermano:

• i clan cinesi, che tendono ad espandersi su tutto il territorio nazionale, anche in quelle regioni del Meridione ove le comunità sono di recente insediamento, sfruttando la generalizzata crisi di liquidità, che nell’ultimo anno è peggiorata a causa della pandemia da SARS-CoV-2, per effettuare vantaggiose acquisizioni immobiliari, commerciali, soprattutto a fini di riciclaggio dei proventi illeciti. Nelle aree di più radicata presenza, come in Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lazio, si stanno invece confermando come lobby affaristica, dotata di un elevato livello di istruzione e di una rilevante propensione ai traffici internazionali: contraffazione dei marchi, estorsioni, rapine, sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali, reati finanziari, attività illecite di money transfer, spaccio di metanfetamina e traffico illecito di rifiuti;

• i sodalizi nigeriani, la cui diffusione appare sostenuta dal considerevole afflusso nel nostro territorio di immigrati provenienti dal Paese africano che mostrano un “competitivo” portato criminogeno, tale da agevolarne l’inserimento nei circuiti illegali internazionali;

• le reti est-europee e caucasiche, tra le quali quella georgiana rappresenta una delle minacce criminali più “mature” risultando dotata di una efficiente struttura di tipo mafioso, in grado di pianificare strategie operative, aggregare risorse economiche ed esercitare una energica sorveglianza sulle diaspore di connazionali;

• anche il network romeno ha acquistato una specifica “visibilità” nello scenario nazionale, sino a rappresentare una delle componenti criminali più diffuse, che si contraddistingue per l’efferatezza delle azioni delittuose. La criminalità romena si è peraltro progressivamente affrancata dall’iniziale posizione gregaria rispetto ad altri gruppi per acquisire un suo livello di autonomia, coniugato con l’attitudine a tessere rapporti di collaborazione con altre compagini, anche autoctone, funzionali alla condivisione delle opportunità offerte dai mercati illegali.

Piuttosto trasversale, quanto gli attori coinvolti, appare il fenomeno dello sfruttamento della manodopera straniera, per lo più nel settore del lavoro artigianale. Nella prospettiva intelligence, gli approfondimenti svolti fanno emergere non solo illeciti profitti a beneficio dei “caporalati”, talora della medesima matrice etnica dei braccianti, ma anche forme di intimidazione con modalità mafiosa.

In qualche caso, si è registrato il coinvolgimento di circuiti criminali italiani per la gestione dei lavoratori stagionali nelle aree di volta in volta più remunerative, con pesanti conseguenze sui processi di integrazione e di convivenza, specie nei contesti dove la periodica concentrazione di migranti può degenerare in episodi criminogeni o violenti.

Quanto esposto, dimostra come sia necessario per contrastare il crimine organizzato, la condivisione di informazioni e conoscenze, e la sinergia tra le attività delle Direzioni Distrettuali, degli apparati governativi ed informativi, anche a livello internazionale per consentire di dare risposte immediate, come informazioni attinenti ad un target specifico.

Infatti l’obiettivo a lungo raggio delle Agenzie Italiane, europee e mondiali, è fare un salto di qualità, guardando oltre i confini nazionali e proiettandosi a livello europeo e oltreoceano, per combattere le reti criminali senza confini né frontiere, che si sorreggono a vicenda ma nello stesso tempo cercano di implementare il loro potere a livello transnazionale.

 

Dott.ssa Anthea Grimaldi

 

 

 

Testi consigliati:

• “La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo” di P.Arlacchi

• “Sfide globali e risposte nazionali: le trasformazioni della sicurezza nell’era dell’interdipendenza” di P. Foradori

• “Rischi e minacce nel cyberspazio” di G.Giacomello

• “Oltre il terrorismo. Soluzioni alla minaccia del secolo” di M.Mori

• “Il principio di conservazione nella comunità degli Stati. Il diritto, la sicurezza, il terrorismo e le infrastrutture critiche” di G.Pagani e M.Generali

Squid game e il disimpegno morale: approfondimento pluridisciplinare dell’omicidio di gruppo.

 “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso.” Zimbardo.


Squid Game è la nuova serie sud coreana che non abbisogna di alcun incipit, di nessuna presentazione, la serie che ormai tutti conoscono, che ha avuto una risonanza planetaria, divenendo un vero e proprio caso, tutti ne parlano. Ha dato origine a un considerevole fenomeno di binge watching anche tra chi, non ne è avvezzo, tanto meno del genere splatter. La pellicola offre numerosi spunti di riflessione e talune volte, guardando con occhio critico, è possibile comprendere come spesso sia lo specchio riflesso di quella che è la nostra socialità, l’evoluzione ma anche la regressione del nostro sé. Ciò che è immediatamente evidente è la presenza del gioco, dei giochi. Questo è il fil rouge che contraddistingue l’intera pellicola, così come caratterizza l’intera esistenza di un uomo, con particolare riferimento all’età infantile. In questo senso, assistiamo, all’interno della serie, a una forte ambivalenza contestuale, una dissonanza cognitiva generata dall’innocenza e ludica possibilità di portare a termine una sfida puerile, contrapposta a un epilogo poco lieto, un vero e proprio gioco al massacro. Il gioco assume un valore pedagogico assai importante per ciò che concerne l’educazione, la personalità, la sfera cognitiva, ma anche e soprattutto l’adattamento e la funzione sociale connessa, dunque, anche alla sconfitta nonché alla competizione, per questo sia da Lev Vygotskij che da Donald Winnicott, questa è stata considerata un’attività estremamente seria, così come molto tempo prima aveva teorizzato Johan Huizinga nel suo “Homo Ludens”. In Squid game, si assiste a una sorta di regressione, proprio attraverso il gioco che però non è paradigma di un unico ciclo della vita, anzi spesso assistiamo alla vera e proprio dipendenza patologica da gioco in età adulta, dipendenza similare che possiamo ritrovare all’interno della serie, nel momento in cui, alcuni dei protagonisti sentono il bisogno di ritornare a giocare dopo aver abbandonato, scelta connessa anche alla presa di coscienza legata al costrutto di non aver nulla da perdere. Il gioco, inoltre, si caratterizza anche da un elevato bisogno di aumentare la performance, strettamente correlato a un altrettanto grado di eccitazione, derivante dalla pressione con cui esso è presentato, e soprattutto dalle scelte spesso democratiche incentrate sul laissez-faire, molto funzionale giacché costitutivo di un alto grado di motivazione, ovvero in tal caso il premio finale, concatenato anche a una forte componente aggressiva, ma celata talune volte da una leadership di impostazione autocratica. Quello che manda avanti il gioco, e dunque il gruppo, è la coesione dello stesso ma anche la sua possibile ed eventuale disgregazione. Ciò che spinge un gruppo, il gruppo, a procedere in modo organico e compatto, secondo Kurt Lewin, è dato da due direttrici fondamentali, direttrici basate sull’interdipendenza, che è possibile cogliere anche all’interno di Squid Game, ovvero, l’interdipendenza associata al destino in cui gli appartenenti a un determinato gruppo condividono una particolare condizione esistenziale o un’esperienza, in cui diventano un tutt’uno e i loro destini sono comuni, e l’interdipendenza legata al compito in cui l’unione è data dal raggiungimento di un obiettivo, di un fine comune incentrato sul “hic et nunc”, che permette, grazie alle dinamiche nel suo interno di prendere consapevolezza del proprio comportamento, aumentare le capacità d’azione, modificare i propri valori, decisioni, autorità. Il rovescio della medaglia presuppone, a un certo punto, di cedere al processo individuale a scapito del gruppo, sotto un profilo del tutto utilitaristico senza badare all’etica, in cui è normalizzata la violenza, l’omicidio, che diventano uno strumento, un mezzo per l’ascesa, per il successo. Tale normalizzazione giunge con l’ausilio del così detto disimpegno morale, ovvero, secondo Albert Bandura, la capacità che abbiamo di disimpegnarci da quelli che sono i nostri valori morali nel momento in cui mettiamo in atto comportamenti che violano le norme sociali, senza auto-sanzionarsi, senza sentirsi oppressi o provare alcun senso di colpa, compiendo anche atti aberranti verso l’alterità, verso chi ci sta accanto, verso il nostro gruppo. S’incorre in una vera e propria giustificazione dell’atto come se il “ fine giustificasse il mezzo”, riducendo altresì la gravità di ciò che è stato commesso, distorcendo l’avvenimento o minimizzando il proprio ruolo. Il disimpegno tende a essere maggiore quando avviene in gruppo, infatti, l’acting-out violento aumenta d’intensità poiché si è più impulsivi e meno razionali, nonché più crudeli, si minimizza ancor più l’accaduto, e spesso si attuano comportamenti che altrimenti da singolo non si sarebbero portati a termine, spartendo o meglio trasferendo altrove la responsabilità altrimenti detta “diffusione di responsabilità”, quando questa è di tutti al contempo è di nessuno. L’essere in gruppo inibisce addirittura il carattere altruistico, difronte a qualcuno che ha bisogno d’aiuto, le probabilità di essere caritatevoli, di provare compassione, di essere umani, viene ridotta sensibilmente, si attiva quello che viene definito “Effetto spettatore” strettamente correlata alla su menzionata diffusione di responsabilità. Il disimpegno morale è, inoltre, caratterizzato dalla deumanizzazione della vittima, della persona lesa, ancor più se questa è sconosciuta, se si trova in una condizione di anonimato, in cui la vittima rappresenta un effetto collaterale generato dallo scopo. Nel nostro caso, i partecipanti non conoscono i loro nomi, sono ridotti a essere dei meri numeri. Tale assunto lo possiamo riscontrare anche in numerosi studi e esperimenti, quale quello che effettuò Philip Zimbardo all’interno della prigione di Stanford. Secondo l’autore, che attraverso l’approfondimento “dell’effetto lucifero”, si domanda cosa renda cattive le persone e che lega il costrutto alla “ banalità del bene

o “banalità dell’eroismo”, è l’ambiente, che condiziona l’individuo a commettere atti discutibili, infatti qualora questo, definito come persona “normale” venga inserito all’interno di un contesto considerato marcio, riesce a sviluppare la capacità di diventare un aguzzino, così come presumibilmente è vero il contrario, trasformandosi in “eroe”. All’interno della serie, tutti i giocatori subiscono un infausto destino, eccetto uno. Questo parrebbe rappresentare un vero e proprio omicidio suicidio di massa, un “Mass murder” ossia l’uccisione di più persone sconosciute, contemporaneamente e nel medesimo luogo. All’interno del panorama criminale compiere omicidi di massa non è per nulla un atto sporadico, talune volte questi accadono anche in modo del tutto volontario, come nel nostro caso, a seguito di culti, credenze, obiettivi comuni, infatti, è possibile che un determinato gruppo sia disposto a seguire un leader che promette e soddisfa i loro bisogni. Uno dei più grandi omicidi di massa, relato a una comune credenza, fu quello che avvenne in Guyana nel complesso di Jonestown, nel novembre del 1978, per volere del leader carismatico del gruppo stesso, Jim Jones, ideatore del culto del “Tempio del popolo” e di quello che egli definiva “suicidio rivoluzionario”. Molti si suicidarono “volontariamente”, altri, coloro che non erano del tutto persuasi, furono costretti apertamente a togliersi la vita dallo stesso Jones. Durante l’ultima assemblea degli adepti, ingerirono una bevanda fruttata contaminata con il cianuro, valium, un anestetico (idrato di cloralio) e cloruro di potassio, depositata all’interno di un grosso bidone posto dinanzi a un tavolo con bicchieri e siringhe. Le madri facevano bere il composto ai loro figli, uccidendoli, dopo aver bevuto in modo ordinato, si disimponevano nei campi circostanti alla struttura per far posto agli altri, e quando qualcuno si lasciava prendere dal panico, il Leader li redarguiva, dovevano morire con dignità. Tutti furono uccisi, persino gli animali. Quando tutti ebbero bevuto, venne il turno anche delle guardie e dello stesso Jones che si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia. Morirono circa 900 persone, di cui 300 minori. Quello che oggi spaventa, a seguito della visione della nota serie è l’emulazione da parte dei più giovani ma non solo; Questa non è del tutto lontana da quelli che sono i timori prospettati. Ha preso avvio una vera e propria psicosi, una “Korean Waves”, soprattutto tra i nativi digitali, molti dei quali si trovano in età infantile, e dunque, non solo adolescenziale. Si tratta di minori che si ritrovano dinnanzi a uno schermo senza protezione, bombardati da violenza e aggressività normalizzata, sotto le mentite spoglie di un gioco, di videogioco, di un gadget. Normalizzare l’omicidio, la crudeltà, l’assenza di empatia e pietà non permette a menti in continua formazione di discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra ciò che è bene e ciò che è male, dove finisce la finzione e inizia la realtà, realtà contaminata dalla trasposizione dell’agire, mediante i giochi di ruolo all’interno della quotidianità. Il problema in se non è rappresentato dalla serie in questione, bensì dalla nuova del tutto errata “educazione pedagogica” cui stiamo assistendo, inermi. Dunque è davvero Squid game il problema? È davvero un film splatter, apparentemente come molti altri, a indignarci? O si tratta di un mero capro espiatorio per la cattiva fruizione che facciamo e consentiamo di fare ai nostri figli, dei media, delle pellicole, delle mode? D’altronde, sebbene sia vero che la serie è stata contraddistinta da un importante risonanza mediatica planetaria, esasperata, e per quanto tale risonanza influenzi l’agire, non si tratta dell’unico film di categoria. Non è che è proprio l’educazione in genere, tanto più quella digitale il tassello su cui ponderare e soprattutto lavorare? Bisognerebbe, per dirlo con le parole di Martha Nussbaum, iniziare a “Coltivare l’umanità”, alla solidarietà, alla compassione strettamente connessa all’altruismo, nonché alla pietà, elemento cruciale insito all’interno dei nostri sentimenti morali, così come ipotizza J.J. Rousseau, e non istruire, formare, diseducare a ciò che un tempo era aberrato tanto da scuoterci, e che oggi lascia indifferente persino dei bambini.

Dott.ssa Angela M. Grano

 

Riferimenti:

•Bandura A., Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene;
•Lewin K., Resolving social conflicts: selected papers on group dynamics;
•Nussbaum M., Coltivare l’umanità;
•Vygotsky, L., The Role of Play in Development;
•Wright James D.  , International Encyclopedia of the Social & Behavioral Sciences;
•Zimbardo P., Effetto lucifero;
•Zimbardo P., Memorie di uno psicologo.

La storia di Andrew Cunanan: l’omicidio di Gianni Versace

Andrew Phillip Cunanan fu uno spree killer, ossia un assassino compulsivo, noto all’opinione pubblica per essere stato l’artefice dell’omicidio dello stilista italiano Gianni Versace. Figlio di immigrati italo-filippini, Cunanan crebbe nella zona benestante di San Diego, California, distinguendosi durante gli anni scolastici sia per una spiccata propensione per le arti classiche sia per aver manifestato in più occasioni comportamenti violenti nei confronti degli altri studenti. È in questo periodo che Cunanan si dichiara apertamente gay, ostentando continuamente il proprio orientamento sessuale. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un bugiardo patologico, alla ricerca ossessiva di attenzione e notorietà. Nonostante dimostrasse una discreta intelligenza, Cunanan non terminò mai gli studi. Egli, piuttosto, spinto dal desiderio di fare molti soldi, in fretta e nel modo più semplice possibile, decise di intrattenere una serie di relazioni omosessuali con i propri amici e conoscenti basate sullo scambio di denaro e prestazioni sessuali, al fine di mantenere il proprio stile di vita particolarmente agiato. Cunanan infatti guida auto sportive, indossa abiti firmati, cena nei ristoranti più eleganti e partecipa agli eventi più esclusivi della città. Grazie alla sua intelligenza, riesce a spacciarsi per l’erede di una famiglia benestante e ad affermarsi come un gigolò di lusso, le cui prestazioni non solo sono molto richieste, ma anche estremamente costose. Per ragioni ancora non del tutto chiare, a partire dall’aprile del 1997, Cunanan – probabilmente a causa della sua dipendenza da eroina e cocaina – iniziò a uccidere i propri clienti e amanti più intimi. Il primo omicidio avvenne il 27 aprile 1997, quando Cunanan fracassò a colpi di martello il cranio dell’amico Jeffrey Trail; il secondo avvenne il 3 maggio del medesimo anno ai danni di David Madson, freddato da un colpo di una calibro 40; il terzo fu il giorno seguente, quando torturò e uccise il  settantaduenne Lee Miglin; il quarto avvenne il 9 maggio quando Cunanan, per rubargli l’auto, uccise William Reese e fuggì in Florida per far perdere le proprie tracce. La tristemente nota svolta della carriera criminale del giovane Cunanan avvenne il 15 luglio 1997, quando il celebre stilista Gianni Versace venne ritrovato in pieno giorno riverso sulla scalinata della propria residenza a Miami, ferito mortalmente da due colpi d’arma da fuoco alla nuca. In base alle ricostruzioni degli inquirenti, Cunanan conobbe Versace ad un evento mondano; si ipotizzò che lo stilista scambiò il ragazzo per qualcuno di conosciuto e Cunanan, bugiardo patologico e abile manipolatore, colse la palla al balzo e si spacciò per questa persona, avvicinandosi a Versace. L’epilogo della vicenda si ebbe il 23 luglio 1997, quando Cunanan, ormai braccato dalle forze dell’ordine, da tempo sulle sue tracce, venne trovato morto, presumibilmente suicida, all’interno della sua lussuosa casa galleggiante a Miami Beach. La vicenda, costellata da luci e ombre, non trovò mai una spiegazione vera e propria. Inizialmente, infatti, si ipotizzò che Cunanan avesse agito spinto dalla vendetta nei confronti dei suoi vecchi clienti, colpevoli di avergli trasmesso l’Aids; tuttavia, l’autopsia effettuata sul corpo del giovane escluse tale ipotesi in quanto Cunanan non risultò positivo al virus. In seguito, gli inquirenti formularono l’ipotesi secondo cui Cunanan scelse di uccidere spinto dalla propria avidità e dal desiderio di ottenere il successo che tanto agognava. 

📌 Curiosità: del caso si occupò anche Chico Forti, produttore televisivo italiano, che acquistò i diritti sull’accesso all’abitazione di Cunanan. Nel documentario da lui prodotto dal titolo “il sorriso della medusa”, Forti evidenziò diversi punti oscuri legati alla morte di Cunanan e al suo coinvolgimento nell’omicidio Versace, mettendo fortemente in discussione la versione formulata dalle forze dell’ordine statunitensi. È probabile che, proprio a causa di questo documentario, Forti sia stato coinvolto nell’omicidio di Dale Pike per cui sta attualmente scontando l’ergastolo presso il South Florida reception center di Doral. 

Dott.ssa Francesca Nola

Aborto e Giappone: la legalizzazione per fattori economici.

L’ifanticida Miyuki Ishikawa, l’ostetrica demone.

In Giappone l’aborto per motivi economici fu legalizzato già dal 1949. La legalizzazione avvenne a causa del boom delle gravidanze indesiderate dopo la Seconda Guerra Mondiale e della povertà delle famiglie che non riuscivano a prendersi cura del nascituro.
L’aborto in Giappone non solo è legale dal 1949, ma è uno degli strumenti più diffusi per regolarizzare le nascite a causa delle campagne di dissuasione portate avanti dai medici nei confronti della pillola anticoncezionale, la cui vendita è stata approvata solo nel 1999 ed è ancora oggi fortemente sconsigliata.
In Giappone, attualmente sono circa 160mila gli aborti praticati ufficialmente in un anno, ma si ritiene che in realtà siano molti di più, considerando che alcuni ambulatori non dichiarano questa tipologia di intervento, sia per garantire privacy alle minorenni che si sottopongono a questa pratica ma anche per ragioni fiscali. Tra le minorenni l’aborto è molto diffuso ed addirittura consigliato rispetto alla pillola, che viene prescritta difficilmente ed è particolarmente costosa.
Nello stesso periodo in cui venne legalizzato l’aborto, nacque la necessità di commemorare i bambini mai nati, per questa ragione in alcuni Templi, sono presenti delle piccole statuette, adornate da un grembiulino ed un copricapo rosso. Tali statuette, rappresentano i mizunoko (i bambini d’acqua), ovvero i bambini mai nati. Nei Templi, possiamo notare migliaia di statuette, quest’ultime rappresentano un business non indifferente. Le statuette, infatti, vengono acquistate e viene pagata una tassa per la loro manutenzione. Si dice che i Mizunoko siano costretti a restare sulle rive del Sai no Kawara, il fiume degli Inferi, e che non riescono ad attraversare il fiume a causa di demoni che gli impediscono il passaggio, impedendogli così di reincarnarsi. Jizo, è il guardiano di questi bambini, li protegge e li aiuta ad attraversare il fiume. I genitori di questi bambini mai nati, onorano Jizo per assicurarsi che il proprio bambino possa arrivare in paradiso.
Ma a spingere il governo giapponese a prendere la decisione di legalizzare l’aborto fu anche la vicenda di Miyuki Ishikawa, la più prolifica serial killer giapponese, che durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale uccise almeno 103 neonati.
Ishikawa nacque a Miyazaki nel 1897, si laureò all’Università di Tokyo e si sposò senza avere mai figli, ottenne un lavoro come ostetrica ed in seguito divenne direttrice del centro di maternità di Kotobuki.
Lavorando, Ishikawa si rese conto che molti genitori non erano in grado di crescere i neonati per le difficoltà economiche in cui vivevano. Per questo motivo, Ishikawa chiese aiuto agli enti di assistenza per le famiglie più disagiate, gli enti però rifiutano di aiutare le famiglie. Per aiutare quest’ultime, Ishikawa decise di uccidere i neonati. Da quel momento in poi nell’ospedale morirono molti bambini, l’ostetrica non li ammazzava personalmente ma lasciava che morissero di fame e di sete.
Ishikawa venne aiutata da un medico e da un suo assistente per falsificare i certificati di morte, coinvolse inoltre anche il marito. Convinta del fatto che stava aiutando le famiglie, Ishikawa decise di chiedere del denaro in cambio della morte del neonato, la cifra richiesta era tra i 4000 ed i 5000 yen. Soltanto agli inizi del 1948, le forze dell’ordine si insospettirono a causa dell’incremento del tasso di mortalità all’interno dell’ospedale. Le forze dell’ordine dimostrarono che le morti di neonati non erano accidentali ma intenzionali, per questo il 15 gennaio 1948 la Ishikawa insieme al marito vennero arrestati. Miyuki Ishikawa, suo marito e i medici responsabili, vennero giudicati colpevoli di omicidio. Tuttavia, a causa di un vuoto giuridico della legislazione giapponese nessuno degli imputati venne condannato a morte. Miyuki Ishikawa venne condannata a solo 8 anni di carcere, il marito ed i medici a 4 anni. Tutti gli imputati fecero appello contro la sentenza ed ottennero uno sconto di pena della metà degli anni a cui erano stati condannati.
Il caso dell’ostetrica demone non fu l’unico, prima di esso nel 1930 ad Itabashi si verificarono 41 infanticidi, nel 1933 Hatsutaro Kawamata venne arrestato per aver ucciso 25 bambini.

Dott.ssa Elena Novelli

Figlicidio materno: “Vite finite ancor prima di cominciare”.


L’essere madre porta con sé tante gioie ma anche difficoltà, paure e sofferenze. La teoria dell’attaccamento insegna come sia fondamentale la figura materna e l’accudimento e il nutrimento del proprio figlio per costruire una relazione madre-bambino stabile e sicura.
Al giorno d’oggi sarebbe meglio parlare di “sentimento materno”, piuttosto che di istinto materno, perché culturalmente e non biologicamente determinato. Infatti la maternità si caratterizza, in termini freudiani, dall’equilibrio della compresenza di spinte aggressive e spinte libidiche; se questo equilibrio viene a mancare può comportare ciò che viene definito “figlicidio materno”. La letteratura criminologica fa una distinzione sulla base dell’età della vittima: l’uccisione entro le 24h dalla nascita è denominata neonaticidio, mentre per infanticidio si intende l’uccisione di un bambino entro il primo anno di vita anche se spesso il termine viene utilizzato in modo più generico per indicare l’uccisione di un bambino in tenera età, infine quando si parla di figlicidio, si fa riferimento all’uccisione di un figlio da parte di un genitore, dal primo anno di vita in poi.
La prima importante tassonomia motivazionale del figlicidio, è stata realizzata dallo psichiatra Philip Resnick nel 1969, tutt’oggi le cinque categorie sono le più rappresentative:
1. figlicidio altruistico, il figlio viene ucciso perché la mamma vuole evitare una sofferenza futura come quella che ha vissuto in prima persona. Solitamente la stessa madre tenta il suicidio dopo aver commesso l’omicidio perché si trova in una condizione psicopatologica delirante;
2. figlicidio psicotico, il figlio viene vissuto come un persecutore, un’entità negativa da eliminare, perché la mamma soffre di un grave disturbo psicopatologico, come la schizzofrenia, o vivono una psicosi post-partum;
3. figlicidio del bambino non voluto, il figlio è frutto di una violenza o di una gravidanza non desiderata, di paternità incerta; solitamente la madre non ha instaurato alcun legame col figlio e vive angosce claustrofobiche;
4. figlicidio accidentale o “Fatal Battered Child Syndrome”, il figlio muore perché viene posto dalla madre in condizioni potenzialmente pericolose; in questi casi la madre trascura gravemente il bambino fino a condurlo alla morte, pur senza volerlo;
5. figlicidio come vendetta verso il coniuge, la cosiddetta “sindrome di Medea”, ovvero la madre uccide il proprio figlio per procurare sofferenza al proprio partner, a seguito di un tradimento, di un rifiuto o di un evento traumatico per la donna.
Ad oggi, a seguito di numerosi studi condotti soprattutto in Europa e in America, si è giunti a ritenere che i disturbi psicotici sono a più alto rischio di figlicidio e suicidio, rispetto ai disturbi depressivi post-partum, e che vi è un’elevata percentuale di disturbi di personalità tra madri autrici di figlicidio.
In conclusione possiamo dire che malgrado viviamo in una società come quella attuale, in cui il bambino viene tutelato e difeso da norme giuridiche specifiche, il fenomeno del figlicidio resta uno dei delitti che nell’opinione pubblica suscita un allarme sociale sempre più forte, sia perché queste azioni si verificano in un ambiente familiare sia per l’estrema efferatezza con cui spesso si manifesta la condotta omicida della madre.

Dott.ssa Anthea Grimaldi


*Testi consigliati:

“Medea tra noi. Le madri che uccidono il proprio figlio” di Giancarlo Nivoli
“Madri che uccidono: le voci agghiaccianti e disperate di oltre trecento donne che hanno assassinato i loro figli” di Matteo Villanova e Vincenzo Maria Mastronardi
“L’amore assassino. Storie di madri che uccidono” di Rosella Simone ed Ermanno Gallo.

Crimini violenti e basse temperature: quale correlazione?

La stagione torrida, almeno nel nostro paese, sta giungendo al termine ed è tempo di report, di statistiche. Nonostante la spensieratezza della stagione, alcune cose, alcuni crimini non smettono mai di accadere, anzi, lo sapevate che nelle stagioni più calde i crimini violenti, nonché gli omicidi, aumentano? Sapete che esiste una correlazione tra le basse temperature e la criminalità? Come è ben intuibile molti ricercatori hanno studiato il fenomeno, e una delle teorie più accreditate e più logiche è quella postulata da Marcus Felson e Lawrence Cohen, conosciuta come “Routine activity theory”. Secondo la teoria dell’attività di routine, un crimine viene commesso più spesso da chiunque ne abbia l’opportunità, dunque si concentra sulle caratteristiche del crimine, anziché del criminale. Grazie a tale postulato, che è diventato uno delle principali teorie criminologiche, è possibile prevenire il crimine attraverso la progettazione ambientale. Nel nostro caso, la bella stagione, influisce significativamente sulla routine, sulla nostra quotidianità, si è più spesso in giro, si fa più spesso uso di sostanze eccitanti, quali alcoliche, che rappresentano un deterrente per l’ innesco dell’attività criminale o omicidiaria. Una seconda teoria fa riferimento a quella che viene definita “la legge termica” del sociologo Adolphe Quetelet, teorizzata ben duecento anni fa. Secondo gli studi del sociologo, il caldo avrebbe la capacità di deteminare l’incremento degli omicidi. Da tale studio prese origine anche il pensiero di Cesare Lombroso e della sua fisiognomica. Secondo Lombroso e gli studi sull’eziologia dei delitti, gran parte delle nostre funzioni è influenzata dal calore, soprattutto la nostra psiche. Egli ovviamente, fa il tipico confronto tra le regioni del nord e del sud (per quanto discutibili e contestabili), in queste ultime secondo lo studioso, date le temperature più miti, l’azione termica produrrebbe inerzia, dispotismo, libertinaggio e dunque maggior propensione alla delinquenza. Sorvolando sulle teorie e differenze lombrosiane, il costrutto base è sempre uguale, l’oscillazione meteorologica e l’ omicidio. Sebbene queste teorie non siano mai state prese scientificamente in considerazione, le statistiche parlano chiaro, il tempo atmosferico incide sul nostro io, sia in ambienti naturali sia negli esperimenti di laboratorio. Una teoria, che si affianca alla precedente, fa riferimento al “General aggression model”  di cui è autore lo psicologo Brad Brushman. Seconto tale modello il caldo renderebbe le persone più irritabili e aggressive, provocando una ridotta capacità mentale e autocontrollo, determinata da quello che potrebbe essere definito un vero e proprio schock termico cui l’ individuo e il suo corpo devono adeguarsi. In tali momenti è possibile registrare un aumento di testosterone e adrenalina che aiutano a resistere alle temperature più calde ma che al contempo veicolano l’aggressività. Com’è facilmente intuibile, vi sono delle visioni contrastanti, e questo è il caso dello studio di Paul van Lange, dell’università di Amsterdam, secondo lo studioso il rapporto tra tempo atmosferico e aggressività non è del tutto rilevante o esaustivo, il tasso di criminalità estiva farebbe riferimento a fenomeni intrecciati ben più complessi quali autostima, mancanza di fiducia nel futuro e la mancanza di autocontrollo, già citata in precedenza. A tal proposito Van Lang ha sviluppato il modello Clash (Climate Aggression, and Self-control in Humans), in cui fa riferimento non solo al cambiamento delle temperature generale, ma a come queste si modificano nel corso dell’anno, tra oscillazioni e variazioni climatiche. Grazie alle numerosissime teorizzazioni, alcuni studi e articoli mettono in risalto l’incremento degli omicidi e della criminalità nelle più grandi città del mondo. Secondo un articolo del Journa Public Economics, che si occupa di osservare la criminalità nella città di Los Angeles, nei giorni sopra i 23° gradi gli omicidi così come la violenza domestica aumentano del 2%, e sopra i 31° la percentuale sale al 10%. In uno studio similare di origine greca, più del 30% degli omicidi avvenuti  nel loro territorio, si sono verificati in periodi in cui le temperature medie erano di circa 25°gradi, la metà di questi, invece, si è verificata con temperature fino a 30°gradi. La stessa FBI, ha ipotizzato uno scenario medesimo, facendo riferimento in particolar modo alle violenze domestiche e omicidi che aumentano con il caldo del 20% e si raddoppiano con temperature superiori ai 30°gradi. D’altronde molti degli omici più efferati si sono verificati d’estate, anche nel nostro paese, per citarne alcuni l’ omicidio di Sara Scazzi e Chiara Poggi, avvenuti entrambi in estate, ad agosto, persino molti degli efferati omicidi del famigerato mostro di Firenze si sono verificati per lo più nella stagione estiva, anche se in tal caso vi sono molte variabili da tenere in considerazione e valutare, che propendono verso uno studio certamente più approfondito e oculato. Anche nella letteratura e nella cinematografia, assistiamo alla proliferazione di testi e storie crime fantastiche che hanno come scenario le calde e festose estati e che prendono riferimento non solo dalla fantasia dell’autore,  ma da quella che è la realtà oggettiva, in cui si contrappongono la spensieratezza e la paura, il divertimento e il crimine. In ultimo, un riferimento è d’obbligo ai delitti di mafia, quelli di “Cosa Nostra”, avvenuti tra gli anni ’70 e ’90 con particolare riferimento agli omicidi di stampo mafioso più in vista di sempre, avvenuti con la “bella stagione,” dall’uccisione di Giovanni Falcone (23 maggio), Paolo Borsellino (19 luglio)  all’omicidio del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa (3 settembre) o a quella che venne definita “la strage dei picciriddi”, quattro ragazzini uccisi nel luglio del ’76 per aver rubato la borsa alla madre del boss Santapaola. Da tale scenario  ha avuto origine la commedia drammatica “la mafia uccide solo d’estate.” Guardando al futuro della nostra terra, uno scenario fantascientifico, ipotizzato dagli scienziati americani, sta lentamente prendendo piede, con riferimento al surriscaldamento globale cui andiamo incontro, tale cambiamento, stando alle modificazioni climatiche produrrà un maggiore tasso di criminalità e aggressività, scenario che potrebbe amplificare dei bisogni, dei disagi preesistenti, acuendoli, tornando a quel famoso antico costrutto latino di Plauto “homo homini lupus”.
E voi lo sapevate? Com’è stato il vostro umore e la vostra aggressività in questa torrida estate italiana ormai giunta al termine?

• Dott.ssa Angela M. Grano

L’esperimento sull’obbedienza all’autorità di Milgram: la banalità del male

L’esperimento dell’obbedienza all’autorità di Milgram fu un esperimento di psicologia sociale condotto dallo psicologo statunitense Stanley Milgram che nel 1961 non solo sconvolse l’opinione pubblica, ma diede anche adito a diverse polemiche, tanto che altri esperti del settore tentarono di riprodurlo, ottenendo però i medesimi sconcertanti esiti. Con il suo lavoro, il noto psicologo volle studiare il comportamento umano al fine di comprendere come un individuo reagisce e si comporta di fronte ad un ordine contrario a quelli che sono i valori etici e morali fondamentali. Non a caso, Milgram decise di compiere il proprio esperimento nel momento in cui erano in corso i grandi processi europei a carico dei generali nazisti; infatti, solamente 3 mesi prima dell’inizio dell’esperimento, si tenne a Gerusalemme il processo a carico del criminale di guerra Adolf Eichmann. Per molti studiosi, la vera domanda alla base dell’esperimento di Milgram era “è possibile che i nazisti abbiano compiuto atti orribili solamente perché stavano eseguendo degli ordini?” 
L’esperimento si svolse con partecipazione su base volontaria mediante la pubblicazione di un annuncio su un giornale locale e il campione finale comprendeva tra i 20 e i 50 partecipanti, tutti uomini, di varia estrazione sociale. Una volta composto il gruppo, si diede inizio alla fase iniziale: in questo frangente, lo sperimentatore e il proprio assistente, tramite un sorteggio pilotato, fingevano di estrarre a sorte chi avrebbe impersonato “l’allievo” e chi “l’insegnante”. Chi partecipava all’esperimento, essendo all’oscuro di ciò, veniva sempre scelto per fare l’insegnante, mentre al complice spettava il ruolo dell’allievo. Dopodiché, si passava alla vera e propria fase pratica del progetto. Tutti i partecipanti venivano condotti presso una stanza e fatti accomodare alle rispettive postazioni: l’insegnante dinanzi quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica formato da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali vi era segnalata la tensione, dai 15 V del primo ai 450 V dell’ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti diciture: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX ad indicare una scossa potenzialmente mortale. Per far sembrare il tutto ancora più reale, all’insegnante veniva fatta percepire una scossa elettrica minima (45 V) affinché si rendesse conto dell’effettiva inflizione e della potenza delle scariche elettriche in questione. Una volta fatto questo, gli venivano indicati i suoi compiti: nella prima fase, l’insegnante doveva leggere all’allievo una coppia di parole che quest’ultimo avrebbe dovuto memorizzare; nella seconda fase, doveva ripetere una serie di parole, tra cui quelle riferite nella fase precedente, e l’allievo avrebbe dovuto indicare quelle corrette; nella terza ed ultima fase, doveva verificare che la risposta fornita dall’allievo fosse corretta e, in caso contrario, infliggergli una scossa, aumentandone l’intensità ogni volta che questi commetteva un errore. Per quanto riguarda l’allievo, veniva fatto sedere su una sedia alla quale veniva poi legato tramite dei lacci (una sorta di riproduzione della sedia elettrica) e gli venivano applicati degli elettrodi al polso, a loro volta collegati ad un generatore di corrente. Il suo compito era quello di rispondere alle domande dell’insegnante e di fingere di ricevere ad ogni errore una scossa elettrica, (che ovviamente non gli veniva inflitta per davvero) spesso anche con urla e gemiti proporzionati alla scossa idealmente subita. La terza ed ultima figura che completava il tutto era “lo sperimentatore”, al quale spettava il compito di incitare in modo continuo e pressante l’insegnante ad infliggere scariche elettriche a voltaggio sempre più altro mediante l’utilizzo di frasi come “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui” e “non ha altra scelta, deve proseguire”. Al termine dell’esperimento, il grado di obbedienza fu misurato basandosi sul valore dell’ultimo interruttore spinto dall’insegnante prima che interrompesse volontariamente la prova (ossia il voltaggio più alto di scossa inflitta) o qualora si fosse spinto fino all’ultimo interruttore, quello letale. Che ci crediate o no – contrariamente alle aspettative – una buona percentuale degli individui sottopostisi all’esperimento, sebbene mostrarono segni di tensione e manifestarono verbalmente il loro dissenso, si spinse verso i voltaggi più alti. Gli sconcertanti esiti vennero spiegati in relazione ad alcuni fattori, quali ad esempio l’obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, ossia quel particolare stato in cui il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini e, in quanto tagli, privi di ogni responsabilità perché frutto di volontà superiori. Tuttavia, si notò che l’influenza dell’insegnante sull’allievo variava a seconda della distanza tra allievo e insegnante e di quella tra insegnante e sperimentatore; vennero infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l’insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra. Nel primo livello di distanza, il 65% dei soggetti andò avanti sino alla scossa letale; nel secondo livello il 62,5%; nel terzo livello il 40%; nel quarto livello il 30%. Alla luce di ciò, le conclusioni estrapolate da Milgram con questo esperimento furono che anzitutto il soggetto agisce in maniera diversa qualora sia spinto dall’autorità, ma anche che il grado di obbedienza varia in base a diversi fattori. Dunque, ogni situazione è caratterizzata da una sua ideologia che definisce e spiega il significato degli eventi che vi accadono, e fornisce la prospettiva grazie alla quale i singoli elementi acquistano coerenza. Con tale stravolgimento del significato di “situazione”, è possibile che l’insegnante entri nel c.d. “stato d’agente” in cui il soggetto si percepisce come mero strumento della volontà altrui, spogliandosi di qualsiasi tipo di responsabilità rispetto alle proprie azioni. Le critiche non tardarono ad arrivare. Nel 2011, la studiosa Gina Perry mise in discussione i risultati ottenuti da Milgram poiché frutto di un inganno; nell’archivio personale di Milgram vennero ritrovato dei documenti secondo cui alcuni insegnanti, a seguito di urla strazianti da parte degli allievi, reagirono con sonore risate. Tuttavia, l’esito dell’esperimento venne confermato anche da studi successivi, come quelle di David Rosenhan, e ad oggi rappresenta una delle colonne portanti della storia della psicologia sociale, nonché della criminologia poiché alla base di comportamenti devianti commessi da individui considerati perfettamente “sani” e “integrati” spesso vi è una volontà superiore.

• Dott.ssa Francesca Nola

Serial killer: Cosa si nasconde dietro un pluriomicida?

Il serial killer o assassino seriale è un ‭pluriomicida‬ di natura ‭compulsiva‬, che uccide persone spesso totalmente estranee senza o con regolarità nel tempo e con un ‭modus ‬operandi‭ caratteristico. La natura compulsiva‬ dell’azione, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera ‭emotivo-sessuale‬.
Il termine serial killer è piuttosto recente, ma il fenomeno è risalente nel tempo: gli assassini seriali ci sono sempre stati, anche se l’omicidio seriale non veniva riconosciuto e definito come tale ed anche se può sembrare un fenomeno dei nostri tempi visto
che, oggi, se ne sente parlare così di frequente. Certamente gli imperatori Nerone e Caligola erano degli assassini seriali in piena regola: uccidevano per il solo gusto di sperimentare nuove emozioni, quando erano annoiati dalla monotonia della vita
quotidiana.
Con il termine serial killer non si vuole
indicare neppure chi compie semplicemente più omicidi, chi uccide più persone in uno stesso momento (pluriomicidi) o in tempi successivi (assassini recidivi), alla stregua del significato che si è imposto nel linguaggio comune e dei media; costoro non sono in senso stretto serial killer. Gli assassini seriali sono altra cosa e chi è “del
mestiere”, cioè chi si occupa di criminologia e di psicopatologia forense, ha tradizionalmente usato questo termine per indicare soltanto coloro che hanno ucciso più persone in momenti successivi, per
il ripetersi di una particolare motivazione: “la distruttiva e sadica associazione di sesso e morte”.

‭Il periodo che intercorre tra un omicidio e l’altro viene definito “periodo di raffreddamento emotivo o intervallo emotivo”, il quale serve al seriale per rielaborare e rivivere il piacere ricevuto dal primo omicidio eseguito perché si nutre del ‬
‭piacere derivato da quel tipo di azione, un piacere che gradatamente nel tempo va scemando fino al desiderio del nuovo impulso omicida, quel bisogno a ricercare nuovamente quel tipo di piacere, che può durare anche un numero molto elevato di anni che sono funzionali al seriale per elaborare le conseguenze del crimine per poter condurre una vita pressoché serena, tranquilla e normale tra un omicidio e l’altro.‬

Nell’ultimo secolo l’omicidio seriale è diventato particolarmente evidente, sia a causa di un notevole incremento numerico degli assassini seriali, sia a causa della maggiore attenzione prestata dai mass media a casi di questo genere.
Fino all’inizio degli anni ’80, il termine serial
killer non esisteva e questo tipo di criminale veniva genericamente definito multiple killer (assassino multiplo). Sotto questa denominazione erano raggruppati tutti gli assassini che uccidevano più di una vittima, senza però operare alcuna distinzione fra i diversi eventi delittuosi. L’espressione serial
killer venne coniata negli Stati Uniti, dagli agenti dell’F.B.I.; la paternità di questo termine non è casuale, dato che gli Stati Uniti presentano il numero più alto di assassini seriali nel mondo. La definizione data dall’F.B.I., che tuttavia si rivela minimalistica, è la seguente: “un serial killer è un soggetto che uccide più persone, generalmente più di due, in tempi e luoghi diversi, senza che sia immediatamente chiaro il perché, anche se lo sfondo sessuale del delitto è quasi sempre riconoscibile”.
Non deve perciò stupire che, generalmente, si identifichi il serial killer con l’omicida sadico che rapisce le sue vittime e le uccide secondo un rituale di ferocia, che può prevedere ogni genere di sevizie, torture e violenze sessuali pre o post mortem, compresi fenomeni di cannibalismo, vampirismo e necrofilia.
Occorre, però, specificare che il legame sesso-violenza è si un movente fondamentale del meccanismo psicodinamico dell’assassino seriale, ma è altresì soltanto una parte, seppur la più consistente, dell’ampio ventaglio di motivazioni alla base del comportamento omicidiario seriale.

La differenza tra un omicida “qualunque” e un serial killer è nel momento in cui uccidono qualcuno: quando una persona qualunque, in preda ad un istinto passionale, piuttosto che ad un bisogno utilitaristico, uccide un’altra persona è portata a distanziarsi velocemente fisicamente da quel corpo perché prova un profondo senso di aberrazione, di disgusto, di dispiacere per il cadavere e
soprattutto prova un profondo senso di frustrazione rispetto a se stesso per il gesto che ha compiuto, quindi nutre l’esigenza di distanziarsi da quella morte, anche fisicamente. Il serial killer invece raggiunge il massimo del piacere nel momento successivo all’uccisione della vittima, traspone su quel corpo la sua personalità, perché ha bisogno di rimanere in contatto con quel corpo, infatti non se ne distanzia, spesso lo tocca, lo manipola, dispone il corpo privo di vita come vuole, agendo sullo stesso.
‭Tutti i serial killer hanno l’impulso irresistibile a ricercare un contatto diretto con la morte ed è proprio ‬questo impulso ‭necromanico ‬a motivare ripetutamente il seriale ad uccidere. Molti SK amano avere rapporti sessuali con i propri cadaveri, qualcuno di loro porta via con sé delle parti del corpo, qualcuno conserva i feticci come trofeo.

Nei crimini seriali, la scena del crimine rappresenta un’ enorme fonte di acquisizione di informazioni, sia per il principio dell’interscambio di Locard, sia perché col ripetersi degli omicidi, il SK inevitabilmente racconta agli investigatori qualcosa di sé.
Quindi per comprendere il comportamento seriale dobbiamo analizzare il ‭modus operandi‬, cioè la modalità con la quale un assassino mette in atto il comportamento illecito ed assume i passaggi necessari al compimento del reato:

  • la scelta di una specifica arma e la scelta di una specifica modalità, nel corso della sua carriera in serial killer modifica il proprio m.o. perché c’è la crescente possibilità di dar voce ai propri bisogni;
  • la cosiddetta signature,‭ la firma, ‬che non rappresenta un comportamento indispensabile per portare a compimento l’azione criminale. Evidenzia, piuttosto, un bisogno psicologico profondo, un messaggio più o meno consapevole lanciato agli investigatori e, come tale, si presenta con costanza nei successivi delitti quasi come‭ il biglietto da visita del criminale‬, cioè quel qualcosa che ci permette di attribuire un determinato delitto ad una specifica mano e attraverso la quale possiamo ricondurre tutti gli omicidi all’agire di una sola persona, quindi è quell’elemento fisso e immutabile;
  • lo ‭staging‬ è l’alterazione o manipolazione volontaria della scena del crimine e della disposizione della vittima, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il seriale sposta, manipola nuovi oggetti, porta via cose o addirittura fa delle azioni che alterano la lettura della scena del crimine per fare in modo che quando arrivano le forze dell’ordine possono non comprendere o perdere dei segnali significativi;
  • l’‭undoing‬, cioè tutti quei comportamenti che il serial killer pone in essere sulla scena del crimine che sono riconducibili ad una sorta di rimorso dell’omicida che cerca di ricomporre il corpo, di restituire dignità alla vittima post mortem, di conseguenza mette in pratica delle azioni di riparazione come, ricoprire il volto della vittima, spostare il corpo, ricomporlo in una posizione di dignità;
  • forensic awareness, altro elemento fondamentale del comportamento dell’assassino, che può essere definito come l’attenzione del criminale a tutti quegli accorgimenti prima, durante e dopo la commissione del reato, finalizzati a non lasciare tracce o indizi che possano far risalire alla sua identità;
  • in fine l’‭overkilling‬, il cosiddetto accanimento oltre la morte, quell’accanimento esasperato sulla vittima, per esempio infliggendo una serie infinita di colpi di arma da punta e taglio o comunque con delle azioni lesive fortemente deturpanti per il corpo, l’intimità di quel corpo che sono null’altro che la trasposizione dei bisogni emotivi che il killer proietta sul corpo della vittima.

Caratteristica del modus operandi è quella che evolve con il tempo, ovvero con l’evoluzione psicologica comportamentale del criminale, perché se un criminale cresce rispetto alle proprie esperienze esistenziali, rispetto alla sicurezza che gli deriva dal suo comportamento criminale, rispetto alla soddisfazione, cresce rispetto a quella che è la sua padronanza, sicurezza, serenità, anche rispetto al proprio comportamento criminale parallelamente crescerà anche nel metodo, quindi la personalità che il soggetto rifletteva nella prima azione omicidiaria va evolversi, la personalità che si traspone nel primo atto è diversa dalla personalità che si traspone nel secondo atto, seppur rimarranno sempre costanti degli elementi che ci permetteranno di ricondurre quell’azione alla stessa mano.
Un esempio è il Mostro di Firenze.

Per i ricercatori, l’omicidio seriale rappresenta una modalità comportamentale unica e originale, che fonda le proprie radici e si alimenta nella violenza. Possiamo concludere dicendo che il comportamento criminale è comunque un comportamento umano, pertanto costituito da un’integrazione tra eredità e ambiente.

Dott.ssa Anthea Grimaldi