L’esperimento carcerario di Stanford di Zimbardo

Nel 1971 lo psicologo statunitense Philip Zimbardo decise di condurre presso l’Università di Stanford, in California, uno degli esperimenti più controversi della storia della psicologia sociale, volto a dimostrare che anche individui perfettamente normali, posti in un determinato contesto, possono assumere comportamenti devianti. L’intento era quello di monitorare il comportamento umano in una società in cui gli individui sono classificati base al gruppo di appartenenza al fine di dimostrare che il singolo, posto in un gruppo coeso, tende a perdere l’identità personale, la responsabilità e la consapevolezza, mentre sembrerebbe aumentare la presenza nello stesso di impulsi antisociali. L’esperimento consistette nel ricreare all’interno del seminterrato dell’Università un carcere simulato; ai volontari che scelsero di sottoporsi all’esperimento (24 studenti, maschi, bianchi, tutti bravi ragazzi) vennero assegnati i diversi ruoli di detenuti e guardie carcerarie. Al loro arrivo, i prigionieri vennero spogliati, perquisiti, gli vennero fornite delle ampie divise su cui era stato apposto un numero di matricola e una calza in nylon da indossare sulla testa, gli fu applicata una catena alla caviglia e furono condotti in cella; le guardie indossavano delle uniformi, occhiali riflettenti e avevano in dotazione manganello, fischietto e manette, dopo 8 ore potevano tornare alle proprie abitazioni, come un vero e proprio turno di lavoro. L’abbigliamento non era casuale. In entrambi i casi, gli abiti avevano come effetto quello di deindividualizzare l’altro; da un lato, infatti, spingeva i gruppi ad essere più coesi tra loro, dall’altro alimentava la visione distorta dell’altro. Le guardie infatti avevano occhiali scuri che impedivano il contatto visivo, non ne era indicato il nome sulle uniformi ed erano dorate di “armi”, mentre i detenuti venivano spersonalizzati mediante l’oscuramento del volto, l’assegnazione del numero e le grandi casacche. Uno degli aspetti principali fu che alle guardie fu concessa ampia discrezionalità, tra cui anche la libertà di redigere un regolamento a cui i detenuti dovettero sottostare. I risultati dell’esperimento furono a dir poco sconcertanti: dopo soli due giorni si verificarono i primi episodi violenti. I detenuti si coalizzarono e misero in atto una ribellione contro le guardie, le quali, a loro volta, risposero con un inasprimento del codice di condotta e mettendo in atto comportamenti sempre più violenti e vessatori: queste infatti umiliarono, derisero e maltrattarono i detenuti in qualsiasi modo, dal costringerli a cantare delle canzoni oscene e sequestrargli i vestiti, fino ad obbligarli a defecare in un secchio e a pulire i bagni a mani nude. Il terzo giorno venne consentito l’accesso alla struttura ad un cappellano – come avviene nelle vere carceri – al fine di permettergli di esercitare le sue funzioni: al momento del colloquio con i detenuti, nel chiedergli i loro nomi questi rispondevano con il numero di matricola. Il quarto giorno venne allestita una “commissione” con a capo uno dei collaboratori di Zimbardo, che aveva il compito di stabilire chi, in base al comportamento tenuto, potesse usufruire del beneficio di abbandonare anticipatamente il carcere. Fu chiesto ai prigionieri se fossero disposti a continuare l’esperimento o se preferissero abbandonare, rinunciando ai 250$ inizialmente promessagli; tutti i detenuti scelsero di lasciare immediatamente il carcere, ma quando il capo della commissione disse che gli avrebbe fatto sapere quanto disposto in merito alle loro richieste, tutti, invece di abbandonare l’Università e fare rientro alle loro case, rescindendo il contratto che di fatto già avevano manifestato di voler concludere, tornarono direttamente in cella. Uno dei fatti più curiosi fu proprio questo: sebbene fosse chiaro dal principio che i volontari avrebbero potuto scegliere di sottrarsi in qualsiasi momento dall’esperimento, nessuno interruppe la simulazione. Solo due studenti furono prelevati dalla “prigione”: uno a seguito di un crollo nervoso, episodio che scatenò perfino teorie complottiste all’interno del carcere, ove persistette per giorni la convinzione che questo ragazzo stesse pianificando una rivolta dall’esterno; l’altro venne prelevato a seguito di un problema medico e, nel momento in cui ebbe un crollo nervoso, lo stesso Zimbardo gli ricordò che era solo un esperimento e che avrebbe potuto andarsene in qualsiasi momento, il giovane sembrò quasi riprendere conoscenza, risvegliarsi dopo un lungo sonno e disse di volersene andare. Molti dei volontari infatti erano ormai totalmente immedesimati nei loro ruoli, convinti di essere realmente prigionieri e carcerieri: il loro rapporto con la realtà era evidentemente compromesso e comparvero i primi scompensi emotivi, ossia quello che viene chiamato “restringimento del sé”. Dopo il quinto giorno il direttore del carcere (lo stesso Zimbardo) e le guardie riuscirono a stento a contenere un tentativo di evasione da parte dei detenuti. Le guardie erano ormai diventate ingestibili, manifestavano delle tendenze sadiche si concedevano con maggiore frequenza ad atteggiamenti sempre più violenti nei confronti dei detenuti. Fu proprio per questo motivo che l’esperimento non venne portato a termine: infatti, per gli effetti nefasti prodottisi fino a quel momento, i ricercatori scelsero di interrompere la simulazione che, invece di durare due settimane, cessò all’alba del sesto giorno. È tuttavia probabile che l’esperimento sarebbe continuato se non fosse stato per l’intervento di una collaboratrice di Zimbardo che, attestato lo stato di degrado che si era venuto a creare, nonostante il disappunto dei ricercatori coinvolti e dello stesso Zimbardo, minacciò di denunciare tutto al rettore se non avessero interrotto la simulazione. Le conclusioni tratte da questo esperimento dimostrarono che in un contesto istituzionale, come può essere quello carcerario, in cui si assume un ruolo di controllo sugli altri, l’individuo può essere indotto ad assumere come regole predominanti quelle dettate dell’istituzione stessa, a discapito delle normali regole di condotta. Questo processo viene definito come deindividualizzazzione, che comporta una diminuzione de senso di sé e un aumento dell’identificazione negli scopi e nelle idee del gruppo di appartenenza. Le tesi alla base di questo esperimento vennero analizzate da Zimbardo in un suo saggio del 2007 intitolato “L’effetto Lucifero”.

Dott.ssa Francesca Nola

SCIENTOLOGY: Cosa si nasconde dietro la religione del governatore galattico “Xenu”?

“L’uomo è addormentato. È ipnotizzato. In Scientology inverti il processo e lo sveglierai.”, queste sono le parole di L. Ron Hubbard, scrittore di fantascienza che nel 1954, grazie alle sue idee fonda Scientology.
Ron Hubbard, nella sua vita ha dimostrato di avere una personalità squilibrata, basti pensare che negli anni 60 fece vari esperimenti per dare vita a un Anticristo e che quando la seconda moglie lo minacciò di lasciarlo se non avesse chiesto aiuto a uno psicologo, rapì la loro figlia e chiamò la moglie dicendo di aver ucciso la bambina facendola a pezzi. Hubbard confessò alla moglie che non era vero soltanto dopo alcuni giorni.
Il simbolo di Scientology è composto da una S che si sovrappone a due triangoli. La S è l’iniziale di Scientology mentre i triangoli rappresentano dei concetti importanti della religione. Il triangolo inferiore sta ad indicare la comprensione, quello superiore rappresenta invece conoscenza, responsabilità e controllo.
Il culto principale di Scientology riguarda la liberazione dell’anima, chiamata “thetan”.
Il “thetan” è un’entità immateriale, che si è reincarnata varie volte. Questa entità non riesce a realizzarsi a causa delle immagini traumatiche e negative vissute nelle vite precedenti chiamate “engram”.
Per liberare l’anima dagli engram la tecnica utilizzata da Scientology è quella dell’auditing.
Durante l’auditing, l’auditor utilizza un macchinario che misura le cariche elettriche per individuare gli engram, questo macchinario è chiamato “E-meter”. Grazie all’auditing e questo particolare macchinario è possibile eliminare gli engram. Eliminando gli engram, il fedele avanza di livello.
In Scientology, infatti sono diversi i livelli che un fedele deve superare, i principali sono il Preclear, Clear e Operating Thetan. Per progredire oltre all’auditing è necessario studiare del materiale fornito da Scientology come gli scritti di Hubbard. Tuttavia, le sessioni di auditing e il materiale fornito sono a pagamento e raggiungono costi spropositati, promettendo superpoteri come la telepatia e la lettura di libri a chilometri di distanza.
La religione che i fedeli apprendono, grazie al materiale fornito, è quella di “Xenu” un governante galattico alieno. Xenu 75 milioni di anni fa, governava tutti i pianeti di questa galassia, inclusa la Terra. Il problema di Xenu era la sovrappopolazione, per questo creo un piano. Radunò miliardi di persone, iniettò loro una miscela di alcohol e glycol per paralizzarli. Li mise a bordo di alcuni aerei e li imprigionò sulla Terra, alle pendici di vulcani, lì uccise tutti con delle bombe all’idrogeno. Tuttavia, poteva distruggere i corpi ma non l’anima per questa ragione dovette intrappolare le anime in delle scatole. Una volta intrappolate proiettò su queste anime dei filmati per diversi giorni, filmati che mostravano immagini false come Dio, il Diavolo e Gesù Cristo. Una volta abbandonato le scatole, le anime si sarebbero conglomerate a centinaia nella convinzione di essere tutte uguali prendendo possesso di pochi corpi rimasti sulla Terra dopo la catastrofe. Perciò ad oggi ognuno di noi è pieno di questi conglomerati chiamati “body thetans”, Scientology con il suo percorso ti offre la possibilità di rimuoverli.
Ma cosa si nasconde dietro questa “chiesa”?
Secondo alcuni esperti, i seguaci di Scientology vengono indotti a frequentare corsi sempre più onerosi, duranti i quali vengono sottoposti a stress fisici (lavori logoranti e diete ipoproteiche) e psicologici (letture forzate, pressioni e intimidazioni), lo scopo sarebbe quello di ridurre gli adepti in uno stato di totale soggezione.
Le testimonianze degli ex adepti sono sconcertanti.
Pedinamenti, minacce, molestie.
Secondo alcuni ex membri, uscire dalla setta è molto difficile.
Infatti, gli adepti che nutrono dei dubbi vengono portati in un luogo chiamato “buco”. Si tratta di un vero e proprio campo di prigionia con porte sbarrate, grate alle finestre, uscite presidiate. All’interno di questo luogo i metodi “rieducativi” consisterebbero in percosse, lavori forzati, pratiche umilianti.
Un dirigente racconta che è stato costretto a restare sotto la corrente gelida di un condizionatore mentre gli veniva lanciata dell’acqua, una donna racconta di essere stata picchiata finché non ha confessato di essere lesbica, e un altro membro che è stato costretto a leccare il pavimento del bagno per mezz’ora.
Negli Stati Uniti nel 2009, L’FBI indagò Scientology per violazione dei diritti umani, e nello stesso anno altri due ex membri fecero causa alla chiesa accusandola di lavori forzati. Il giudice si espresse a favore di Scientology, perché il Primo Emendamento protegge le religioni e le loro pratiche, portando l’FBI alla chiusura del caso nel 2011. Scientology riconosce di avere un sistema disciplinare per i suoi iscritti ma dichiara che non esiste un luogo simile al “buco”.

Dott.ssa Elena Novelli

Fattori di vulnerabilità delinquenziale: perché alcuni individui reagiscono con condotta criminosa ed altri no?

Perché alcuni individui rispondono con condotta criminosa a fattori delinquenziali, mentre altri, nelle medesime condizioni socio-economiche ed ambientali, rimangono conformi alle norme?
A tal proposito sono molte le spiegazioni fornite in letteratura da parte delle teorie individualistiche, psicologiche e psicosociali, ovvero: presenza di disturbi di personalità, conflitti interiori, frustrazioni, complessi della personalità, e molto altro, però queste caratteristiche non sono sufficienti a spiegare il “perché si delinque”.
La risposta al quesito posto, viene fornita nella seconda metà del Novecento dalle teorie multifattoriali dell’integrazione psicoambientale, le quali considerano contestualmente i vari fattori criminogeni individuali, somatici e/o psichici, e li indica come “componenti di vulnerabilità individuale” rispetto a fattori ambientali integrati con le “componenti di vulnerabilità ambientale”, legati a vari fattori sociali ai quali gli individui sono esposti.
Tra le teorie multifattoriali di maggior rilievo al fine di una più concreta spiegazione dell’argomento vi sono: la teoria non-direzionale dei coniugi Glueck, la teoria dei contenitori di Reckless e la teoria del controllo o del condizionamento sociale di Hirschi.

  • Teoria non-direzionale dei Glueck -> identifica i fattori familiari-situazionali e i fattori individuali più frequenti nei delinquenti minorenni. I risultati dopo 20 anni di ricerche hanno condotto a fattori nella maggior parte dei casi comuni tra i soggetti: dal punto di vista fisico, erano soggetti di costituzione robusta e muscolosa, con temperamento irrequieto ed impulsivo, con atteggiamenti ostili, rivendicativi, cresciuti in famiglie con poca coesione, con basso livello di aspirazione e scarsi valori sociali, infine l’atteggiamento dei genitori era o troppo severo o troppo permissivo, quindi non idoneo a fungere da modello di identificazione e a fornire una buona socializzazione.
  • Teoria dei contenitori di Reckless -> si prefigge l’obiettivo di spiegare il comportamento individuando quei fattori che favoriscono il contenimento della condotta nell’ambito della legalità. Reckless distinse i contenitori interni, rappresentati da aspetti psicologici più idonei a favorire l’interazione sociale, ovvero: autocontrollo, forza di volontà, tolleranza alle frustrazioni, senso di responsabilità, adeguata socializzazione; dai contenitori esterni, rappresentati dall’insieme delle caratteristiche dell’ambiente nel quale il soggetto vive, ad es. aspettative di successo sociale legate al ceto, alle relazioni, alla professione. Il sociologo e criminologo americano Reckless è giunto alla conclusione che quanto maggiori sono le prospettive di successo tanto più gli individui utilizzano mezzi legittimi per raggiungere i propri obiettivi, anche se i contenitori interni sono carenti, perché le variabili psicologiche e le variabili ambientali si integrano; mentre se i contenitori sia interni che esterni sono deboli, prevalgono stimoli che favoriscono un comportamento deviante.
  • Teoria del controllo o del condizionamento sociale di Hirschi -> Trevort Hirschi ritiene che in ogni individuo vi siano “spinte devianti” e che questo sia normale, il suo obiettivo è comprendere quali sono i fattori che impediscono l’adempimento del crimine. Per comprendere tali fattori studia la socializzazione, intesa come controllo o legame sociale, all’interno dei rapporti sociali, ed individua 4 fattori:
  • Attaccamento, con riferimento ai rapporti familiari, amicali, con i compagni di classe, ecc;
  • Impegno in attività convenzionali;
  • Coinvolgimento nelle mete socialmente approvate, come trovare un buon lavoro e assumere uno stile di vita responsabile;
  • Fede nella validità morale delle norme sociali.

Il nostro lavoro di ricerca è stato incentrato su una delle due prospettive ideologiche della sociologia criminale del dopoguerra, ovvero la criminologia del consenso, che incorpora teorie con la prospettiva di ricondurre i soggetti devianti e criminali alla conformità sociale, ovvero all’accettazione delle norme istituzionali e sociali. Abbiamo quindi tralasciato le teorie del conflitto, incentrate sui conflitti tra diverse classi sociali.
In conclusione con questo lavoro di sintesi abbiamo voluto delineare le cause della condotta criminale e i fattori di vulnerabilità dell’individuo che favoriscono le scelte delinquenziali in taluni soggetti.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

Il delitto di tortura nell’ordinamento italiano: norma di legge o utopia giuridica?

Con la Legge n. 110/2017, l’Italia ha finalmente dato attuazione agli obblighi di tutela penale di natura sovranazionale derivanti dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1989. Tale legge ha infatti consentito l’introduzione degli articoli 613-bis e 613-ter all’interno del codice penale nazionale, che puniscono rispettivamente la tortura e l’istigazione del pubblico ufficiale a commettere tortura. Tuttavia, le disposizioni in esame, nonché la stessa legge, presentano diversi profili problematici che all’epoca diedero adito a numerosi rilievi critici.
Anzitutto, la dottrina evidenziò come il legislatore scelse di configurare il nuovo delitto di tortura come una fattispecie a disvalore progressivo – precisando così una già specifica scelta di politica criminale e distaccandosi dalle indicazioni fornite dagli organi internazionali – poiché il delitto di tortura così come attualmente previsto incrimina sia le ipotesi di c.d. “tortura comune”, commessa cioè nell’ambito dei rapporti tra privati, sia quelle di c.d. “tortura di Stato”, ossia commessa nell’ambito dei rapporti “verticali” tra chi agisce in nome e per conto dello Stato e il normale cittadino.
Un altro aspetto discutibile attiene al primo comma dell’articolo 613-bis c.p. in cui si descrive il delitto di tortura come una fattispecie di reato comune, che può quindi essere commessa da chiunque e non unicamente da soggetti che abbiano particolare rapporto con la vittima o che rivestano una determinata qualifica a differenza di quanto imposto dalle convenzioni internazionali. Invero, il cuore del problema risiede nella qualificazione del soggetto passivo: questo viene infatti individuato nella “persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa”. Questa definizione evidentemente stride con quella che la stessa norma fornisce del soggetto attivo, poiché se da un lato non viene richiesto alcun tipo di rapporto tra autore e vittima, dall’altro la qualificazione dei soggetti passivi limita fortemente l’applicazione in concreto della norma, circoscrivendone l’operatività unicamente a quei casi in cui sia presente ed apprezzabile un rapporto qualificato con il soggetto passivo.
Rispetto alla condotta del reato, la norma richiede in alternativa che vengano usate violenze o minacce gravi, oppure che si agisca con crudeltà. Viene infatti precisato che per potersi configurare il delitto di cui all’articolo 613-bis, il fatto deve essere commesso con più condotte e che queste debbano potersi ritenere gravi. Sotto questo profilo, una delle critiche più dure mosse al testo normativo attiene proprio al fatto che, così facendo, il legislatore scelse consapevolmente di escludere dall’ambito di applicazione della norma la singola violenza o minaccia, snaturando il reato e precludendone l’applicazione a tutta una serie di forme moderne di tortura; inoltre, richiedendo la norma che le torture siano gravi, si escludono automaticamente tutte quelle condotte che si caratterizzano per la particolare tenuità, ma non per questo meno gravi o tollerabili dall’ordinamento. Un ulteriore criticità riguarda il secondo comma dell’articolo 613-bis c.p. che punisce la tortura perpetrata dai pubblici ufficiali o dagli incaricati di pubblico servizio. A riguardo va ricordato che la lacuna vera e propria del nostro ordinamento era relativa proprio a questo tipo di tortura, di cui negli anni non sono mancati eclatanti esempi e per cui più volte le Corti internazionali hanno condannato l’Italia. Se da un lato, per la definizione della condotta rilevante venne apprezzata l’aggiunta del requisito dell’abuso dei poteri o della violazione dei doveri inerenti la funziona al fine di tenere conto del fatto che gli agenti, in situazioni di necessità e proporzionalmente alle loro funzioni, sono legittimati all’uso della forza, dall’altro, sempre per ragioni dettate dal compromesso, questa scelta rese ardua l’applicazione e la qualificazione giuridica del secondo comma che, secondo questa chiave di lettura, dovrebbe essere considerato come una circostanza aggravante speciale legata alla presenza della qualifica del soggetto attivo e non come un reato a sé stante. Così facendo, il legislatore nazionale scelse di rendere inefficace la norma per la repressione della c.d. tortura di Stato.
Altro aspetto problematico riguarda il terzo comma dell’articolo 613-bis c.p. secondo cui “il comma precedente non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Questa disposizione venne introdotta per risponde ai problemi legati al sovraffollamento carcerario, per cui, come è noto, l’Italia è stata più volte sanzionata; il fine reale, però, fu quello di evitare che i direttori delle carceri fossero punibili ai sensi dell’articolo 613-bis per aver rinchiuso l’ennesimo detenuto in una cella che sanno essere sovraffollata. Infatti, altre chiavi di lettura di tale disposizione ne evidenzierebbero solamente l’inutilità rispetto alle scriminanti già presenti nel nostro ordinamento, quali la legittima difesa e lo stato di necessità.
Alla luce di tutte le criticità sollevate, pare evidente che il legislatore, operando una scelta di compromesso politico, abbia consapevolmente scelto di introdurre nel codice penale nazionale una disposizione chiaramente inefficace, o quantomeno di difficile applicazione, per le finalità di tutela imposte dalle Corti internazionali. Nonostante siano attualmente al vaglio dei giudici nazionali alcuni episodi di tortura, la norma così come attualmente prevista difficilmente porterà all’ottenimento di una condanna.

• Dott.ssa Francesca Nola

“L’abbraccio” delle sette, tra fragilità e manipolazione.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal Cesap, Centro abusi psicologici, risalenti al 2015, sono 500 le “comunità spirituali” presenti in Italia. Calcolare una stima precisa del numero degli adepti delle sette è pressoché impossibile, è verosimile considerare un numero che oscilla tra uno e due milioni di adepti.

La parola setta deriva dal latino Sector che significa “seguire”.
Le sette hanno una struttura di tipo piramidale. Al vertice di ogni setta c’è il leader carismatico, vale a dire il maestro spirituale che a seconda del tipo di setta può essere chiamato “gran sacerdote”, “maestro” o “guru”. Quando la setta è composta da pochi membri il leader nei riti religiosi assume anche il ruolo di sacerdote, quando sono di grandi dimensioni invece il leader delega la celebrazione ai “ministri”, ovvero alle figure anziane. In genere gli adepti entrano volontariamente nella setta, ma questo avviene tramite manipolazione.

Sono state individuate quattro tipologie di sette:
• Sette radicali rifiutano il mondo e professano una religione che si ispira agli ideali di purificazione;
• Sette ascetico-intramondane si propongono di costruire sulla terra il regno della salvezza;
• Sette mistico-realistiche si ispirano a modelli spirituali di origine orientale;
• Sette terapeutiche e sincretiche il leader viene ritenuto portatore di poteri di guarigione fisica e psichica.

Le fasi tramite le quali un nuovo adepto diviene membro dalla setta sono tre.
La prima fase prevede l’isolamento dell’adepto mediante l’allontanamento dalla comunità, la somministrazione a una bomba di affettuosità (love bomb), la rimozione della privacy, l’obbligo del conferimento al gruppo di tutti i redditi.
La seconda fase prevede l’indottrinamento dell’adepto, l’incoraggiamento all’obbedienza cieca, uso di preghiere.
La terza fase prevede la sottoposizione ad attività fisica intensa e prolungata, privazione del sonno, abitudine ad usare un linguaggio criptico per rendere difficile la comunicazione con l’esterno.

Le sette spesso mettono in atto dei comportamenti criminali.
Tra questi vi sono:
• Esercizio abusivo di professioni mediche e psicologiche;
• Truffe e frodi;
• Violenze sessuali;
• Comportamenti violenti;
• Istigazione al suicidio e omicidio;
• Profanazione di cimiteri;
• Maltrattamento di animali;

Per la persona, essere adescati da una setta può portare numerose conseguenze di natura sia fisica (perdita del sonno, problemi alimentari, incuria medica) che psicologica (vengono inculcate nell’adepto fobie, insicurezze, paranoie sensi di colpa). Inoltre, le conseguenze si riversano anche sull’ambito familiare, sociale e lavorativo, spesso ci si ritrova senza amici e si viene licenziati.
Uscire da una setta è molto difficile, spesso sono i familiari ad aiutare le vittime e a rivolgersi alle autorità competenti. Nel 2017 sono state 399 le denunce da parte dei parenti delle vittime.
In questo scenario dove il numero delle sette è in continua crescita, per questo la Polizia di Stato ha creato un reparto investigativo ad hoc: la Squadra Anti Sette.

Quando sentiamo parlare di sette, spesso pensiamo a questo fenomeno come qualcosa di lontano, che non ci tocca. In realtà il fenomeno delle sette è un fenomeno insidioso, i membri delle sette sfruttano quelle che sono le nostre debolezze per attirarci e poi renderci loro succubi. Le vittime preferite sono coloro che stanno passando un periodo particolarmente difficile della loro vita, come potrebbe essere un lutto, quest’ultime, essendo particolarmente fragili, sono più facilmente manipolabili. A ognuno di noi è capitato di passare un momento della vita particolarmente delicato e il rischio di cadere nelle loro trappole è sempre in agguato. Ognuno di noi è una potenziale vittima. Uscirne non è semplice, i meccanismi manipolatori e di isolamento delle sette portano la vittima a ritrovarsi da sola, senza aiuti provenienti dall’esterno e con profondi sensi di colpa se soltanto si pensa di tradire il “guru”. Spesso una volta uscite queste persone hanno bisogno di aiuto psicologico e di un percorso psicoterapeuta, insomma il fenomeno delle sette non è assolutamente sottovalutabile.

Dott.ssa Elena Novelli

Esiste un’attitudine a diventare vittima?

Sicuramente vi sono dei fattori di vulnerabilità vittimale piuttosto che attitudine o predisposizioni vittimogene specifiche, però non vi è un nesso diretto tra vulnerabilità e vittimizzazione, perché la vulnerabilità è solo uno degli elementi del processo che porta alla vittimizzazione.
Ricerche teoriche coadiuvate a studi empirici hanno permesso di individuare le condizioni biologiche, psicologiche e sociali, che determinano se un singolo individuo o un gruppo sia da considerarsi maggiormente vulnerabile.
Un quadro sintetico delle variabili individuate quali rischi di vittimizzazione lo propone Fattah, il quale ha individuato tutti i fattori rilevanti e li ha differenziati in dieci categorie:

  1. opportunità – sono riferite alle caratteristiche delle vittime , alla loro attività e ai loro comportamenti;
  2. fattori di rischio – comprendono le caratteristiche sicuro-demografiche come: età (minori, anziani), genere (donne, omosessuali), ecc;
  3. criminali motivati – sono soggetti inclini al crimine, i quali adottano criteri di selezione specifici, non scelgono le loro vittime in modo casuale;
  4. esposizione – quanto la potenziale vittima è esposta agli offensori ed a situazioni o ad ambienti ad alto rischio di vittimizzazione, i cosiddetti hot spots cioè i punti caldi in cui la commissione di crimini tende a concentrarsi;
  5. associazioni – da un punto di vista socio-demografico è rilevante l’aspetto secondo cui il rapporto personale, sociale o professionale tra i gruppi di vittime e criminali potrebbe da un lato essere il motivo che determina il desiderio di adottare comportamenti devianti e criminali, dall’altro potrebbe determinare l’individuazione di una possibile vittima tra coloro che non si associano ad ambienti criminali o devianti;
  6. luoghi ed ore pericolosi – il rischio di vittimizzazione aumenta nelle ore serali, notturne e nei week-end e nelle aree urbane piuttosto che nelle zone rurali;
  7. comportamenti pericolosi – la provocazione aumenta il rischio di essere soggetto a crimine violento, mentre il comportamento negligente o l’imprudenza aumentano le probabilità di essere soggetti a crimini contro la proprietà;
  8. attività ad alto rischio – attività devianti o illegali, quali: consumo di stupefacenti, sostanze alcoliche, prostituzione, ecc;
  9. comportamenti difensivi – l’adozione di comportamenti preventivi da parte delle vittime potrebbe aumentare la vittimizzazione;
  10. vittimizzazione strutturale – il biasimo e la stigmatizzazione culturale, i pregiudizi e gli stereotipi, possono enfatizzare il rischio di vittimizzazione perché designano certe vittime come culturalmente legittimate.
    In base alle esperienze sviluppate, ritengo che ogni evento debba essere studiato da tutte le angolazioni, quindi rilevante nello studio delle relazioni vittima – criminale è il ruolo della responsabilità della vittima al fine di una possibile cornice di soluzione funzionale al problema che oggigiorno è sempre più evidenze e fenomeno discusso quotidianamente.
    Quale potrebbe essere questo ruolo funzionale della vittima? “Prevenire” la sua stessa vittimizzazione, evitando di facilitare, favorire, provocare il comportamento criminale di terzi.
    A tal proposito il sociologo americano Sparks propone 6 fattori di predisposizione di un individuo ad essere vittimizzato:
    PRECIPITATION -> la vittima assume un comportamento che istiga il criminale;
    FACILITATION -> il comportamento negligente o imprudente della vittima, cosiddetta catalizzatrice, favorisce l’azione criminale;
    VULNERABILITY -> vi rientrano i rischi di vittimizzazione individuati da Fattah;
    OPPORTUNITY -> la vittima considerata un bersaglio facile;
    ATTRACTION -> la vittima o ciò che è in suo possesso suscitano nel criminale un desiderio di possesso;
    IMPUNITY -> riguarda l’impunità percepita o reale nei confronti del delinquente.

Questo e molto altro rientra nell’ambito d’interesse della vittimologia, scienza giovane, ma interdisciplinare e multidisciplinare che costituì, negli anni Sessanta del secolo scorso, una svolta fondamentale ed epocale per la criminologia, introducendo la prospettiva giuridica e bio-psico-sociale della vittima nello studio del crimine.

Dott.ssa Anthea Grimaldi

I bambini dell’oblio: tra criminalità e disumanizzazione.


Ha detto Dietrich Bonhoeffer “il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini”. Ad oggi il mondo, per i suoi bambini non fa molto, o per lo meno, non tutto ciò che potrebbe, soprattutto per quell’enorme mole di minori scomparsi, finiti nel nulla chissà dove, nell’eterno oblio, destinati spesso a non fare più ritorno. Incredibilmente, le paure di ogni genitore divengono realtà, il proprio figlio non si trova. Il 25 maggio, dal 1983 si celebra per la giornata dei bambini scomparsi, il “Missing Children’s Day”, ma pochi ne conoscono l’esistenza, pochi dirigono i loro pensieri, i loro interessi, sull’ormai allarmante numero dei bambini non più reperibili. I dati statistici riportano una crescita esponenziale nel corso degli anni, si tratta di una vera e propria emergenza mondiale, sebbene esistano dei luoghi nel mondo in cui il fenomeno è meno sviluppato che in altri. In tutto il pianeta, scompaiono 8 milioni di bambini ogni anno, ovvero 22.000 bambini al giorno, ciò equivale a dire che circa ogni due minuti viene fatta una segnalazione di scomparsa minorile. Ma la domanda fondamentale è: dove vanno a finire i bambini scomparsi? Ebbene, Fortunatamente la stragrande maggioranza dei bambini scomparsi viene ritrovata, questo perché una buona percentuale, soprattutto adolescenti, si allontana volontariamente praticando quello che in gergo è definito il runaway. Di tutti gli altri purtroppo non si hanno notizie. Dietro alla sparizione di un minore si celano, dunque innumerevoli crimini. Il rapimento dei bambini è la prima fase, il nodo cruciale attraverso cui si interrompe l’ingenuità, la bellezza della vita, dell’infanzia, dell’adolescenza. La sottrazione di bambini o Abduction è perpetrata spesso da offender, gli stranger Kidnapping, solitamente sconosciuti. In altri casi sono i familiari a rapire i loro stessi bambini. Tale condotta deviante viene definita con il termine di family o parental abduction. In riferimento a quest’ultima, ciò che spinge un genitore, un familiare a rapire un bambino, è da ricercare essenzialmente in contrasti e dissidi familiari, con particolare riferimento alla sottrazione internazionale da parte di uno dei due genitori, presumibilmente straniero, in casi di separazioni burrascosa, spesso con l’unico proposito di produrre dolore nell’ex coniuge. Sono i padri, solitamente a sottrarre i bambini, e per questo è stato evidenziato un’apposito profilo del genitore avvezzo a tale atto. Negli ultimi anni, si è però assistito a un’ inversione di tendenza, sempre più madri scappano con la loro prole. Appare evidente, quanto importante possa essere, affinché si prevenga il fenomeno, l’attuazione di un percorso di mediazione familiare che consentirebbe ai genitori di concludere pacificamente una relazione, salvaguardando i propri figli. Per quanto concerne, invece, tutti gli altri casi, il fil rouge che collega i rapimenti minorili è prettamente sessuale, sono dunque, i sex offender seriali, i maggiori imputati. Molti di questi, dopo aver rapito e abusato dei bambini si trasformano in dei veri e propri serial killer, ponendo fine alla vita degli infanti, subito dopo l’abuso. In altri casi invece, i bambini verranno tenuti prigionieri nelle loro insospettabili case. Le condotte seriali pedofiliache, non sono però, in alcuni casi, il fine ultimo dei rapimenti. Il traffico d’organi, business più fruttuoso al mondo, dopo il traffico di armi e di droga, sarebbe la naturale prosecuzione del rapimento e dell’abuso. Un organo di un bambino frutta molto più rispetto a quello di un adulto, questo viene inoltre catalogato e prezzato in base a sesso, razza, etnia. I bambini, inoltre, scompaiono anche a causa delle congregazioni settarie, con particolare riferimento alle sette sataniche, comunità in cui la prevaricazione sessuale del minore è una particolare tendenza. Qui, però, bisogna fare un distinguo, tra pedofilia e abuso tradizionale e quella settaria. I fenomeni settari rapiscono e abusano di bambini in quanto prede più facilmente reperibili, attraverso essi, praticano i rituali sessuali per mezzo dei quali rendono il bambino un vero e proprio feticcio, un ponte di tramite tra Satana e l’adepto, rendendo questo un vero e proprio atto di demonofilia, ovvero la percezione di avere un rapporto sessuale con il demone in questione. Gli stessi bambini, inoltre, verranno offerti come doni sacrificali attraverso l’omicidio rituale. Non sono, dunque, da escludere le sparizioni minorili a causa delle aggregazioni settarie, oggi più che mai, infatti, si sente il bisogno di ritornare a condizioni primitive e credenze di cui la modernizzazione, nonché la globalizzazione, ci ha privati. Il settarismo parrebbe essere, per gli adepti la via di fuga, il conforto. Non sono infine da sottovalutare le sparizioni a opera dei killer seriali, questi sono sempre esistiti, si pensi che già tra il 1404 e il 1440, Gilles de Rise fu il terrore dell’intera Francia, egli si servì e uccise più di 800 bambini. Ogni paese ha e ha avuto il proprio serial killer di bambini, persino l’Italia ha conosciuto  il suo “Mostro di Roma”, epitetoerroneamente attribuito al fotografo Gino Girolimoni,  negli anni 20 del 900,  periodo in cui vennero rapite e abusate sette bambine, cinque delle quali furono uccise. In ultimo, un particolare riferimento va fatto ai minori stranieri non accompagnati, essi rappresentano una grande percentuale di bambini non più reperibili, la maggioranza. Sitratta di tutti quei bambini stranieri che arrivano in patria altrui attraverso l’assoggettamento forzato o che vengono rapiti e condotti in altri luoghi, soprattutto dalle zone più povere, sono le vittime silenziose della tratta di esseri umani. I bambini vengono rapiti e reclutati con lo scopo principale di soggiogarli e sfruttarli attraverso condotte devianti di vario tipo. In primo luogo vi è lo sfruttamento per attività illegali spesso riconducibili a reati contro il patrimonio, furti e borseggi, sfruttamento in mendicità quali accattonaggio e simili, sfruttamento del lavoro minorile nonché sfruttamento sessuale e della prostituzione. Nel contesto storico attuale, legato ai fattori pandemici e alle conseguenze correlate, si è prospettato, per quanto concerne lo sfruttamento sessuale, una nuova politica, legata alla prostituzione “indoor”, ossia, all’interno delle proprie mura domestiche mediante incontri virtuali. Se da un lato, la pandemia, durante questo lungo anno ha permesso lo sviluppo e l’adattamento della criminalità sotto altre forme, al contempo ha permesso di registrare in media, meno sparizioni di minori, direttamente correlate, in modo particolare al lockdown. Purtroppo i minori stranieri non accompagnati, però, non verranno mai cercati, o almeno non come si farebbe con i bambini occidentali, sono destinati a sparire come molti altri, non risultano più reperibili, almeno dalle forze dell’ordine, dai propri familiari, ma essi appaiono ovunque stazioni criminalità e ovunque la vita di un bambino valga più della morale e dell’etica umana. La scomparsa di un minore, di qualunque razza, sesso, etnia e condizione socio-economica, ha bisogno di essere attenzionata, vagliata. Tutti i minori hanno diritto e bisogno di essere cercati e ricercati, di avere i mezzi e l’attenzione sociale e mediatica di ogni singolo individuo, in modo che si riesca a dare loro, anche a distanza di anni, la giustizia che meritano, affinché non vengano lasciati a “vivere” in quel limbo che giorno dopo giorno li costringe tra l’essere e il non essere, o meglio, il non essere più.

Dott.ssa Angela M. Grano